Passato e Presente
438 episodi in programma
lunedì 7 settembre 20266 puntate
01:30Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:20Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Francesco De Pinedo, il signore delle distanze
Senza radar, senza GPS, spesso senza una radio a bordo, con motori potenti come una piccola utilitaria e facili alla rottura. Nei primi voli del secolo scorso il fattore umano è stato l'elemento decisivo perché la tecnologia aeronautica potesse svilupparsi rendendo l'aereo il vettore più sicuro ed efficiente del pianeta. Tra i più grandi pionieri del volo c'è Francesco De Pinedo, Franz per gli amici, il quale univa un temperamento audace, una capacità organizzativa e una conoscenza della tecnica aviatoria fuori da comune. Perfettamente a suo agio nella carlinga del suo aereo, De Pinedo, diventato per meriti Generale e Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, trovò enormi difficoltà ad accomodarsi dietro una scrivania al Ministero aeronautico. Non era nemmeno tagliato per la politica dal momento che l'insanabile rapporto con Italo Balbo, gli costò le dimissioni. Morì nel 1933 mentre stava tentando un raid aereo da New York a Baghdad. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gregory Alegi.
Francesco De Pinedo, il signore delle distanze
Senza radar, senza GPS, spesso senza una radio a bordo, con motori potenti come una piccola utilitaria e facili alla rottura. Nei primi voli del secolo scorso il fattore umano è stato l'elemento decisivo perché la tecnologia aeronautica potesse svilupparsi rendendo l'aereo il vettore più sicuro ed efficiente del pianeta. Tra i più grandi pionieri del volo c'è Francesco De Pinedo, Franz per gli amici, il quale univa un temperamento audace, una capacità organizzativa e una conoscenza della tecnica aviatoria fuori da comune. Perfettamente a suo agio nella carlinga del suo aereo, De Pinedo, diventato per meriti Generale e Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, trovò enormi difficoltà ad accomodarsi dietro una scrivania al Ministero aeronautico. Non era nemmeno tagliato per la politica dal momento che l'insanabile rapporto con Italo Balbo, gli costò le dimissioni. Morì nel 1933 mentre stava tentando un raid aereo da New York a Baghdad. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gregory Alegi.
Francesco De Pinedo, il signore delle distanze
Senza radar, senza GPS, spesso senza una radio a bordo, con motori potenti come una piccola utilitaria e facili alla rottura. Nei primi voli del secolo scorso il fattore umano è stato l'elemento decisivo perché la tecnologia aeronautica potesse svilupparsi rendendo l'aereo il vettore più sicuro ed efficiente del pianeta. Tra i più grandi pionieri del volo c'è Francesco De Pinedo, Franz per gli amici, il quale univa un temperamento audace, una capacità organizzativa e una conoscenza della tecnica aviatoria fuori da comune. Perfettamente a suo agio nella carlinga del suo aereo, De Pinedo, diventato per meriti Generale e Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, trovò enormi difficoltà ad accomodarsi dietro una scrivania al Ministero aeronautico. Non era nemmeno tagliato per la politica dal momento che l'insanabile rapporto con Italo Balbo, gli costò le dimissioni. Morì nel 1933 mentre stava tentando un raid aereo da New York a Baghdad. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gregory Alegi.
Matrimoni e divorzi nell'antica Roma
Il matrimonio nell'antica Roma rappresenta una delle istituzioni più complesse e significative della vita sociale e giuridica. Non è solo un contratto tra famiglie, ma anche un meccanismo che determina alleanze politiche, cambiamenti culturali e aspettative sociali. È lo strumento attraverso cui si perpetuano i comuni valori e la futura discendenza legittima della gens, e diventa anche un'occasione per la donna di portare avanti un lungo e complesso cammino verso l'emancipazione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Francesca Cenerini.
Francesco De Pinedo, il signore delle distanze
Senza radar, senza GPS, spesso senza una radio a bordo, con motori potenti come una piccola utilitaria e facili alla rottura. Nei primi voli del secolo scorso il fattore umano è stato l'elemento decisivo perché la tecnologia aeronautica potesse svilupparsi rendendo l'aereo il vettore più sicuro ed efficiente del pianeta. Tra i più grandi pionieri del volo c'è Francesco De Pinedo, Franz per gli amici, il quale univa un temperamento audace, una capacità organizzativa e una conoscenza della tecnica aviatoria fuori da comune. Perfettamente a suo agio nella carlinga del suo aereo, De Pinedo, diventato per meriti Generale e Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, trovò enormi difficoltà ad accomodarsi dietro una scrivania al Ministero aeronautico. Non era nemmeno tagliato per la politica dal momento che l'insanabile rapporto con Italo Balbo, gli costò le dimissioni. Morì nel 1933 mentre stava tentando un raid aereo da New York a Baghdad. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gregory Alegi.
Matrimoni e divorzi nell'antica Roma
Il matrimonio nell'antica Roma rappresenta una delle istituzioni più complesse e significative della vita sociale e giuridica. Non è solo un contratto tra famiglie, ma anche un meccanismo che determina alleanze politiche, cambiamenti culturali e aspettative sociali. È lo strumento attraverso cui si perpetuano i comuni valori e la futura discendenza legittima della gens, e diventa anche un'occasione per la donna di portare avanti un lungo e complesso cammino verso l'emancipazione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Francesca Cenerini.
domenica 6 settembre 20265 puntate
01:00Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:35Rai Storia20:35Rai Storia
Banchetti rinascimentali. Eccesso e misura
Non tutti sanno che ad introdurre l'uso del tovagliolo durante i pasti fu Leonardo da Vinci e che ad iniziare la sua corte francese all'uso della forchetta fu Caterina De' medici. Il modo di allestire i banchetti e le regole sui cibi con cui imbandirli sono, nel corso dei secoli, un vero e proprio linguaggio. Tra predicatori, legislatori e umanisti, la mensa evolve: codifica i ranghi, regola i comportamenti e rende visibile la scala dell'ordine sociale. Nella logica dell'aristocrazia guerriera, chi comanda deve mostrare vigore persino nel modo di mangiare: l'eccesso è vanto aristocratico, la carne è cibo dei potenti, fonte di vigore e preludio alla guerra. La tavola cavalleresca celebra la dismisura come segno di ricchezza: i banchetti durano giorni, riuniscono centinaia di convitati e sigillano alleanze. Ma già nel XIV secolo, l'epoca dell'abbondanza tramonta, lasciando spazio a un nuovo modo di intendere il cibo: misurato, calcolato e simbolico. Dalle cucine brulicanti alle sale sontuose dei palazzi signorili, il convito si trasforma: non conta più quanto spazio occupi il cibo nello stomaco, ma quanta meraviglia susciti negli occhi dei commensali. I banchetti rinascimentali raccontano così una storia di equilibrio tra eccesso e misura, tra sapore e sapere, creando modelli destinati a influenzare, per secoli, la cultura gastronomica e le tradizioni europee. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Banchetti rinascimentali. Eccesso e misura
Non tutti sanno che ad introdurre l'uso del tovagliolo durante i pasti fu Leonardo da Vinci e che ad iniziare la sua corte francese all'uso della forchetta fu Caterina De' medici. Il modo di allestire i banchetti e le regole sui cibi con cui imbandirli sono, nel corso dei secoli, un vero e proprio linguaggio. Tra predicatori, legislatori e umanisti, la mensa evolve: codifica i ranghi, regola i comportamenti e rende visibile la scala dell'ordine sociale. Nella logica dell'aristocrazia guerriera, chi comanda deve mostrare vigore persino nel modo di mangiare: l'eccesso è vanto aristocratico, la carne è cibo dei potenti, fonte di vigore e preludio alla guerra. La tavola cavalleresca celebra la dismisura come segno di ricchezza: i banchetti durano giorni, riuniscono centinaia di convitati e sigillano alleanze. Ma già nel XIV secolo, l'epoca dell'abbondanza tramonta, lasciando spazio a un nuovo modo di intendere il cibo: misurato, calcolato e simbolico. Dalle cucine brulicanti alle sale sontuose dei palazzi signorili, il convito si trasforma: non conta più quanto spazio occupi il cibo nello stomaco, ma quanta meraviglia susciti negli occhi dei commensali. I banchetti rinascimentali raccontano così una storia di equilibrio tra eccesso e misura, tra sapore e sapere, creando modelli destinati a influenzare, per secoli, la cultura gastronomica e le tradizioni europee. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Banchetti rinascimentali. Eccesso e misura
Non tutti sanno che ad introdurre l'uso del tovagliolo durante i pasti fu Leonardo da Vinci e che ad iniziare la sua corte francese all'uso della forchetta fu Caterina De' medici. Il modo di allestire i banchetti e le regole sui cibi con cui imbandirli sono, nel corso dei secoli, un vero e proprio linguaggio. Tra predicatori, legislatori e umanisti, la mensa evolve: codifica i ranghi, regola i comportamenti e rende visibile la scala dell'ordine sociale. Nella logica dell'aristocrazia guerriera, chi comanda deve mostrare vigore persino nel modo di mangiare: l'eccesso è vanto aristocratico, la carne è cibo dei potenti, fonte di vigore e preludio alla guerra. La tavola cavalleresca celebra la dismisura come segno di ricchezza: i banchetti durano giorni, riuniscono centinaia di convitati e sigillano alleanze. Ma già nel XIV secolo, l'epoca dell'abbondanza tramonta, lasciando spazio a un nuovo modo di intendere il cibo: misurato, calcolato e simbolico. Dalle cucine brulicanti alle sale sontuose dei palazzi signorili, il convito si trasforma: non conta più quanto spazio occupi il cibo nello stomaco, ma quanta meraviglia susciti negli occhi dei commensali. I banchetti rinascimentali raccontano così una storia di equilibrio tra eccesso e misura, tra sapore e sapere, creando modelli destinati a influenzare, per secoli, la cultura gastronomica e le tradizioni europee. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Banchetti rinascimentali. Eccesso e misura
Non tutti sanno che ad introdurre l'uso del tovagliolo durante i pasti fu Leonardo da Vinci e che ad iniziare la sua corte francese all'uso della forchetta fu Caterina De' medici. Il modo di allestire i banchetti e le regole sui cibi con cui imbandirli sono, nel corso dei secoli, un vero e proprio linguaggio. Tra predicatori, legislatori e umanisti, la mensa evolve: codifica i ranghi, regola i comportamenti e rende visibile la scala dell'ordine sociale. Nella logica dell'aristocrazia guerriera, chi comanda deve mostrare vigore persino nel modo di mangiare: l'eccesso è vanto aristocratico, la carne è cibo dei potenti, fonte di vigore e preludio alla guerra. La tavola cavalleresca celebra la dismisura come segno di ricchezza: i banchetti durano giorni, riuniscono centinaia di convitati e sigillano alleanze. Ma già nel XIV secolo, l'epoca dell'abbondanza tramonta, lasciando spazio a un nuovo modo di intendere il cibo: misurato, calcolato e simbolico. Dalle cucine brulicanti alle sale sontuose dei palazzi signorili, il convito si trasforma: non conta più quanto spazio occupi il cibo nello stomaco, ma quanta meraviglia susciti negli occhi dei commensali. I banchetti rinascimentali raccontano così una storia di equilibrio tra eccesso e misura, tra sapore e sapere, creando modelli destinati a influenzare, per secoli, la cultura gastronomica e le tradizioni europee. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Francesco De Pinedo, il signore delle distanze
Senza radar, senza GPS, spesso senza una radio a bordo, con motori potenti come una piccola utilitaria e facili alla rottura. Nei primi voli del secolo scorso il fattore umano è stato l'elemento decisivo perché la tecnologia aeronautica potesse svilupparsi rendendo l'aereo il vettore più sicuro ed efficiente del pianeta. Tra i più grandi pionieri del volo c'è Francesco De Pinedo, Franz per gli amici, il quale univa un temperamento audace, una capacità organizzativa e una conoscenza della tecnica aviatoria fuori da comune. Perfettamente a suo agio nella carlinga del suo aereo, De Pinedo, diventato per meriti Generale e Sottocapo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, trovò enormi difficoltà ad accomodarsi dietro una scrivania al Ministero aeronautico. Non era nemmeno tagliato per la politica dal momento che l'insanabile rapporto con Italo Balbo, gli costò le dimissioni. Morì nel 1933 mentre stava tentando un raid aereo da New York a Baghdad. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gregory Alegi.
sabato 5 settembre 20265 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:10Rai Storia20:35Rai Storia
La tragedia di Mayerling
Un fatto tragico e scandaloso scuote la corte imperiale degli Asburgo sul finire del diciannovesimo secolo: il 30 gennaio del 1889 l'erede al trono Rodolfo e la sua amante diciassettenne, la baronessa Maria Vetsera, vengono trovati morti in una tenuta di caccia vicino alla città di Mayerling, in Austria. Una morte che scatena ipotesi di complotti che coinvolgono le corti di mezza Europa, dalla Francia alla Germania. Ipotesi per lo più smascherate: si trattò di un suicidio o di un omicidio-suicidio, riconducibile alla vita tormentata di Rodolfo e a una probabile reazione sconsiderata al tentativo della famiglia, in particolare del padre imperatore Francesco Giuseppe, di ostacolare la relazione con la baronessa Vetsera nata al di fuori del matrimonio che Rodolfo aveva contratto con la principessa Stefania di Belgio. La morte di Rodolfo, unico erede maschio di Francesco Giuseppe, rappresenta un duro colpo per la casata degli Asburgo e per molti studiosi i fatti di Mayerling rappresentano una spia della crisi ormai irreversibile che porterà alla disgregazione dell'Impero dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Francesco Perfetti.
La tragedia di Mayerling
Un fatto tragico e scandaloso scuote la corte imperiale degli Asburgo sul finire del diciannovesimo secolo: il 30 gennaio del 1889 l'erede al trono Rodolfo e la sua amante diciassettenne, la baronessa Maria Vetsera, vengono trovati morti in una tenuta di caccia vicino alla città di Mayerling, in Austria. Una morte che scatena ipotesi di complotti che coinvolgono le corti di mezza Europa, dalla Francia alla Germania. Ipotesi per lo più smascherate: si trattò di un suicidio o di un omicidio-suicidio, riconducibile alla vita tormentata di Rodolfo e a una probabile reazione sconsiderata al tentativo della famiglia, in particolare del padre imperatore Francesco Giuseppe, di ostacolare la relazione con la baronessa Vetsera nata al di fuori del matrimonio che Rodolfo aveva contratto con la principessa Stefania di Belgio. La morte di Rodolfo, unico erede maschio di Francesco Giuseppe, rappresenta un duro colpo per la casata degli Asburgo e per molti studiosi i fatti di Mayerling rappresentano una spia della crisi ormai irreversibile che porterà alla disgregazione dell'Impero dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Francesco Perfetti.
La tragedia di Mayerling
Un fatto tragico e scandaloso scuote la corte imperiale degli Asburgo sul finire del diciannovesimo secolo: il 30 gennaio del 1889 l'erede al trono Rodolfo e la sua amante diciassettenne, la baronessa Maria Vetsera, vengono trovati morti in una tenuta di caccia vicino alla città di Mayerling, in Austria. Una morte che scatena ipotesi di complotti che coinvolgono le corti di mezza Europa, dalla Francia alla Germania. Ipotesi per lo più smascherate: si trattò di un suicidio o di un omicidio-suicidio, riconducibile alla vita tormentata di Rodolfo e a una probabile reazione sconsiderata al tentativo della famiglia, in particolare del padre imperatore Francesco Giuseppe, di ostacolare la relazione con la baronessa Vetsera nata al di fuori del matrimonio che Rodolfo aveva contratto con la principessa Stefania di Belgio. La morte di Rodolfo, unico erede maschio di Francesco Giuseppe, rappresenta un duro colpo per la casata degli Asburgo e per molti studiosi i fatti di Mayerling rappresentano una spia della crisi ormai irreversibile che porterà alla disgregazione dell'Impero dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Francesco Perfetti.
La tragedia di Mayerling
Un fatto tragico e scandaloso scuote la corte imperiale degli Asburgo sul finire del diciannovesimo secolo: il 30 gennaio del 1889 l'erede al trono Rodolfo e la sua amante diciassettenne, la baronessa Maria Vetsera, vengono trovati morti in una tenuta di caccia vicino alla città di Mayerling, in Austria. Una morte che scatena ipotesi di complotti che coinvolgono le corti di mezza Europa, dalla Francia alla Germania. Ipotesi per lo più smascherate: si trattò di un suicidio o di un omicidio-suicidio, riconducibile alla vita tormentata di Rodolfo e a una probabile reazione sconsiderata al tentativo della famiglia, in particolare del padre imperatore Francesco Giuseppe, di ostacolare la relazione con la baronessa Vetsera nata al di fuori del matrimonio che Rodolfo aveva contratto con la principessa Stefania di Belgio. La morte di Rodolfo, unico erede maschio di Francesco Giuseppe, rappresenta un duro colpo per la casata degli Asburgo e per molti studiosi i fatti di Mayerling rappresentano una spia della crisi ormai irreversibile che porterà alla disgregazione dell'Impero dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Francesco Perfetti.
Banchetti rinascimentali. Eccesso e misura
Non tutti sanno che ad introdurre l'uso del tovagliolo durante i pasti fu Leonardo da Vinci e che ad iniziare la sua corte francese all'uso della forchetta fu Caterina De' medici. Il modo di allestire i banchetti e le regole sui cibi con cui imbandirli sono, nel corso dei secoli, un vero e proprio linguaggio. Tra predicatori, legislatori e umanisti, la mensa evolve: codifica i ranghi, regola i comportamenti e rende visibile la scala dell'ordine sociale. Nella logica dell'aristocrazia guerriera, chi comanda deve mostrare vigore persino nel modo di mangiare: l'eccesso è vanto aristocratico, la carne è cibo dei potenti, fonte di vigore e preludio alla guerra. La tavola cavalleresca celebra la dismisura come segno di ricchezza: i banchetti durano giorni, riuniscono centinaia di convitati e sigillano alleanze. Ma già nel XIV secolo, l'epoca dell'abbondanza tramonta, lasciando spazio a un nuovo modo di intendere il cibo: misurato, calcolato e simbolico. Dalle cucine brulicanti alle sale sontuose dei palazzi signorili, il convito si trasforma: non conta più quanto spazio occupi il cibo nello stomaco, ma quanta meraviglia susciti negli occhi dei commensali. I banchetti rinascimentali raccontano così una storia di equilibrio tra eccesso e misura, tra sapore e sapere, creando modelli destinati a influenzare, per secoli, la cultura gastronomica e le tradizioni europee. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
venerdì 4 settembre 20266 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:20Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Come si diventa Winston Churchill
"Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Con queste parole, il 13 maggio 1940 Winston Churchill chiede la fiducia per il suo governo alla Camera dei Comuni di Londra. Tre giorni prima, il re Giorgio VI gli ha infatti conferito l'incarico di Primo ministro. Churchill, che ha già 65 anni, può offrire al popolo britannico anche le conoscenze e la preparazione che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ha vissuto, infatti, una straordinaria varietà di esperienze: è stato militare, giornalista, scrittore e uomo politico; ha girato mezzo mondo, combattuto in guerra e ricoperto importanti cariche in diversi governi. È anche grazie a tutto questo che avrà le capacità di guidare il Regno Unito alla vittoria della seconda guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Come si diventa Winston Churchill
"Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Con queste parole, il 13 maggio 1940 Winston Churchill chiede la fiducia per il suo governo alla Camera dei Comuni di Londra. Tre giorni prima, il re Giorgio VI gli ha infatti conferito l'incarico di Primo ministro. Churchill, che ha già 65 anni, può offrire al popolo britannico anche le conoscenze e la preparazione che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ha vissuto, infatti, una straordinaria varietà di esperienze: è stato militare, giornalista, scrittore e uomo politico; ha girato mezzo mondo, combattuto in guerra e ricoperto importanti cariche in diversi governi. È anche grazie a tutto questo che avrà le capacità di guidare il Regno Unito alla vittoria della seconda guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Come si diventa Winston Churchill
"Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Con queste parole, il 13 maggio 1940 Winston Churchill chiede la fiducia per il suo governo alla Camera dei Comuni di Londra. Tre giorni prima, il re Giorgio VI gli ha infatti conferito l'incarico di Primo ministro. Churchill, che ha già 65 anni, può offrire al popolo britannico anche le conoscenze e la preparazione che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ha vissuto, infatti, una straordinaria varietà di esperienze: è stato militare, giornalista, scrittore e uomo politico; ha girato mezzo mondo, combattuto in guerra e ricoperto importanti cariche in diversi governi. È anche grazie a tutto questo che avrà le capacità di guidare il Regno Unito alla vittoria della seconda guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
La tragedia di Mayerling
Un fatto tragico e scandaloso scuote la corte imperiale degli Asburgo sul finire del diciannovesimo secolo: il 30 gennaio del 1889 l'erede al trono Rodolfo e la sua amante diciassettenne, la baronessa Maria Vetsera, vengono trovati morti in una tenuta di caccia vicino alla città di Mayerling, in Austria. Una morte che scatena ipotesi di complotti che coinvolgono le corti di mezza Europa, dalla Francia alla Germania. Ipotesi per lo più smascherate: si trattò di un suicidio o di un omicidio-suicidio, riconducibile alla vita tormentata di Rodolfo e a una probabile reazione sconsiderata al tentativo della famiglia, in particolare del padre imperatore Francesco Giuseppe, di ostacolare la relazione con la baronessa Vetsera nata al di fuori del matrimonio che Rodolfo aveva contratto con la principessa Stefania di Belgio. La morte di Rodolfo, unico erede maschio di Francesco Giuseppe, rappresenta un duro colpo per la casata degli Asburgo e per molti studiosi i fatti di Mayerling rappresentano una spia della crisi ormai irreversibile che porterà alla disgregazione dell'Impero dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Francesco Perfetti.
Come si diventa Winston Churchill
"Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Con queste parole, il 13 maggio 1940 Winston Churchill chiede la fiducia per il suo governo alla Camera dei Comuni di Londra. Tre giorni prima, il re Giorgio VI gli ha infatti conferito l'incarico di Primo ministro. Churchill, che ha già 65 anni, può offrire al popolo britannico anche le conoscenze e la preparazione che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ha vissuto, infatti, una straordinaria varietà di esperienze: è stato militare, giornalista, scrittore e uomo politico; ha girato mezzo mondo, combattuto in guerra e ricoperto importanti cariche in diversi governi. È anche grazie a tutto questo che avrà le capacità di guidare il Regno Unito alla vittoria della seconda guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
La tragedia di Mayerling
Un fatto tragico e scandaloso scuote la corte imperiale degli Asburgo sul finire del diciannovesimo secolo: il 30 gennaio del 1889 l'erede al trono Rodolfo e la sua amante diciassettenne, la baronessa Maria Vetsera, vengono trovati morti in una tenuta di caccia vicino alla città di Mayerling, in Austria. Una morte che scatena ipotesi di complotti che coinvolgono le corti di mezza Europa, dalla Francia alla Germania. Ipotesi per lo più smascherate: si trattò di un suicidio o di un omicidio-suicidio, riconducibile alla vita tormentata di Rodolfo e a una probabile reazione sconsiderata al tentativo della famiglia, in particolare del padre imperatore Francesco Giuseppe, di ostacolare la relazione con la baronessa Vetsera nata al di fuori del matrimonio che Rodolfo aveva contratto con la principessa Stefania di Belgio. La morte di Rodolfo, unico erede maschio di Francesco Giuseppe, rappresenta un duro colpo per la casata degli Asburgo e per molti studiosi i fatti di Mayerling rappresentano una spia della crisi ormai irreversibile che porterà alla disgregazione dell'Impero dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Francesco Perfetti.
giovedì 3 settembre 20266 puntate
01:00Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Mastro Titta, il boia del Papa Re
Carla Oppo ci conduce attraverso la Roma papalina dell'Ottocento. Quella in cui alla gente accadeva di vedere un uomo attraversare il Tevere avvolto in un mantello rosso. Si racconta che la sua presenza significasse che qualcuno, in città, stava per morire. È un uomo dall'apparenza comune, un ombrellaio. Ma, cosa c'entra con la morte? E, chi è? Quell'uomo è Giovanni Battista Bugatti, per tutti Mastro Titta, ed è il boia del Papa. Mastro Titta fu il volto più cupo della giustizia pontificia. Colui che, per quasi 70 anni, al servizio di sei papi, eseguì 514 condanne a morte. Attivo dal 1796 al 1864, divenne una figura quasi leggendaria, attorno cui prese forma una realtà in cui la giustizia era spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere. Nelle piazze, davanti alla folla la pena diventava rappresentazione dell'autorità, mentre, tra occupazioni, restaurazioni e spinte rivoluzionarie, lo Stato pontificio attraversava le sue ultime trasformazioni. Più che un semplice carnefice, Mastro Titta, è rimasto il simbolo feroce del potere punitivo dello Stato della Chiesa nell'Italia preunitaria. In studio con Paolo Mieli il professor Alberto Melloni.
Mastro Titta, il boia del Papa Re
Carla Oppo ci conduce attraverso la Roma papalina dell'Ottocento. Quella in cui alla gente accadeva di vedere un uomo attraversare il Tevere avvolto in un mantello rosso. Si racconta che la sua presenza significasse che qualcuno, in città, stava per morire. È un uomo dall'apparenza comune, un ombrellaio. Ma, cosa c'entra con la morte? E, chi è? Quell'uomo è Giovanni Battista Bugatti, per tutti Mastro Titta, ed è il boia del Papa. Mastro Titta fu il volto più cupo della giustizia pontificia. Colui che, per quasi 70 anni, al servizio di sei papi, eseguì 514 condanne a morte. Attivo dal 1796 al 1864, divenne una figura quasi leggendaria, attorno cui prese forma una realtà in cui la giustizia era spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere. Nelle piazze, davanti alla folla la pena diventava rappresentazione dell'autorità, mentre, tra occupazioni, restaurazioni e spinte rivoluzionarie, lo Stato pontificio attraversava le sue ultime trasformazioni. Più che un semplice carnefice, Mastro Titta, è rimasto il simbolo feroce del potere punitivo dello Stato della Chiesa nell'Italia preunitaria. In studio con Paolo Mieli il professor Alberto Melloni.
Mastro Titta, il boia del Papa Re
Carla Oppo ci conduce attraverso la Roma papalina dell'Ottocento. Quella in cui alla gente accadeva di vedere un uomo attraversare il Tevere avvolto in un mantello rosso. Si racconta che la sua presenza significasse che qualcuno, in città, stava per morire. È un uomo dall'apparenza comune, un ombrellaio. Ma, cosa c'entra con la morte? E, chi è? Quell'uomo è Giovanni Battista Bugatti, per tutti Mastro Titta, ed è il boia del Papa. Mastro Titta fu il volto più cupo della giustizia pontificia. Colui che, per quasi 70 anni, al servizio di sei papi, eseguì 514 condanne a morte. Attivo dal 1796 al 1864, divenne una figura quasi leggendaria, attorno cui prese forma una realtà in cui la giustizia era spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere. Nelle piazze, davanti alla folla la pena diventava rappresentazione dell'autorità, mentre, tra occupazioni, restaurazioni e spinte rivoluzionarie, lo Stato pontificio attraversava le sue ultime trasformazioni. Più che un semplice carnefice, Mastro Titta, è rimasto il simbolo feroce del potere punitivo dello Stato della Chiesa nell'Italia preunitaria. In studio con Paolo Mieli il professor Alberto Melloni.
Come si diventa Winston Churchill
"Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Con queste parole, il 13 maggio 1940 Winston Churchill chiede la fiducia per il suo governo alla Camera dei Comuni di Londra. Tre giorni prima, il re Giorgio VI gli ha infatti conferito l'incarico di Primo ministro. Churchill, che ha già 65 anni, può offrire al popolo britannico anche le conoscenze e la preparazione che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ha vissuto, infatti, una straordinaria varietà di esperienze: è stato militare, giornalista, scrittore e uomo politico; ha girato mezzo mondo, combattuto in guerra e ricoperto importanti cariche in diversi governi. È anche grazie a tutto questo che avrà le capacità di guidare il Regno Unito alla vittoria della seconda guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Mastro Titta, il boia del Papa Re
Carla Oppo ci conduce attraverso la Roma papalina dell'Ottocento. Quella in cui alla gente accadeva di vedere un uomo attraversare il Tevere avvolto in un mantello rosso. Si racconta che la sua presenza significasse che qualcuno, in città, stava per morire. È un uomo dall'apparenza comune, un ombrellaio. Ma, cosa c'entra con la morte? E, chi è? Quell'uomo è Giovanni Battista Bugatti, per tutti Mastro Titta, ed è il boia del Papa. Mastro Titta fu il volto più cupo della giustizia pontificia. Colui che, per quasi 70 anni, al servizio di sei papi, eseguì 514 condanne a morte. Attivo dal 1796 al 1864, divenne una figura quasi leggendaria, attorno cui prese forma una realtà in cui la giustizia era spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere. Nelle piazze, davanti alla folla la pena diventava rappresentazione dell'autorità, mentre, tra occupazioni, restaurazioni e spinte rivoluzionarie, lo Stato pontificio attraversava le sue ultime trasformazioni. Più che un semplice carnefice, Mastro Titta, è rimasto il simbolo feroce del potere punitivo dello Stato della Chiesa nell'Italia preunitaria. In studio con Paolo Mieli il professor Alberto Melloni.
Come si diventa Winston Churchill
"Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore". Con queste parole, il 13 maggio 1940 Winston Churchill chiede la fiducia per il suo governo alla Camera dei Comuni di Londra. Tre giorni prima, il re Giorgio VI gli ha infatti conferito l'incarico di Primo ministro. Churchill, che ha già 65 anni, può offrire al popolo britannico anche le conoscenze e la preparazione che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ha vissuto, infatti, una straordinaria varietà di esperienze: è stato militare, giornalista, scrittore e uomo politico; ha girato mezzo mondo, combattuto in guerra e ricoperto importanti cariche in diversi governi. È anche grazie a tutto questo che avrà le capacità di guidare il Regno Unito alla vittoria della seconda guerra mondiale. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
mercoledì 2 settembre 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:20Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Isadora Duncan. L'essenza divina della danza
Lo scultore Auguste Rodin disse di lei: "Ha preso in prestito dalla natura quella forza che non può essere chiamata talento, ma che è genio". Isadora Duncan, la "divina", la più celebre tra le pioniere della danza moderna, all'alba del nuovo secolo, incanta l'opinione pubblica e influenza profondamente il mondo artistico occidentale, portando ovunque la sua danza libera, fondata su principi estetici radicalmente nuovi. Acclamata e venerata a Parigi, Londra, Berlino, Mosca dall'élite artistica, Isadora è stata un'ispiratrice per il nascente movimento modernista. Costumi, scenografie e scarpette con le punte erano per lei ingombranti zavorre. Si presentava in scena appena velata da una tunica bianca, a piedi nudi o indossando sandali dorati e lasciava il pubblico in preda a forti emozioni. Il suo processo creativo era intuitivo, ispirato dalla musica, sulla quale improvvisava seguendo le emozioni e gli stati d'animo. Il suo sogno era riportare la danza alla dignità che rivestiva nel teatro greco. Aprì la sua prima scuola di danza a Berlino e poi nella Russia di Lenin. La sua vita oscillerà tra grandi successi e profonde depressioni, dalle quali si rialzerà, sempre, grazie alla danza. Morirà a bordo di una Bugatti aperta, strangolata dalla sua lunga sciarpa rossa impigliatasi nella ruota dell'auto in corsa. Due mesi prima di morire in quella maniera tanto tragica quanto teatrale, si era esibita al teatro Mogador di Parigi, davanti a un pubblico commosso. In studio con Paolo Mieli la professoressa Carlotta Sorba.
Isadora Duncan. L'essenza divina della danza
Lo scultore Auguste Rodin disse di lei: "Ha preso in prestito dalla natura quella forza che non può essere chiamata talento, ma che è genio". Isadora Duncan, la "divina", la più celebre tra le pioniere della danza moderna, all'alba del nuovo secolo, incanta l'opinione pubblica e influenza profondamente il mondo artistico occidentale, portando ovunque la sua danza libera, fondata su principi estetici radicalmente nuovi. Acclamata e venerata a Parigi, Londra, Berlino, Mosca dall'élite artistica, Isadora è stata un'ispiratrice per il nascente movimento modernista. Costumi, scenografie e scarpette con le punte erano per lei ingombranti zavorre. Si presentava in scena appena velata da una tunica bianca, a piedi nudi o indossando sandali dorati e lasciava il pubblico in preda a forti emozioni. Il suo processo creativo era intuitivo, ispirato dalla musica, sulla quale improvvisava seguendo le emozioni e gli stati d'animo. Il suo sogno era riportare la danza alla dignità che rivestiva nel teatro greco. Aprì la sua prima scuola di danza a Berlino e poi nella Russia di Lenin. La sua vita oscillerà tra grandi successi e profonde depressioni, dalle quali si rialzerà, sempre, grazie alla danza. Morirà a bordo di una Bugatti aperta, strangolata dalla sua lunga sciarpa rossa impigliatasi nella ruota dell'auto in corsa. Due mesi prima di morire in quella maniera tanto tragica quanto teatrale, si era esibita al teatro Mogador di Parigi, davanti a un pubblico commosso. In studio con Paolo Mieli la professoressa Carlotta Sorba.
Isadora Duncan. L'essenza divina della danza
Lo scultore Auguste Rodin disse di lei: "Ha preso in prestito dalla natura quella forza che non può essere chiamata talento, ma che è genio". Isadora Duncan, la "divina", la più celebre tra le pioniere della danza moderna, all'alba del nuovo secolo, incanta l'opinione pubblica e influenza profondamente il mondo artistico occidentale, portando ovunque la sua danza libera, fondata su principi estetici radicalmente nuovi. Acclamata e venerata a Parigi, Londra, Berlino, Mosca dall'élite artistica, Isadora è stata un'ispiratrice per il nascente movimento modernista. Costumi, scenografie e scarpette con le punte erano per lei ingombranti zavorre. Si presentava in scena appena velata da una tunica bianca, a piedi nudi o indossando sandali dorati e lasciava il pubblico in preda a forti emozioni. Il suo processo creativo era intuitivo, ispirato dalla musica, sulla quale improvvisava seguendo le emozioni e gli stati d'animo. Il suo sogno era riportare la danza alla dignità che rivestiva nel teatro greco. Aprì la sua prima scuola di danza a Berlino e poi nella Russia di Lenin. La sua vita oscillerà tra grandi successi e profonde depressioni, dalle quali si rialzerà, sempre, grazie alla danza. Morirà a bordo di una Bugatti aperta, strangolata dalla sua lunga sciarpa rossa impigliatasi nella ruota dell'auto in corsa. Due mesi prima di morire in quella maniera tanto tragica quanto teatrale, si era esibita al teatro Mogador di Parigi, davanti a un pubblico commosso. In studio con Paolo Mieli la professoressa Carlotta Sorba.
Mastro Titta, il boia del Papa Re
Carla Oppo ci conduce attraverso la Roma papalina dell'Ottocento. Quella in cui alla gente accadeva di vedere un uomo attraversare il Tevere avvolto in un mantello rosso. Si racconta che la sua presenza significasse che qualcuno, in città, stava per morire. È un uomo dall'apparenza comune, un ombrellaio. Ma, cosa c'entra con la morte? E, chi è? Quell'uomo è Giovanni Battista Bugatti, per tutti Mastro Titta, ed è il boia del Papa. Mastro Titta fu il volto più cupo della giustizia pontificia. Colui che, per quasi 70 anni, al servizio di sei papi, eseguì 514 condanne a morte. Attivo dal 1796 al 1864, divenne una figura quasi leggendaria, attorno cui prese forma una realtà in cui la giustizia era spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere. Nelle piazze, davanti alla folla la pena diventava rappresentazione dell'autorità, mentre, tra occupazioni, restaurazioni e spinte rivoluzionarie, lo Stato pontificio attraversava le sue ultime trasformazioni. Più che un semplice carnefice, Mastro Titta, è rimasto il simbolo feroce del potere punitivo dello Stato della Chiesa nell'Italia preunitaria. In studio con Paolo Mieli il professor Alberto Melloni.
Isadora Duncan. L'essenza divina della danza
Lo scultore Auguste Rodin disse di lei: "Ha preso in prestito dalla natura quella forza che non può essere chiamata talento, ma che è genio". Isadora Duncan, la "divina", la più celebre tra le pioniere della danza moderna, all'alba del nuovo secolo, incanta l'opinione pubblica e influenza profondamente il mondo artistico occidentale, portando ovunque la sua danza libera, fondata su principi estetici radicalmente nuovi. Acclamata e venerata a Parigi, Londra, Berlino, Mosca dall'élite artistica, Isadora è stata un'ispiratrice per il nascente movimento modernista. Costumi, scenografie e scarpette con le punte erano per lei ingombranti zavorre. Si presentava in scena appena velata da una tunica bianca, a piedi nudi o indossando sandali dorati e lasciava il pubblico in preda a forti emozioni. Il suo processo creativo era intuitivo, ispirato dalla musica, sulla quale improvvisava seguendo le emozioni e gli stati d'animo. Il suo sogno era riportare la danza alla dignità che rivestiva nel teatro greco. Aprì la sua prima scuola di danza a Berlino e poi nella Russia di Lenin. La sua vita oscillerà tra grandi successi e profonde depressioni, dalle quali si rialzerà, sempre, grazie alla danza. Morirà a bordo di una Bugatti aperta, strangolata dalla sua lunga sciarpa rossa impigliatasi nella ruota dell'auto in corsa. Due mesi prima di morire in quella maniera tanto tragica quanto teatrale, si era esibita al teatro Mogador di Parigi, davanti a un pubblico commosso. In studio con Paolo Mieli la professoressa Carlotta Sorba.
Mastro Titta, il boia del Papa Re
Carla Oppo ci conduce attraverso la Roma papalina dell'Ottocento. Quella in cui alla gente accadeva di vedere un uomo attraversare il Tevere avvolto in un mantello rosso. Si racconta che la sua presenza significasse che qualcuno, in città, stava per morire. È un uomo dall'apparenza comune, un ombrellaio. Ma, cosa c'entra con la morte? E, chi è? Quell'uomo è Giovanni Battista Bugatti, per tutti Mastro Titta, ed è il boia del Papa. Mastro Titta fu il volto più cupo della giustizia pontificia. Colui che, per quasi 70 anni, al servizio di sei papi, eseguì 514 condanne a morte. Attivo dal 1796 al 1864, divenne una figura quasi leggendaria, attorno cui prese forma una realtà in cui la giustizia era spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere. Nelle piazze, davanti alla folla la pena diventava rappresentazione dell'autorità, mentre, tra occupazioni, restaurazioni e spinte rivoluzionarie, lo Stato pontificio attraversava le sue ultime trasformazioni. Più che un semplice carnefice, Mastro Titta, è rimasto il simbolo feroce del potere punitivo dello Stato della Chiesa nell'Italia preunitaria. In studio con Paolo Mieli il professor Alberto Melloni.
martedì 1 settembre 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
I Gracchi. Due fratelli per il popolo
"Questi sono i miei gioielli" così, secondo la tradizione popolare, Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, e sposa di Tiberio Sempronio Gracco, indicò i suoi figli. Tiberio e Gaio Gracco, per tutti, i Gracchi, appartenevano ad una delle famiglie più illustri di Roma. In un periodo carico di particolari tensioni sociali, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica romana, dove cercheranno di porre fine allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di dividere in modo più equo i frutti dei successi militari di Roma, per migliorare le condizioni del popolo. Con nuove leggi, distribuirono l'agro pubblico ai cittadini romani più poveri e proposero una serie di riforme ispirate a una nuova concezione dello stato. Sfidando il potere dell'aristocrazia senatoria, aprirono una frattura politica destinata a segnare a lungo la storia di Roma. La loro fine violenta mostrò la profonda crisi della Repubblica. In studio con Paolo Mieli il professor Umberto Roberto.
I Gracchi. Due fratelli per il popolo
"Questi sono i miei gioielli" così, secondo la tradizione popolare, Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, e sposa di Tiberio Sempronio Gracco, indicò i suoi figli. Tiberio e Gaio Gracco, per tutti, i Gracchi, appartenevano ad una delle famiglie più illustri di Roma. In un periodo carico di particolari tensioni sociali, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica romana, dove cercheranno di porre fine allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di dividere in modo più equo i frutti dei successi militari di Roma, per migliorare le condizioni del popolo. Con nuove leggi, distribuirono l'agro pubblico ai cittadini romani più poveri e proposero una serie di riforme ispirate a una nuova concezione dello stato. Sfidando il potere dell'aristocrazia senatoria, aprirono una frattura politica destinata a segnare a lungo la storia di Roma. La loro fine violenta mostrò la profonda crisi della Repubblica. In studio con Paolo Mieli il professor Umberto Roberto.
I Gracchi. Due fratelli per il popolo
"Questi sono i miei gioielli" così, secondo la tradizione popolare, Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, e sposa di Tiberio Sempronio Gracco, indicò i suoi figli. Tiberio e Gaio Gracco, per tutti, i Gracchi, appartenevano ad una delle famiglie più illustri di Roma. In un periodo carico di particolari tensioni sociali, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica romana, dove cercheranno di porre fine allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di dividere in modo più equo i frutti dei successi militari di Roma, per migliorare le condizioni del popolo. Con nuove leggi, distribuirono l'agro pubblico ai cittadini romani più poveri e proposero una serie di riforme ispirate a una nuova concezione dello stato. Sfidando il potere dell'aristocrazia senatoria, aprirono una frattura politica destinata a segnare a lungo la storia di Roma. La loro fine violenta mostrò la profonda crisi della Repubblica. In studio con Paolo Mieli il professor Umberto Roberto.
Isadora Duncan. L'essenza divina della danza
Lo scultore Auguste Rodin disse di lei: "Ha preso in prestito dalla natura quella forza che non può essere chiamata talento, ma che è genio". Isadora Duncan, la "divina", la più celebre tra le pioniere della danza moderna, all'alba del nuovo secolo, incanta l'opinione pubblica e influenza profondamente il mondo artistico occidentale, portando ovunque la sua danza libera, fondata su principi estetici radicalmente nuovi. Acclamata e venerata a Parigi, Londra, Berlino, Mosca dall'élite artistica, Isadora è stata un'ispiratrice per il nascente movimento modernista. Costumi, scenografie e scarpette con le punte erano per lei ingombranti zavorre. Si presentava in scena appena velata da una tunica bianca, a piedi nudi o indossando sandali dorati e lasciava il pubblico in preda a forti emozioni. Il suo processo creativo era intuitivo, ispirato dalla musica, sulla quale improvvisava seguendo le emozioni e gli stati d'animo. Il suo sogno era riportare la danza alla dignità che rivestiva nel teatro greco. Aprì la sua prima scuola di danza a Berlino e poi nella Russia di Lenin. La sua vita oscillerà tra grandi successi e profonde depressioni, dalle quali si rialzerà, sempre, grazie alla danza. Morirà a bordo di una Bugatti aperta, strangolata dalla sua lunga sciarpa rossa impigliatasi nella ruota dell'auto in corsa. Due mesi prima di morire in quella maniera tanto tragica quanto teatrale, si era esibita al teatro Mogador di Parigi, davanti a un pubblico commosso. In studio con Paolo Mieli la professoressa Carlotta Sorba.
I Gracchi. Due fratelli per il popolo
"Questi sono i miei gioielli" così, secondo la tradizione popolare, Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, e sposa di Tiberio Sempronio Gracco, indicò i suoi figli. Tiberio e Gaio Gracco, per tutti, i Gracchi, appartenevano ad una delle famiglie più illustri di Roma. In un periodo carico di particolari tensioni sociali, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica romana, dove cercheranno di porre fine allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di dividere in modo più equo i frutti dei successi militari di Roma, per migliorare le condizioni del popolo. Con nuove leggi, distribuirono l'agro pubblico ai cittadini romani più poveri e proposero una serie di riforme ispirate a una nuova concezione dello stato. Sfidando il potere dell'aristocrazia senatoria, aprirono una frattura politica destinata a segnare a lungo la storia di Roma. La loro fine violenta mostrò la profonda crisi della Repubblica. In studio con Paolo Mieli il professor Umberto Roberto.
Isadora Duncan. L'essenza divina della danza
Lo scultore Auguste Rodin disse di lei: "Ha preso in prestito dalla natura quella forza che non può essere chiamata talento, ma che è genio". Isadora Duncan, la "divina", la più celebre tra le pioniere della danza moderna, all'alba del nuovo secolo, incanta l'opinione pubblica e influenza profondamente il mondo artistico occidentale, portando ovunque la sua danza libera, fondata su principi estetici radicalmente nuovi. Acclamata e venerata a Parigi, Londra, Berlino, Mosca dall'élite artistica, Isadora è stata un'ispiratrice per il nascente movimento modernista. Costumi, scenografie e scarpette con le punte erano per lei ingombranti zavorre. Si presentava in scena appena velata da una tunica bianca, a piedi nudi o indossando sandali dorati e lasciava il pubblico in preda a forti emozioni. Il suo processo creativo era intuitivo, ispirato dalla musica, sulla quale improvvisava seguendo le emozioni e gli stati d'animo. Il suo sogno era riportare la danza alla dignità che rivestiva nel teatro greco. Aprì la sua prima scuola di danza a Berlino e poi nella Russia di Lenin. La sua vita oscillerà tra grandi successi e profonde depressioni, dalle quali si rialzerà, sempre, grazie alla danza. Morirà a bordo di una Bugatti aperta, strangolata dalla sua lunga sciarpa rossa impigliatasi nella ruota dell'auto in corsa. Due mesi prima di morire in quella maniera tanto tragica quanto teatrale, si era esibita al teatro Mogador di Parigi, davanti a un pubblico commosso. In studio con Paolo Mieli la professoressa Carlotta Sorba.
lunedì 31 agosto 20266 puntate
01:15Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Luigi Pirandello. Il teatro dell'esistenza
Luigi Pirandello, più dei futuristi, rappresenta quell'avanguardia che - in altri paesi d'Europa, con nomi diversi - seppe esprimere i tormenti dell'uomo moderno, dopo la crisi della società ottocentesca. Se l'autore si sentiva partecipe della crisi di fine e inizio secolo, è altrettanto vero che egli non si limiterà a vivere e a rappresentare quel disagio, ma traccerà una strada autonoma in letteratura capace d'interpretare le contraddizioni umane per riderne e al tempo stesso compatirne la sofferenza. A furia di scandagliare, smascherare l'animo dell'uomo nel suo agire, Pirandello si trova quasi naturalmente a superare il modello tipico della drammaturgia tradizionale rivoluzionando la scena teatrale con l'invenzione del metateatro. Sarà infatti dal 1921, con la messa in scena di Sei personaggi in cerca d'autore, che la scelta teatrale diventerà irreversibile e praticata senza più incertezze fino alla morte. Un percorso che dal 1913 - vigilia della Grande guerra che vede la pubblicazione del romanzo storico I vecchi e i giovani, arriva al 1934 quando sulla rivista "Quadrante" viene pubblicato il secondo atto de I Giganti della montagna, opera che rimarrà incompiuta, e l'Accademia di Svezia conferisce a Pirandello il premio Nobel per la letteratura. In studio con Paolo Mieli il professor Lucio Villari.
Luigi Pirandello. Il teatro dell'esistenza
Luigi Pirandello, più dei futuristi, rappresenta quell'avanguardia che - in altri paesi d'Europa, con nomi diversi - seppe esprimere i tormenti dell'uomo moderno, dopo la crisi della società ottocentesca. Se l'autore si sentiva partecipe della crisi di fine e inizio secolo, è altrettanto vero che egli non si limiterà a vivere e a rappresentare quel disagio, ma traccerà una strada autonoma in letteratura capace d'interpretare le contraddizioni umane per riderne e al tempo stesso compatirne la sofferenza. A furia di scandagliare, smascherare l'animo dell'uomo nel suo agire, Pirandello si trova quasi naturalmente a superare il modello tipico della drammaturgia tradizionale rivoluzionando la scena teatrale con l'invenzione del metateatro. Sarà infatti dal 1921, con la messa in scena di Sei personaggi in cerca d'autore, che la scelta teatrale diventerà irreversibile e praticata senza più incertezze fino alla morte. Un percorso che dal 1913 - vigilia della Grande guerra che vede la pubblicazione del romanzo storico I vecchi e i giovani, arriva al 1934 quando sulla rivista "Quadrante" viene pubblicato il secondo atto de I Giganti della montagna, opera che rimarrà incompiuta, e l'Accademia di Svezia conferisce a Pirandello il premio Nobel per la letteratura. In studio con Paolo Mieli il professor Lucio Villari.
Luigi Pirandello. Il teatro dell'esistenza
Luigi Pirandello, più dei futuristi, rappresenta quell'avanguardia che - in altri paesi d'Europa, con nomi diversi - seppe esprimere i tormenti dell'uomo moderno, dopo la crisi della società ottocentesca. Se l'autore si sentiva partecipe della crisi di fine e inizio secolo, è altrettanto vero che egli non si limiterà a vivere e a rappresentare quel disagio, ma traccerà una strada autonoma in letteratura capace d'interpretare le contraddizioni umane per riderne e al tempo stesso compatirne la sofferenza. A furia di scandagliare, smascherare l'animo dell'uomo nel suo agire, Pirandello si trova quasi naturalmente a superare il modello tipico della drammaturgia tradizionale rivoluzionando la scena teatrale con l'invenzione del metateatro. Sarà infatti dal 1921, con la messa in scena di Sei personaggi in cerca d'autore, che la scelta teatrale diventerà irreversibile e praticata senza più incertezze fino alla morte. Un percorso che dal 1913 - vigilia della Grande guerra che vede la pubblicazione del romanzo storico I vecchi e i giovani, arriva al 1934 quando sulla rivista "Quadrante" viene pubblicato il secondo atto de I Giganti della montagna, opera che rimarrà incompiuta, e l'Accademia di Svezia conferisce a Pirandello il premio Nobel per la letteratura. In studio con Paolo Mieli il professor Lucio Villari.
I Gracchi. Due fratelli per il popolo
"Questi sono i miei gioielli" così, secondo la tradizione popolare, Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, e sposa di Tiberio Sempronio Gracco, indicò i suoi figli. Tiberio e Gaio Gracco, per tutti, i Gracchi, appartenevano ad una delle famiglie più illustri di Roma. In un periodo carico di particolari tensioni sociali, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica romana, dove cercheranno di porre fine allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di dividere in modo più equo i frutti dei successi militari di Roma, per migliorare le condizioni del popolo. Con nuove leggi, distribuirono l'agro pubblico ai cittadini romani più poveri e proposero una serie di riforme ispirate a una nuova concezione dello stato. Sfidando il potere dell'aristocrazia senatoria, aprirono una frattura politica destinata a segnare a lungo la storia di Roma. La loro fine violenta mostrò la profonda crisi della Repubblica. In studio con Paolo Mieli il professor Umberto Roberto.
Luigi Pirandello. Il teatro dell'esistenza
Luigi Pirandello, più dei futuristi, rappresenta quell'avanguardia che - in altri paesi d'Europa, con nomi diversi - seppe esprimere i tormenti dell'uomo moderno, dopo la crisi della società ottocentesca. Se l'autore si sentiva partecipe della crisi di fine e inizio secolo, è altrettanto vero che egli non si limiterà a vivere e a rappresentare quel disagio, ma traccerà una strada autonoma in letteratura capace d'interpretare le contraddizioni umane per riderne e al tempo stesso compatirne la sofferenza. A furia di scandagliare, smascherare l'animo dell'uomo nel suo agire, Pirandello si trova quasi naturalmente a superare il modello tipico della drammaturgia tradizionale rivoluzionando la scena teatrale con l'invenzione del metateatro. Sarà infatti dal 1921, con la messa in scena di Sei personaggi in cerca d'autore, che la scelta teatrale diventerà irreversibile e praticata senza più incertezze fino alla morte. Un percorso che dal 1913 - vigilia della Grande guerra che vede la pubblicazione del romanzo storico I vecchi e i giovani, arriva al 1934 quando sulla rivista "Quadrante" viene pubblicato il secondo atto de I Giganti della montagna, opera che rimarrà incompiuta, e l'Accademia di Svezia conferisce a Pirandello il premio Nobel per la letteratura. In studio con Paolo Mieli il professor Lucio Villari.
I Gracchi. Due fratelli per il popolo
"Questi sono i miei gioielli" così, secondo la tradizione popolare, Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, e sposa di Tiberio Sempronio Gracco, indicò i suoi figli. Tiberio e Gaio Gracco, per tutti, i Gracchi, appartenevano ad una delle famiglie più illustri di Roma. In un periodo carico di particolari tensioni sociali, si affacciarono giovanissimi sulla scena politica romana, dove cercheranno di porre fine allo strapotere dell'aristocrazia senatoria e di dividere in modo più equo i frutti dei successi militari di Roma, per migliorare le condizioni del popolo. Con nuove leggi, distribuirono l'agro pubblico ai cittadini romani più poveri e proposero una serie di riforme ispirate a una nuova concezione dello stato. Sfidando il potere dell'aristocrazia senatoria, aprirono una frattura politica destinata a segnare a lungo la storia di Roma. La loro fine violenta mostrò la profonda crisi della Repubblica. In studio con Paolo Mieli il professor Umberto Roberto.
domenica 30 agosto 20265 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia14:20Rai Storia20:30Rai Storia
Il biennio rosso
1919-1920. L'Italia, da poco uscita dalla Prima guerra mondiale, attraversa una fase di convulse agitazioni sociali e di profondi mutamenti negli equilibri politici. È il cosiddetto Biennio Rosso. Mentre disoccupazione, inflazione e prezzi aumentano, le principali città italiane diventano teatro di una serie di violenti tumulti contro il carovita. Nelle fabbriche gli operai danno vita a una grande ondata di agitazioni sindacali per ottenere migliori condizioni di lavoro, e nelle campagne del centro-sud i contadini si mobilitano per strappare ai proprietari terrieri contratti più favorevoli. "Fare come in Russia" diventa la parola d'ordine delle avanguardie che inneggiano alla rivoluzione socialista. I conflitti sociali conoscono il loro momento più drammatico nell'estate-autunno del 1920 con quando mezzo milioni di lavoratori occupano le fabbriche. In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Il biennio rosso
1919-1920. L'Italia, da poco uscita dalla Prima guerra mondiale, attraversa una fase di convulse agitazioni sociali e di profondi mutamenti negli equilibri politici. È il cosiddetto Biennio Rosso. Mentre disoccupazione, inflazione e prezzi aumentano, le principali città italiane diventano teatro di una serie di violenti tumulti contro il carovita. Nelle fabbriche gli operai danno vita a una grande ondata di agitazioni sindacali per ottenere migliori condizioni di lavoro, e nelle campagne del centro-sud i contadini si mobilitano per strappare ai proprietari terrieri contratti più favorevoli. "Fare come in Russia" diventa la parola d'ordine delle avanguardie che inneggiano alla rivoluzione socialista. I conflitti sociali conoscono il loro momento più drammatico nell'estate-autunno del 1920 con quando mezzo milioni di lavoratori occupano le fabbriche. In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Il biennio rosso
1919-1920. L'Italia, da poco uscita dalla Prima guerra mondiale, attraversa una fase di convulse agitazioni sociali e di profondi mutamenti negli equilibri politici. È il cosiddetto Biennio Rosso. Mentre disoccupazione, inflazione e prezzi aumentano, le principali città italiane diventano teatro di una serie di violenti tumulti contro il carovita. Nelle fabbriche gli operai danno vita a una grande ondata di agitazioni sindacali per ottenere migliori condizioni di lavoro, e nelle campagne del centro-sud i contadini si mobilitano per strappare ai proprietari terrieri contratti più favorevoli. "Fare come in Russia" diventa la parola d'ordine delle avanguardie che inneggiano alla rivoluzione socialista. I conflitti sociali conoscono il loro momento più drammatico nell'estate-autunno del 1920 con quando mezzo milioni di lavoratori occupano le fabbriche. In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Il biennio rosso
1919-1920. L'Italia, da poco uscita dalla Prima guerra mondiale, attraversa una fase di convulse agitazioni sociali e di profondi mutamenti negli equilibri politici. È il cosiddetto Biennio Rosso. Mentre disoccupazione, inflazione e prezzi aumentano, le principali città italiane diventano teatro di una serie di violenti tumulti contro il carovita. Nelle fabbriche gli operai danno vita a una grande ondata di agitazioni sindacali per ottenere migliori condizioni di lavoro, e nelle campagne del centro-sud i contadini si mobilitano per strappare ai proprietari terrieri contratti più favorevoli. "Fare come in Russia" diventa la parola d'ordine delle avanguardie che inneggiano alla rivoluzione socialista. I conflitti sociali conoscono il loro momento più drammatico nell'estate-autunno del 1920 con quando mezzo milioni di lavoratori occupano le fabbriche. In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Luigi Pirandello. Il teatro dell'esistenza
Luigi Pirandello, più dei futuristi, rappresenta quell'avanguardia che - in altri paesi d'Europa, con nomi diversi - seppe esprimere i tormenti dell'uomo moderno, dopo la crisi della società ottocentesca. Se l'autore si sentiva partecipe della crisi di fine e inizio secolo, è altrettanto vero che egli non si limiterà a vivere e a rappresentare quel disagio, ma traccerà una strada autonoma in letteratura capace d'interpretare le contraddizioni umane per riderne e al tempo stesso compatirne la sofferenza. A furia di scandagliare, smascherare l'animo dell'uomo nel suo agire, Pirandello si trova quasi naturalmente a superare il modello tipico della drammaturgia tradizionale rivoluzionando la scena teatrale con l'invenzione del metateatro. Sarà infatti dal 1921, con la messa in scena di Sei personaggi in cerca d'autore, che la scelta teatrale diventerà irreversibile e praticata senza più incertezze fino alla morte. Un percorso che dal 1913 - vigilia della Grande guerra che vede la pubblicazione del romanzo storico I vecchi e i giovani, arriva al 1934 quando sulla rivista "Quadrante" viene pubblicato il secondo atto de I Giganti della montagna, opera che rimarrà incompiuta, e l'Accademia di Svezia conferisce a Pirandello il premio Nobel per la letteratura. In studio con Paolo Mieli il professor Lucio Villari.
sabato 29 agosto 20265 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:20Rai Storia20:30Rai Storia
Teoderico il Grande. Il sogno della coesistenza
Capo degli ostrogoti, educato alla corte del Regno di Costantinopoli, viene mandato in Italia per sconfiggere Odoacre, il barbaro che aveva deposto l'ultimo Imperatore romano d'Occidente. Teoderico seppe governare l'Italia dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tentando una difficile sintesi tra eredità romana e potere germanico. Sotto di lui Ravenna divenne capitale di un regno romano nelle istituzioni e gotico nella forza militare. Ma la convivenza tra goti e romani si rivelerà molto debole, ultimo fragile equilibrio prima della guerra greco-gotica e la fine del regno ostrogoto. Teoderico muore il 30 agosto del 526 d.C. – 1500 anni fa – a Ravenna, dopo oltre trent'anni di regno e il sogno d'integrazione tra i due popoli italici si infrange per sempre. In studio con Paolo Mieli, il professor Umberto Roberto.
Teoderico il Grande. Il sogno della coesistenza
Capo degli ostrogoti, educato alla corte del Regno di Costantinopoli, viene mandato in Italia per sconfiggere Odoacre, il barbaro che aveva deposto l'ultimo Imperatore romano d'Occidente. Teoderico seppe governare l'Italia dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tentando una difficile sintesi tra eredità romana e potere germanico. Sotto di lui Ravenna divenne capitale di un regno romano nelle istituzioni e gotico nella forza militare. Ma la convivenza tra goti e romani si rivelerà molto debole, ultimo fragile equilibrio prima della guerra greco-gotica e la fine del regno ostrogoto. Teoderico muore il 30 agosto del 526 d.C. – 1500 anni fa – a Ravenna, dopo oltre trent'anni di regno e il sogno d'integrazione tra i due popoli italici si infrange per sempre. In studio con Paolo Mieli, il professor Umberto Roberto.
Teoderico il Grande. Il sogno della coesistenza
Capo degli ostrogoti, educato alla corte del Regno di Costantinopoli, viene mandato in Italia per sconfiggere Odoacre, il barbaro che aveva deposto l'ultimo Imperatore romano d'Occidente. Teoderico seppe governare l'Italia dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tentando una difficile sintesi tra eredità romana e potere germanico. Sotto di lui Ravenna divenne capitale di un regno romano nelle istituzioni e gotico nella forza militare. Ma la convivenza tra goti e romani si rivelerà molto debole, ultimo fragile equilibrio prima della guerra greco-gotica e la fine del regno ostrogoto. Teoderico muore il 30 agosto del 526 d.C. – 1500 anni fa – a Ravenna, dopo oltre trent'anni di regno e il sogno d'integrazione tra i due popoli italici si infrange per sempre. In studio con Paolo Mieli, il professor Umberto Roberto.
Teoderico il Grande. Il sogno della coesistenza
Capo degli ostrogoti, educato alla corte del Regno di Costantinopoli, viene mandato in Italia per sconfiggere Odoacre, il barbaro che aveva deposto l'ultimo Imperatore romano d'Occidente. Teoderico seppe governare l'Italia dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tentando una difficile sintesi tra eredità romana e potere germanico. Sotto di lui Ravenna divenne capitale di un regno romano nelle istituzioni e gotico nella forza militare. Ma la convivenza tra goti e romani si rivelerà molto debole, ultimo fragile equilibrio prima della guerra greco-gotica e la fine del regno ostrogoto. Teoderico muore il 30 agosto del 526 d.C. – 1500 anni fa – a Ravenna, dopo oltre trent'anni di regno e il sogno d'integrazione tra i due popoli italici si infrange per sempre. In studio con Paolo Mieli, il professor Umberto Roberto.
Il biennio rosso
1919-1920. L'Italia, da poco uscita dalla Prima guerra mondiale, attraversa una fase di convulse agitazioni sociali e di profondi mutamenti negli equilibri politici. È il cosiddetto Biennio Rosso. Mentre disoccupazione, inflazione e prezzi aumentano, le principali città italiane diventano teatro di una serie di violenti tumulti contro il carovita. Nelle fabbriche gli operai danno vita a una grande ondata di agitazioni sindacali per ottenere migliori condizioni di lavoro, e nelle campagne del centro-sud i contadini si mobilitano per strappare ai proprietari terrieri contratti più favorevoli. "Fare come in Russia" diventa la parola d'ordine delle avanguardie che inneggiano alla rivoluzione socialista. I conflitti sociali conoscono il loro momento più drammatico nell'estate-autunno del 1920 con quando mezzo milioni di lavoratori occupano le fabbriche. In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
venerdì 28 agosto 20266 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Il Cantagiro tra boom e contestazione
Una vera e propria folla in delirio per i cantanti. Questo scatenava, al suo passaggio nelle città e nei paesi italiani, il Cantagiro, una manifestazione canora che, durante gli anni Sessanta, ha persino insidiato il primato del festival di Sanremo. I cantanti più amati dal pubblico non sono mai stati così vicini, così a portata di mano degli occhi, delle orecchie, degli abbracci dei fans. E quei concerti dal vivo, quelle sfide davanti a una folla calorosa hanno segnato l'esplosione della musica leggera italiana e del mercato discografico. Ma... non sono solo canzonette, perché ricordare quell'evento significa rivivere le speranze e anche le inquietudini di un Paese travolto da profonde trasformazioni. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Ferdinando Fasce.
Il Cantagiro tra boom e contestazione
Una vera e propria folla in delirio per i cantanti. Questo scatenava, al suo passaggio nelle città e nei paesi italiani, il Cantagiro, una manifestazione canora che, durante gli anni Sessanta, ha persino insidiato il primato del festival di Sanremo. I cantanti più amati dal pubblico non sono mai stati così vicini, così a portata di mano degli occhi, delle orecchie, degli abbracci dei fans. E quei concerti dal vivo, quelle sfide davanti a una folla calorosa hanno segnato l'esplosione della musica leggera italiana e del mercato discografico. Ma... non sono solo canzonette, perché ricordare quell'evento significa rivivere le speranze e anche le inquietudini di un Paese travolto da profonde trasformazioni. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Ferdinando Fasce.
Il Cantagiro tra boom e contestazione
Una vera e propria folla in delirio per i cantanti. Questo scatenava, al suo passaggio nelle città e nei paesi italiani, il Cantagiro, una manifestazione canora che, durante gli anni Sessanta, ha persino insidiato il primato del festival di Sanremo. I cantanti più amati dal pubblico non sono mai stati così vicini, così a portata di mano degli occhi, delle orecchie, degli abbracci dei fans. E quei concerti dal vivo, quelle sfide davanti a una folla calorosa hanno segnato l'esplosione della musica leggera italiana e del mercato discografico. Ma... non sono solo canzonette, perché ricordare quell'evento significa rivivere le speranze e anche le inquietudini di un Paese travolto da profonde trasformazioni. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Ferdinando Fasce.
Teoderico il Grande. Il sogno della coesistenza
Capo degli ostrogoti, educato alla corte del Regno di Costantinopoli, viene mandato in Italia per sconfiggere Odoacre, il barbaro che aveva deposto l'ultimo Imperatore romano d'Occidente. Teoderico seppe governare l'Italia dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tentando una difficile sintesi tra eredità romana e potere germanico. Sotto di lui Ravenna divenne capitale di un regno romano nelle istituzioni e gotico nella forza militare. Ma la convivenza tra goti e romani si rivelerà molto debole, ultimo fragile equilibrio prima della guerra greco-gotica e la fine del regno ostrogoto. Teoderico muore il 30 agosto del 526 d.C. – 1500 anni fa – a Ravenna, dopo oltre trent'anni di regno e il sogno d'integrazione tra i due popoli italici si infrange per sempre. In studio con Paolo Mieli, il professor Umberto Roberto.
Il Cantagiro tra boom e contestazione
Una vera e propria folla in delirio per i cantanti. Questo scatenava, al suo passaggio nelle città e nei paesi italiani, il Cantagiro, una manifestazione canora che, durante gli anni Sessanta, ha persino insidiato il primato del festival di Sanremo. I cantanti più amati dal pubblico non sono mai stati così vicini, così a portata di mano degli occhi, delle orecchie, degli abbracci dei fans. E quei concerti dal vivo, quelle sfide davanti a una folla calorosa hanno segnato l'esplosione della musica leggera italiana e del mercato discografico. Ma... non sono solo canzonette, perché ricordare quell'evento significa rivivere le speranze e anche le inquietudini di un Paese travolto da profonde trasformazioni. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Ferdinando Fasce.
Teoderico il Grande. Il sogno della coesistenza
Capo degli ostrogoti, educato alla corte del Regno di Costantinopoli, viene mandato in Italia per sconfiggere Odoacre, il barbaro che aveva deposto l'ultimo Imperatore romano d'Occidente. Teoderico seppe governare l'Italia dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, tentando una difficile sintesi tra eredità romana e potere germanico. Sotto di lui Ravenna divenne capitale di un regno romano nelle istituzioni e gotico nella forza militare. Ma la convivenza tra goti e romani si rivelerà molto debole, ultimo fragile equilibrio prima della guerra greco-gotica e la fine del regno ostrogoto. Teoderico muore il 30 agosto del 526 d.C. – 1500 anni fa – a Ravenna, dopo oltre trent'anni di regno e il sogno d'integrazione tra i due popoli italici si infrange per sempre. In studio con Paolo Mieli, il professor Umberto Roberto.
giovedì 27 agosto 20266 puntate
00:50Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
L’Inghilterra degli Hooligans
La figura del tifoso "hooligan" nasce in Inghilterra quando il calcio diventa uno sport di massa ed è subito accompagnata da risvolti problematici: già tra fine Ottocento e primo Novecento negli stadi compaiono violenze e rituali di sfida tra tifosi. Dopo la Seconda guerra mondiale il fenomeno prende una forma precisa grazie alla spinta delle "subculture giovanili", dai Teddy Boy ai Rocker, ai Mod, agli Skinhead, e viene amplificato dai media, che trasformano il tifoso violento in un simbolo di allarme sociale. Negli anni '70 e '80 le manifestazioni del tifo violento raggiungono il culmine: gruppi organizzati, scontri pianificati e tragedie come quella dell'Heysel lo rendono un fenomeno noto in tutta Europa. Solo nel corso degli anni '90 però, grazie a un mix di prevenzione e repressione, stadi più sicuri e interessi economici, il fenomeno conosce un reale declino. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gianni Silei.
L’Inghilterra degli Hooligans
La figura del tifoso "hooligan" nasce in Inghilterra quando il calcio diventa uno sport di massa ed è subito accompagnata da risvolti problematici: già tra fine Ottocento e primo Novecento negli stadi compaiono violenze e rituali di sfida tra tifosi. Dopo la Seconda guerra mondiale il fenomeno prende una forma precisa grazie alla spinta delle "subculture giovanili", dai Teddy Boy ai Rocker, ai Mod, agli Skinhead, e viene amplificato dai media, che trasformano il tifoso violento in un simbolo di allarme sociale. Negli anni '70 e '80 le manifestazioni del tifo violento raggiungono il culmine: gruppi organizzati, scontri pianificati e tragedie come quella dell'Heysel lo rendono un fenomeno noto in tutta Europa. Solo nel corso degli anni '90 però, grazie a un mix di prevenzione e repressione, stadi più sicuri e interessi economici, il fenomeno conosce un reale declino. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gianni Silei.
L’Inghilterra degli Hooligans
La figura del tifoso "hooligan" nasce in Inghilterra quando il calcio diventa uno sport di massa ed è subito accompagnata da risvolti problematici: già tra fine Ottocento e primo Novecento negli stadi compaiono violenze e rituali di sfida tra tifosi. Dopo la Seconda guerra mondiale il fenomeno prende una forma precisa grazie alla spinta delle "subculture giovanili", dai Teddy Boy ai Rocker, ai Mod, agli Skinhead, e viene amplificato dai media, che trasformano il tifoso violento in un simbolo di allarme sociale. Negli anni '70 e '80 le manifestazioni del tifo violento raggiungono il culmine: gruppi organizzati, scontri pianificati e tragedie come quella dell'Heysel lo rendono un fenomeno noto in tutta Europa. Solo nel corso degli anni '90 però, grazie a un mix di prevenzione e repressione, stadi più sicuri e interessi economici, il fenomeno conosce un reale declino. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gianni Silei.
Il Cantagiro tra boom e contestazione
Una vera e propria folla in delirio per i cantanti. Questo scatenava, al suo passaggio nelle città e nei paesi italiani, il Cantagiro, una manifestazione canora che, durante gli anni Sessanta, ha persino insidiato il primato del festival di Sanremo. I cantanti più amati dal pubblico non sono mai stati così vicini, così a portata di mano degli occhi, delle orecchie, degli abbracci dei fans. E quei concerti dal vivo, quelle sfide davanti a una folla calorosa hanno segnato l'esplosione della musica leggera italiana e del mercato discografico. Ma... non sono solo canzonette, perché ricordare quell'evento significa rivivere le speranze e anche le inquietudini di un Paese travolto da profonde trasformazioni. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Ferdinando Fasce.
L’Inghilterra degli Hooligans
La figura del tifoso "hooligan" nasce in Inghilterra quando il calcio diventa uno sport di massa ed è subito accompagnata da risvolti problematici: già tra fine Ottocento e primo Novecento negli stadi compaiono violenze e rituali di sfida tra tifosi. Dopo la Seconda guerra mondiale il fenomeno prende una forma precisa grazie alla spinta delle "subculture giovanili", dai Teddy Boy ai Rocker, ai Mod, agli Skinhead, e viene amplificato dai media, che trasformano il tifoso violento in un simbolo di allarme sociale. Negli anni '70 e '80 le manifestazioni del tifo violento raggiungono il culmine: gruppi organizzati, scontri pianificati e tragedie come quella dell'Heysel lo rendono un fenomeno noto in tutta Europa. Solo nel corso degli anni '90 però, grazie a un mix di prevenzione e repressione, stadi più sicuri e interessi economici, il fenomeno conosce un reale declino. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gianni Silei.
Il Cantagiro tra boom e contestazione
Una vera e propria folla in delirio per i cantanti. Questo scatenava, al suo passaggio nelle città e nei paesi italiani, il Cantagiro, una manifestazione canora che, durante gli anni Sessanta, ha persino insidiato il primato del festival di Sanremo. I cantanti più amati dal pubblico non sono mai stati così vicini, così a portata di mano degli occhi, delle orecchie, degli abbracci dei fans. E quei concerti dal vivo, quelle sfide davanti a una folla calorosa hanno segnato l'esplosione della musica leggera italiana e del mercato discografico. Ma... non sono solo canzonette, perché ricordare quell'evento significa rivivere le speranze e anche le inquietudini di un Paese travolto da profonde trasformazioni. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Ferdinando Fasce.
mercoledì 26 agosto 20266 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:15Rai Storia20:35Rai Storia
Senghor, il Presidente Poeta
Giovane studente a Parigi, tornato in Africa diventa uno dei padri della negritude, la riscoperta e riappropriazione delle radici culturali del popolo africano. Léopold Sédar Senghor è tra i fondatori dell'Africa moderna, sulla quale ha lasciato un profondo segno. Nato in Senegal nel 1906, quando il paese era ancora una colonia francese. Laureato alla Sorbona, diventa il primo insegnante nero nelle scuole francesi. Una carriera politica folgorante lo porta da deputato della Costituente francese nel 1945, ad essere eletto, nel 1960, primo Presidente della neonata Repubblica del Senegal indipendente. Figura rarissima nel Novecento, da Presidente Senghor promuove il dialogo interculturale e l'idea di un "socialismo africano". Poeta, con lui la poetica entra nella politica e l'Africa postcoloniale trova una voce capace di trasformare la memoria della dominazione in identità, cultura e futuro. Alla sua morte nel 2001, il presidente francese Jacques Chirac dichiarerà: "La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di stato, l'Africa un visionario e la Francia un amico". In studio con Paolo Mieli, la professoressa Leila El Houssi.
Senghor, il Presidente Poeta
Giovane studente a Parigi, tornato in Africa diventa uno dei padri della negritude, la riscoperta e riappropriazione delle radici culturali del popolo africano. Léopold Sédar Senghor è tra i fondatori dell'Africa moderna, sulla quale ha lasciato un profondo segno. Nato in Senegal nel 1906, quando il paese era ancora una colonia francese. Laureato alla Sorbona, diventa il primo insegnante nero nelle scuole francesi. Una carriera politica folgorante lo porta da deputato della Costituente francese nel 1945, ad essere eletto, nel 1960, primo Presidente della neonata Repubblica del Senegal indipendente. Figura rarissima nel Novecento, da Presidente Senghor promuove il dialogo interculturale e l'idea di un "socialismo africano". Poeta, con lui la poetica entra nella politica e l'Africa postcoloniale trova una voce capace di trasformare la memoria della dominazione in identità, cultura e futuro. Alla sua morte nel 2001, il presidente francese Jacques Chirac dichiarerà: "La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di stato, l'Africa un visionario e la Francia un amico". In studio con Paolo Mieli, la professoressa Leila El Houssi.
Charles Lindbergh, l'aviatore che sorvolò l'Oceano
1927. A 25 anni, Charles Lindbergh a bordo di un piccolo monoplano, compie in solitaria la trasvolata dell'Atlantico, da New York a Parigi, senza scalo. Nessuno era mai riuscito nell'impresa e Lindberg entra nella leggenda. Lindbergh diventa una figura chiave nello sviluppo dell'aviazione commerciale americana e le principali linee aeree se ne contendono la consulenza e il nome. La sua fama diventa planetaria, ispira racconti letterari e cinematografici. Ma, nella primavera del 1932, suo figlio Charles junior, di 20 mesi, viene rapito e ucciso e la sua vita si trasforma in un incubo. Si trasferisce in Europa. Diventa ambasciatore onorario nel settore aeronautico. Visita gli impianti della Luftwaffe, e resta ammirato dall'efficienza e dal progresso tecnologico della Germania nazista. Tornato negli Stati Uniti, nel 1939, convinto della superiorità tecnica tedesca, si batte per il non intervento dell'America in guerra, entrando in polemica con l'amministrazione Roosevelt. La sua reputazione è ormai compromessa dal sospetto di tradimento e dalle accuse di filo-nazismo.
L’Inghilterra degli Hooligans
La figura del tifoso "hooligan" nasce in Inghilterra quando il calcio diventa uno sport di massa ed è subito accompagnata da risvolti problematici: già tra fine Ottocento e primo Novecento negli stadi compaiono violenze e rituali di sfida tra tifosi. Dopo la Seconda guerra mondiale il fenomeno prende una forma precisa grazie alla spinta delle "subculture giovanili", dai Teddy Boy ai Rocker, ai Mod, agli Skinhead, e viene amplificato dai media, che trasformano il tifoso violento in un simbolo di allarme sociale. Negli anni '70 e '80 le manifestazioni del tifo violento raggiungono il culmine: gruppi organizzati, scontri pianificati e tragedie come quella dell'Heysel lo rendono un fenomeno noto in tutta Europa. Solo nel corso degli anni '90 però, grazie a un mix di prevenzione e repressione, stadi più sicuri e interessi economici, il fenomeno conosce un reale declino. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gianni Silei.
Charles Lindbergh, l'aviatore che sorvolò l'Oceano
1927. A 25 anni, Charles Lindbergh a bordo di un piccolo monoplano, compie in solitaria la trasvolata dell'Atlantico, da New York a Parigi, senza scalo. Nessuno era mai riuscito nell'impresa e Lindberg entra nella leggenda. Lindbergh diventa una figura chiave nello sviluppo dell'aviazione commerciale americana e le principali linee aeree se ne contendono la consulenza e il nome. La sua fama diventa planetaria, ispira racconti letterari e cinematografici. Ma, nella primavera del 1932, suo figlio Charles junior, di 20 mesi, viene rapito e ucciso e la sua vita si trasforma in un incubo. Si trasferisce in Europa. Diventa ambasciatore onorario nel settore aeronautico. Visita gli impianti della Luftwaffe, e resta ammirato dall'efficienza e dal progresso tecnologico della Germania nazista. Tornato negli Stati Uniti, nel 1939, convinto della superiorità tecnica tedesca, si batte per il non intervento dell'America in guerra, entrando in polemica con l'amministrazione Roosevelt. La sua reputazione è ormai compromessa dal sospetto di tradimento e dalle accuse di filo-nazismo.
L’Inghilterra degli Hooligans
La figura del tifoso "hooligan" nasce in Inghilterra quando il calcio diventa uno sport di massa ed è subito accompagnata da risvolti problematici: già tra fine Ottocento e primo Novecento negli stadi compaiono violenze e rituali di sfida tra tifosi. Dopo la Seconda guerra mondiale il fenomeno prende una forma precisa grazie alla spinta delle "subculture giovanili", dai Teddy Boy ai Rocker, ai Mod, agli Skinhead, e viene amplificato dai media, che trasformano il tifoso violento in un simbolo di allarme sociale. Negli anni '70 e '80 le manifestazioni del tifo violento raggiungono il culmine: gruppi organizzati, scontri pianificati e tragedie come quella dell'Heysel lo rendono un fenomeno noto in tutta Europa. Solo nel corso degli anni '90 però, grazie a un mix di prevenzione e repressione, stadi più sicuri e interessi economici, il fenomeno conosce un reale declino. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Gianni Silei.
martedì 25 agosto 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Gibellina tra memoria e utopia
Da quando, il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante colpisce la Sicilia occidentale e spazza via la Valle del Belìce, inizia un lungo e complesso percorso di rinascita. Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell'arte? È la grande utopia di Gibellina, simbolo della condizione esistenziale contemporanea, sospesa tra distruzione e rinascita. Tra le rovine di quel mondo "arcaico", estraneo alla frenesia del miracolo economico, si fa strada un'idea che appare inaudita: non limitarsi a ricostruire, bensì reinventare. A guidare questa visione è il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che immagina una città nuova capace di rifiorire nel segno dell'arte. Gibellina rinasce così a valle, diventando un cantiere creativo a cielo aperto. E mentre sulle rovine della vecchia Gibellina si stende il Grande Cretto di Alberto Burri, che, come un sudario di cemento, restituisce forma e memoria a una città scomparsa, nella città nuova artisti accorsi da tutta Italia e dall'estero progettano piazze, scolpiscono paesaggi, costruiscono simboli. Emanuela Lucchetti ci guiderà sui luoghi che hanno fatto di Gibellina un modello internazionale di rinascita culturale. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Cristina Costanzo.
Gibellina tra memoria e utopia
Da quando, il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante colpisce la Sicilia occidentale e spazza via la Valle del Belìce, inizia un lungo e complesso percorso di rinascita. Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell'arte? È la grande utopia di Gibellina, simbolo della condizione esistenziale contemporanea, sospesa tra distruzione e rinascita. Tra le rovine di quel mondo "arcaico", estraneo alla frenesia del miracolo economico, si fa strada un'idea che appare inaudita: non limitarsi a ricostruire, bensì reinventare. A guidare questa visione è il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che immagina una città nuova capace di rifiorire nel segno dell'arte. Gibellina rinasce così a valle, diventando un cantiere creativo a cielo aperto. E mentre sulle rovine della vecchia Gibellina si stende il Grande Cretto di Alberto Burri, che, come un sudario di cemento, restituisce forma e memoria a una città scomparsa, nella città nuova artisti accorsi da tutta Italia e dall'estero progettano piazze, scolpiscono paesaggi, costruiscono simboli. Emanuela Lucchetti ci guiderà sui luoghi che hanno fatto di Gibellina un modello internazionale di rinascita culturale. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Cristina Costanzo.
Gibellina tra memoria e utopia
Da quando, il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante colpisce la Sicilia occidentale e spazza via la Valle del Belìce, inizia un lungo e complesso percorso di rinascita. Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell'arte? È la grande utopia di Gibellina, simbolo della condizione esistenziale contemporanea, sospesa tra distruzione e rinascita. Tra le rovine di quel mondo "arcaico", estraneo alla frenesia del miracolo economico, si fa strada un'idea che appare inaudita: non limitarsi a ricostruire, bensì reinventare. A guidare questa visione è il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che immagina una città nuova capace di rifiorire nel segno dell'arte. Gibellina rinasce così a valle, diventando un cantiere creativo a cielo aperto. E mentre sulle rovine della vecchia Gibellina si stende il Grande Cretto di Alberto Burri, che, come un sudario di cemento, restituisce forma e memoria a una città scomparsa, nella città nuova artisti accorsi da tutta Italia e dall'estero progettano piazze, scolpiscono paesaggi, costruiscono simboli. Emanuela Lucchetti ci guiderà sui luoghi che hanno fatto di Gibellina un modello internazionale di rinascita culturale. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Cristina Costanzo.
Senghor, il Presidente Poeta
Giovane studente a Parigi, tornato in Africa diventa uno dei padri della negritude, la riscoperta e riappropriazione delle radici culturali del popolo africano. Léopold Sédar Senghor è tra i fondatori dell'Africa moderna, sulla quale ha lasciato un profondo segno. Nato in Senegal nel 1906, quando il paese era ancora una colonia francese. Laureato alla Sorbona, diventa il primo insegnante nero nelle scuole francesi. Una carriera politica folgorante lo porta da deputato della Costituente francese nel 1945, ad essere eletto, nel 1960, primo Presidente della neonata Repubblica del Senegal indipendente. Figura rarissima nel Novecento, da Presidente Senghor promuove il dialogo interculturale e l'idea di un "socialismo africano". Poeta, con lui la poetica entra nella politica e l'Africa postcoloniale trova una voce capace di trasformare la memoria della dominazione in identità, cultura e futuro. Alla sua morte nel 2001, il presidente francese Jacques Chirac dichiarerà: "La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di stato, l'Africa un visionario e la Francia un amico". In studio con Paolo Mieli, la professoressa Leila El Houssi.
Gibellina tra memoria e utopia
Da quando, il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante colpisce la Sicilia occidentale e spazza via la Valle del Belìce, inizia un lungo e complesso percorso di rinascita. Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell'arte? È la grande utopia di Gibellina, simbolo della condizione esistenziale contemporanea, sospesa tra distruzione e rinascita. Tra le rovine di quel mondo "arcaico", estraneo alla frenesia del miracolo economico, si fa strada un'idea che appare inaudita: non limitarsi a ricostruire, bensì reinventare. A guidare questa visione è il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che immagina una città nuova capace di rifiorire nel segno dell'arte. Gibellina rinasce così a valle, diventando un cantiere creativo a cielo aperto. E mentre sulle rovine della vecchia Gibellina si stende il Grande Cretto di Alberto Burri, che, come un sudario di cemento, restituisce forma e memoria a una città scomparsa, nella città nuova artisti accorsi da tutta Italia e dall'estero progettano piazze, scolpiscono paesaggi, costruiscono simboli. Emanuela Lucchetti ci guiderà sui luoghi che hanno fatto di Gibellina un modello internazionale di rinascita culturale. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Cristina Costanzo.
Senghor, il Presidente Poeta
Giovane studente a Parigi, tornato in Africa diventa uno dei padri della negritude, la riscoperta e riappropriazione delle radici culturali del popolo africano. Léopold Sédar Senghor è tra i fondatori dell'Africa moderna, sulla quale ha lasciato un profondo segno. Nato in Senegal nel 1906, quando il paese era ancora una colonia francese. Laureato alla Sorbona, diventa il primo insegnante nero nelle scuole francesi. Una carriera politica folgorante lo porta da deputato della Costituente francese nel 1945, ad essere eletto, nel 1960, primo Presidente della neonata Repubblica del Senegal indipendente. Figura rarissima nel Novecento, da Presidente Senghor promuove il dialogo interculturale e l'idea di un "socialismo africano". Poeta, con lui la poetica entra nella politica e l'Africa postcoloniale trova una voce capace di trasformare la memoria della dominazione in identità, cultura e futuro. Alla sua morte nel 2001, il presidente francese Jacques Chirac dichiarerà: "La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di stato, l'Africa un visionario e la Francia un amico". In studio con Paolo Mieli, la professoressa Leila El Houssi.
lunedì 24 agosto 20266 puntate
01:50Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:35Rai Storia
Ugo Foscolo. La bellezza e la poesia civile
Quella di Ugo Foscolo, figura emblematica del nostro romanticismo, è stata una vita intensa, travagliata, fatta di fughe, amori, conflitti, tanto ideologici quanto militari e letterari. Come in quasi nessun altro autore della nostra tradizione, nelle sue opere hanno giocato un ruolo decisivo sentimenti e convinzioni contraddittori. La sua condizione di esule, elemento centrale nella sua poetica, lo portò a una profonda riflessione sulla condizione umana e sul ruolo dell'intellettuale in un'epoca di cambiamenti cruciali per la storia europea. Eppure, è spettato proprio ad uno scrittore come lui - nato oltremare da madre greca che apprende la lingua italiana solo da adulto - lasciare una confessione tanto esplicita e inequivocabile, circa il proprio impegno civile e la propria "consapevolezza patria". Un sentimento che si nutre della memoria dei grandi, celebrati nei "Sepolcri" come esempi di virtù per le generazioni future, e che trova nella bellezza ideale de "Le Grazie" la sua più alta espressione, unendo così impegno civile e ricerca estetica in un messaggio di eterno valore. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Ugo Foscolo. La bellezza e la poesia civile
Quella di Ugo Foscolo, figura emblematica del nostro romanticismo, è stata una vita intensa, travagliata, fatta di fughe, amori, conflitti, tanto ideologici quanto militari e letterari. Come in quasi nessun altro autore della nostra tradizione, nelle sue opere hanno giocato un ruolo decisivo sentimenti e convinzioni contraddittori. La sua condizione di esule, elemento centrale nella sua poetica, lo portò a una profonda riflessione sulla condizione umana e sul ruolo dell'intellettuale in un'epoca di cambiamenti cruciali per la storia europea. Eppure, è spettato proprio ad uno scrittore come lui - nato oltremare da madre greca che apprende la lingua italiana solo da adulto - lasciare una confessione tanto esplicita e inequivocabile, circa il proprio impegno civile e la propria "consapevolezza patria". Un sentimento che si nutre della memoria dei grandi, celebrati nei "Sepolcri" come esempi di virtù per le generazioni future, e che trova nella bellezza ideale de "Le Grazie" la sua più alta espressione, unendo così impegno civile e ricerca estetica in un messaggio di eterno valore. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Ugo Foscolo. La bellezza e la poesia civile
Quella di Ugo Foscolo, figura emblematica del nostro romanticismo, è stata una vita intensa, travagliata, fatta di fughe, amori, conflitti, tanto ideologici quanto militari e letterari. Come in quasi nessun altro autore della nostra tradizione, nelle sue opere hanno giocato un ruolo decisivo sentimenti e convinzioni contraddittori. La sua condizione di esule, elemento centrale nella sua poetica, lo portò a una profonda riflessione sulla condizione umana e sul ruolo dell'intellettuale in un'epoca di cambiamenti cruciali per la storia europea. Eppure, è spettato proprio ad uno scrittore come lui - nato oltremare da madre greca che apprende la lingua italiana solo da adulto - lasciare una confessione tanto esplicita e inequivocabile, circa il proprio impegno civile e la propria "consapevolezza patria". Un sentimento che si nutre della memoria dei grandi, celebrati nei "Sepolcri" come esempi di virtù per le generazioni future, e che trova nella bellezza ideale de "Le Grazie" la sua più alta espressione, unendo così impegno civile e ricerca estetica in un messaggio di eterno valore. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Gibellina tra memoria e utopia
Da quando, il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante colpisce la Sicilia occidentale e spazza via la Valle del Belìce, inizia un lungo e complesso percorso di rinascita. Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell'arte? È la grande utopia di Gibellina, simbolo della condizione esistenziale contemporanea, sospesa tra distruzione e rinascita. Tra le rovine di quel mondo "arcaico", estraneo alla frenesia del miracolo economico, si fa strada un'idea che appare inaudita: non limitarsi a ricostruire, bensì reinventare. A guidare questa visione è il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che immagina una città nuova capace di rifiorire nel segno dell'arte. Gibellina rinasce così a valle, diventando un cantiere creativo a cielo aperto. E mentre sulle rovine della vecchia Gibellina si stende il Grande Cretto di Alberto Burri, che, come un sudario di cemento, restituisce forma e memoria a una città scomparsa, nella città nuova artisti accorsi da tutta Italia e dall'estero progettano piazze, scolpiscono paesaggi, costruiscono simboli. Emanuela Lucchetti ci guiderà sui luoghi che hanno fatto di Gibellina un modello internazionale di rinascita culturale. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Cristina Costanzo.
Ugo Foscolo. La bellezza e la poesia civile
Quella di Ugo Foscolo, figura emblematica del nostro romanticismo, è stata una vita intensa, travagliata, fatta di fughe, amori, conflitti, tanto ideologici quanto militari e letterari. Come in quasi nessun altro autore della nostra tradizione, nelle sue opere hanno giocato un ruolo decisivo sentimenti e convinzioni contraddittori. La sua condizione di esule, elemento centrale nella sua poetica, lo portò a una profonda riflessione sulla condizione umana e sul ruolo dell'intellettuale in un'epoca di cambiamenti cruciali per la storia europea. Eppure, è spettato proprio ad uno scrittore come lui - nato oltremare da madre greca che apprende la lingua italiana solo da adulto - lasciare una confessione tanto esplicita e inequivocabile, circa il proprio impegno civile e la propria "consapevolezza patria". Un sentimento che si nutre della memoria dei grandi, celebrati nei "Sepolcri" come esempi di virtù per le generazioni future, e che trova nella bellezza ideale de "Le Grazie" la sua più alta espressione, unendo così impegno civile e ricerca estetica in un messaggio di eterno valore. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Gibellina tra memoria e utopia
Da quando, il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante colpisce la Sicilia occidentale e spazza via la Valle del Belìce, inizia un lungo e complesso percorso di rinascita. Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell'arte? È la grande utopia di Gibellina, simbolo della condizione esistenziale contemporanea, sospesa tra distruzione e rinascita. Tra le rovine di quel mondo "arcaico", estraneo alla frenesia del miracolo economico, si fa strada un'idea che appare inaudita: non limitarsi a ricostruire, bensì reinventare. A guidare questa visione è il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che immagina una città nuova capace di rifiorire nel segno dell'arte. Gibellina rinasce così a valle, diventando un cantiere creativo a cielo aperto. E mentre sulle rovine della vecchia Gibellina si stende il Grande Cretto di Alberto Burri, che, come un sudario di cemento, restituisce forma e memoria a una città scomparsa, nella città nuova artisti accorsi da tutta Italia e dall'estero progettano piazze, scolpiscono paesaggi, costruiscono simboli. Emanuela Lucchetti ci guiderà sui luoghi che hanno fatto di Gibellina un modello internazionale di rinascita culturale. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Cristina Costanzo.
domenica 23 agosto 20265 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:15Rai Storia14:20Rai Storia20:35Rai Storia
Legge Acerbo. La notte del liberalismo italiano
È una delle leggi elettorali italiane che hanno avuto vita più breve. La cosiddetta legge Acerbo, la riforma maggioritaria del 1923, resta in vigore unicamente per le elezioni dell'aprile 1924. Eppure, nessun'altra riforma elettorale ha avuto conseguenze politiche più profonde, non solo sui rapporti di forza all'interno del Parlamento, ma anche sull'assetto istituzionale del paese. La legge Acerbo è ideata dal duce del fascismo, divenuto primo ministro, per conquistare la maggioranza alla Camera. La sua entrata in vigore rappresenta una tappa decisiva all'affermazione del regime: lo è ancor più della marcia su Roma, che aveva lasciato ancora ampi margini per un ritorno alla normalità statutaria, e più della crisi Matteotti che invece si verifica quando ormai gli spazi di manovra sono pressoché nulli in una Camera ormai dominata dalla maggioranza fascista. A rendere possibile una simile svolta, non è soltanto l'abilità politica di Mussolini, ma anche l'acquiescenza e l'atteggiamento autolesionistico della classe dirigente liberale, che assiste inerte al passaggio dalla democrazia rappresentativa a una sorta di democrazia autoritaria e plebiscitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Legge Acerbo. La notte del liberalismo italiano
È una delle leggi elettorali italiane che hanno avuto vita più breve. La cosiddetta legge Acerbo, la riforma maggioritaria del 1923, resta in vigore unicamente per le elezioni dell'aprile 1924. Eppure, nessun'altra riforma elettorale ha avuto conseguenze politiche più profonde, non solo sui rapporti di forza all'interno del Parlamento, ma anche sull'assetto istituzionale del paese. La legge Acerbo è ideata dal duce del fascismo, divenuto primo ministro, per conquistare la maggioranza alla Camera. La sua entrata in vigore rappresenta una tappa decisiva all'affermazione del regime: lo è ancor più della marcia su Roma, che aveva lasciato ancora ampi margini per un ritorno alla normalità statutaria, e più della crisi Matteotti che invece si verifica quando ormai gli spazi di manovra sono pressoché nulli in una Camera ormai dominata dalla maggioranza fascista. A rendere possibile una simile svolta, non è soltanto l'abilità politica di Mussolini, ma anche l'acquiescenza e l'atteggiamento autolesionistico della classe dirigente liberale, che assiste inerte al passaggio dalla democrazia rappresentativa a una sorta di democrazia autoritaria e plebiscitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Legge Acerbo. La notte del liberalismo italiano
È una delle leggi elettorali italiane che hanno avuto vita più breve. La cosiddetta legge Acerbo, la riforma maggioritaria del 1923, resta in vigore unicamente per le elezioni dell'aprile 1924. Eppure, nessun'altra riforma elettorale ha avuto conseguenze politiche più profonde, non solo sui rapporti di forza all'interno del Parlamento, ma anche sull'assetto istituzionale del paese. La legge Acerbo è ideata dal duce del fascismo, divenuto primo ministro, per conquistare la maggioranza alla Camera. La sua entrata in vigore rappresenta una tappa decisiva all'affermazione del regime: lo è ancor più della marcia su Roma, che aveva lasciato ancora ampi margini per un ritorno alla normalità statutaria, e più della crisi Matteotti che invece si verifica quando ormai gli spazi di manovra sono pressoché nulli in una Camera ormai dominata dalla maggioranza fascista. A rendere possibile una simile svolta, non è soltanto l'abilità politica di Mussolini, ma anche l'acquiescenza e l'atteggiamento autolesionistico della classe dirigente liberale, che assiste inerte al passaggio dalla democrazia rappresentativa a una sorta di democrazia autoritaria e plebiscitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Legge Acerbo. La notte del liberalismo italiano
È una delle leggi elettorali italiane che hanno avuto vita più breve. La cosiddetta legge Acerbo, la riforma maggioritaria del 1923, resta in vigore unicamente per le elezioni dell'aprile 1924. Eppure, nessun'altra riforma elettorale ha avuto conseguenze politiche più profonde, non solo sui rapporti di forza all'interno del Parlamento, ma anche sull'assetto istituzionale del paese. La legge Acerbo è ideata dal duce del fascismo, divenuto primo ministro, per conquistare la maggioranza alla Camera. La sua entrata in vigore rappresenta una tappa decisiva all'affermazione del regime: lo è ancor più della marcia su Roma, che aveva lasciato ancora ampi margini per un ritorno alla normalità statutaria, e più della crisi Matteotti che invece si verifica quando ormai gli spazi di manovra sono pressoché nulli in una Camera ormai dominata dalla maggioranza fascista. A rendere possibile una simile svolta, non è soltanto l'abilità politica di Mussolini, ma anche l'acquiescenza e l'atteggiamento autolesionistico della classe dirigente liberale, che assiste inerte al passaggio dalla democrazia rappresentativa a una sorta di democrazia autoritaria e plebiscitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Ugo Foscolo. La bellezza e la poesia civile
Quella di Ugo Foscolo, figura emblematica del nostro romanticismo, è stata una vita intensa, travagliata, fatta di fughe, amori, conflitti, tanto ideologici quanto militari e letterari. Come in quasi nessun altro autore della nostra tradizione, nelle sue opere hanno giocato un ruolo decisivo sentimenti e convinzioni contraddittori. La sua condizione di esule, elemento centrale nella sua poetica, lo portò a una profonda riflessione sulla condizione umana e sul ruolo dell'intellettuale in un'epoca di cambiamenti cruciali per la storia europea. Eppure, è spettato proprio ad uno scrittore come lui - nato oltremare da madre greca che apprende la lingua italiana solo da adulto - lasciare una confessione tanto esplicita e inequivocabile, circa il proprio impegno civile e la propria "consapevolezza patria". Un sentimento che si nutre della memoria dei grandi, celebrati nei "Sepolcri" come esempi di virtù per le generazioni future, e che trova nella bellezza ideale de "Le Grazie" la sua più alta espressione, unendo così impegno civile e ricerca estetica in un messaggio di eterno valore. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
sabato 22 agosto 20265 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia14:25Rai Storia20:30Rai Storia
Rodolfo Valentino, l'uomo che sedusse l'America
Il giovane Rodolfo Valentino era partito per l'America mosso dall'ambizione e da sogni di grandezza. Da Castellaneta, in provincia di Taranto, approda a Hollywood dove diventa uno dei più popolari divi del cinema muto, il simbolo stesso dell'eleganza e della passionalità. Nel firmamento delle stelle del grande schermo il suo è uno dei primi sguardi magnetici capace di sedurre ed incantare il pubblico, la figura che dà origine allo star system del cinema americano. In studio, con Paolo Mieli, il professor Ernesto Galli Della Loggia.
Rodolfo Valentino, l'uomo che sedusse l'America
Il giovane Rodolfo Valentino era partito per l'America mosso dall'ambizione e da sogni di grandezza. Da Castellaneta, in provincia di Taranto, approda a Hollywood dove diventa uno dei più popolari divi del cinema muto, il simbolo stesso dell'eleganza e della passionalità. Nel firmamento delle stelle del grande schermo il suo è uno dei primi sguardi magnetici capace di sedurre ed incantare il pubblico, la figura che dà origine allo star system del cinema americano. In studio, con Paolo Mieli, il professor Ernesto Galli Della Loggia.
Rodolfo Valentino, l'uomo che sedusse l'America
Il giovane Rodolfo Valentino era partito per l'America mosso dall'ambizione e da sogni di grandezza. Da Castellaneta, in provincia di Taranto, approda a Hollywood dove diventa uno dei più popolari divi del cinema muto, il simbolo stesso dell'eleganza e della passionalità. Nel firmamento delle stelle del grande schermo il suo è uno dei primi sguardi magnetici capace di sedurre ed incantare il pubblico, la figura che dà origine allo star system del cinema americano. In studio, con Paolo Mieli, il professor Ernesto Galli Della Loggia.
Rodolfo Valentino, l'uomo che sedusse l'America
Il giovane Rodolfo Valentino era partito per l'America mosso dall'ambizione e da sogni di grandezza. Da Castellaneta, in provincia di Taranto, approda a Hollywood dove diventa uno dei più popolari divi del cinema muto, il simbolo stesso dell'eleganza e della passionalità. Nel firmamento delle stelle del grande schermo il suo è uno dei primi sguardi magnetici capace di sedurre ed incantare il pubblico, la figura che dà origine allo star system del cinema americano. In studio, con Paolo Mieli, il professor Ernesto Galli Della Loggia.
Legge Acerbo. La notte del liberalismo italiano
È una delle leggi elettorali italiane che hanno avuto vita più breve. La cosiddetta legge Acerbo, la riforma maggioritaria del 1923, resta in vigore unicamente per le elezioni dell'aprile 1924. Eppure, nessun'altra riforma elettorale ha avuto conseguenze politiche più profonde, non solo sui rapporti di forza all'interno del Parlamento, ma anche sull'assetto istituzionale del paese. La legge Acerbo è ideata dal duce del fascismo, divenuto primo ministro, per conquistare la maggioranza alla Camera. La sua entrata in vigore rappresenta una tappa decisiva all'affermazione del regime: lo è ancor più della marcia su Roma, che aveva lasciato ancora ampi margini per un ritorno alla normalità statutaria, e più della crisi Matteotti che invece si verifica quando ormai gli spazi di manovra sono pressoché nulli in una Camera ormai dominata dalla maggioranza fascista. A rendere possibile una simile svolta, non è soltanto l'abilità politica di Mussolini, ma anche l'acquiescenza e l'atteggiamento autolesionistico della classe dirigente liberale, che assiste inerte al passaggio dalla democrazia rappresentativa a una sorta di democrazia autoritaria e plebiscitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
venerdì 21 agosto 20266 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Torino, la Fiat e la grande migrazione
Tra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60 molti italiani abbandonano soprattutto il sud e le aree rurali per cercare fortuna nel nord del paese o all'estero. Cercano un lavoro e quel benessere conosciuto attraverso il cinema, i rotocalchi, la televisione. Le destinazioni sono cambiate rispetto al passato che aveva visto i migranti raggiungere le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania Ovest, la Svizzera, la Francia e le Americhe. Ora, in molti, decidono di cercare fortuna nei distretti industriali e nelle grandi città del centro nord. Torino, da sempre capitale dell'auto, è al centro del più rapido processo di sviluppo industriale che il paese abbia mai conosciuto e diventa la capitale della migrazione interna. Decine di migliaia di meridionali vi arrivano inseguendo il sogno di un impiego alla Fiat, simbolo del boom industriale. Le catene di montaggio della Mirafiori offrono salario e riscatto sociale, ma anche ritmi di lavoro durissimi. In una città completamente impreparata ad accoglierli, i migranti vivono nelle baraccopoli, in periferie improvvisate e le tensioni sociali segneranno profondamente la storia operaia e civile della città. In studio, con Paolo Mieli, il professor Agostino Giovagnoli.
Torino, la Fiat e la grande migrazione
Tra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60 molti italiani abbandonano soprattutto il sud e le aree rurali per cercare fortuna nel nord del paese o all'estero. Cercano un lavoro e quel benessere conosciuto attraverso il cinema, i rotocalchi, la televisione. Le destinazioni sono cambiate rispetto al passato che aveva visto i migranti raggiungere le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania Ovest, la Svizzera, la Francia e le Americhe. Ora, in molti, decidono di cercare fortuna nei distretti industriali e nelle grandi città del centro nord. Torino, da sempre capitale dell'auto, è al centro del più rapido processo di sviluppo industriale che il paese abbia mai conosciuto e diventa la capitale della migrazione interna. Decine di migliaia di meridionali vi arrivano inseguendo il sogno di un impiego alla Fiat, simbolo del boom industriale. Le catene di montaggio della Mirafiori offrono salario e riscatto sociale, ma anche ritmi di lavoro durissimi. In una città completamente impreparata ad accoglierli, i migranti vivono nelle baraccopoli, in periferie improvvisate e le tensioni sociali segneranno profondamente la storia operaia e civile della città. In studio, con Paolo Mieli, il professor Agostino Giovagnoli.
Torino, la Fiat e la grande migrazione
Tra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60 molti italiani abbandonano soprattutto il sud e le aree rurali per cercare fortuna nel nord del paese o all'estero. Cercano un lavoro e quel benessere conosciuto attraverso il cinema, i rotocalchi, la televisione. Le destinazioni sono cambiate rispetto al passato che aveva visto i migranti raggiungere le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania Ovest, la Svizzera, la Francia e le Americhe. Ora, in molti, decidono di cercare fortuna nei distretti industriali e nelle grandi città del centro nord. Torino, da sempre capitale dell'auto, è al centro del più rapido processo di sviluppo industriale che il paese abbia mai conosciuto e diventa la capitale della migrazione interna. Decine di migliaia di meridionali vi arrivano inseguendo il sogno di un impiego alla Fiat, simbolo del boom industriale. Le catene di montaggio della Mirafiori offrono salario e riscatto sociale, ma anche ritmi di lavoro durissimi. In una città completamente impreparata ad accoglierli, i migranti vivono nelle baraccopoli, in periferie improvvisate e le tensioni sociali segneranno profondamente la storia operaia e civile della città. In studio, con Paolo Mieli, il professor Agostino Giovagnoli.
Rodolfo Valentino, l'uomo che sedusse l'America
Il giovane Rodolfo Valentino era partito per l'America mosso dall'ambizione e da sogni di grandezza. Da Castellaneta, in provincia di Taranto, approda a Hollywood dove diventa uno dei più popolari divi del cinema muto, il simbolo stesso dell'eleganza e della passionalità. Nel firmamento delle stelle del grande schermo il suo è uno dei primi sguardi magnetici capace di sedurre ed incantare il pubblico, la figura che dà origine allo star system del cinema americano. In studio, con Paolo Mieli, il professor Ernesto Galli Della Loggia.
Torino, la Fiat e la grande migrazione
Tra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60 molti italiani abbandonano soprattutto il sud e le aree rurali per cercare fortuna nel nord del paese o all'estero. Cercano un lavoro e quel benessere conosciuto attraverso il cinema, i rotocalchi, la televisione. Le destinazioni sono cambiate rispetto al passato che aveva visto i migranti raggiungere le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania Ovest, la Svizzera, la Francia e le Americhe. Ora, in molti, decidono di cercare fortuna nei distretti industriali e nelle grandi città del centro nord. Torino, da sempre capitale dell'auto, è al centro del più rapido processo di sviluppo industriale che il paese abbia mai conosciuto e diventa la capitale della migrazione interna. Decine di migliaia di meridionali vi arrivano inseguendo il sogno di un impiego alla Fiat, simbolo del boom industriale. Le catene di montaggio della Mirafiori offrono salario e riscatto sociale, ma anche ritmi di lavoro durissimi. In una città completamente impreparata ad accoglierli, i migranti vivono nelle baraccopoli, in periferie improvvisate e le tensioni sociali segneranno profondamente la storia operaia e civile della città. In studio, con Paolo Mieli, il professor Agostino Giovagnoli.
Rodolfo Valentino, l'uomo che sedusse l'America
Il giovane Rodolfo Valentino era partito per l'America mosso dall'ambizione e da sogni di grandezza. Da Castellaneta, in provincia di Taranto, approda a Hollywood dove diventa uno dei più popolari divi del cinema muto, il simbolo stesso dell'eleganza e della passionalità. Nel firmamento delle stelle del grande schermo il suo è uno dei primi sguardi magnetici capace di sedurre ed incantare il pubblico, la figura che dà origine allo star system del cinema americano. In studio, con Paolo Mieli, il professor Ernesto Galli Della Loggia.
giovedì 20 agosto 20266 puntate
00:55Rai Storia06:00Rai Storia09:05Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:35Rai Storia
Casanova. Oltre la leggenda
È, nell'immaginario collettivo, l'avventuriero e l'amatore libertino per eccellenza. Giacomo Casanova, scrittore appassionato, spia, viaggiatore instancabile. Un uomo capace di conquistare non soltanto donne d'ogni rango, ma anche principi, senatori, mecenati che lo introducono nelle corti aristocratiche europee e gli accordano amicizia e sostegno. La sua opera di maggior successo, l'Histoire de ma vie, è il racconto di una vita al limite tra realtà e fantasia ed è una testimonianza paradigmatica per comprendere la cultura e lo spirito del secolo dei "lumi". In studio, con Paolo Mieli, il professor Antonio Trampus.
Casanova. Oltre la leggenda
È, nell'immaginario collettivo, l'avventuriero e l'amatore libertino per eccellenza. Giacomo Casanova, scrittore appassionato, spia, viaggiatore instancabile. Un uomo capace di conquistare non soltanto donne d'ogni rango, ma anche principi, senatori, mecenati che lo introducono nelle corti aristocratiche europee e gli accordano amicizia e sostegno. La sua opera di maggior successo, l'Histoire de ma vie, è il racconto di una vita al limite tra realtà e fantasia ed è una testimonianza paradigmatica per comprendere la cultura e lo spirito del secolo dei "lumi". In studio, con Paolo Mieli, il professor Antonio Trampus.
Casanova. Oltre la leggenda
È, nell'immaginario collettivo, l'avventuriero e l'amatore libertino per eccellenza. Giacomo Casanova, scrittore appassionato, spia, viaggiatore instancabile. Un uomo capace di conquistare non soltanto donne d'ogni rango, ma anche principi, senatori, mecenati che lo introducono nelle corti aristocratiche europee e gli accordano amicizia e sostegno. La sua opera di maggior successo, l'Histoire de ma vie, è il racconto di una vita al limite tra realtà e fantasia ed è una testimonianza paradigmatica per comprendere la cultura e lo spirito del secolo dei "lumi". In studio, con Paolo Mieli, il professor Antonio Trampus.
Torino, la Fiat e la grande migrazione
Tra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60 molti italiani abbandonano soprattutto il sud e le aree rurali per cercare fortuna nel nord del paese o all'estero. Cercano un lavoro e quel benessere conosciuto attraverso il cinema, i rotocalchi, la televisione. Le destinazioni sono cambiate rispetto al passato che aveva visto i migranti raggiungere le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania Ovest, la Svizzera, la Francia e le Americhe. Ora, in molti, decidono di cercare fortuna nei distretti industriali e nelle grandi città del centro nord. Torino, da sempre capitale dell'auto, è al centro del più rapido processo di sviluppo industriale che il paese abbia mai conosciuto e diventa la capitale della migrazione interna. Decine di migliaia di meridionali vi arrivano inseguendo il sogno di un impiego alla Fiat, simbolo del boom industriale. Le catene di montaggio della Mirafiori offrono salario e riscatto sociale, ma anche ritmi di lavoro durissimi. In una città completamente impreparata ad accoglierli, i migranti vivono nelle baraccopoli, in periferie improvvisate e le tensioni sociali segneranno profondamente la storia operaia e civile della città. In studio, con Paolo Mieli, il professor Agostino Giovagnoli.
Casanova. Oltre la leggenda
È, nell'immaginario collettivo, l'avventuriero e l'amatore libertino per eccellenza. Giacomo Casanova, scrittore appassionato, spia, viaggiatore instancabile. Un uomo capace di conquistare non soltanto donne d'ogni rango, ma anche principi, senatori, mecenati che lo introducono nelle corti aristocratiche europee e gli accordano amicizia e sostegno. La sua opera di maggior successo, l'Histoire de ma vie, è il racconto di una vita al limite tra realtà e fantasia ed è una testimonianza paradigmatica per comprendere la cultura e lo spirito del secolo dei "lumi". In studio, con Paolo Mieli, il professor Antonio Trampus.
Torino, la Fiat e la grande migrazione
Tra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60 molti italiani abbandonano soprattutto il sud e le aree rurali per cercare fortuna nel nord del paese o all'estero. Cercano un lavoro e quel benessere conosciuto attraverso il cinema, i rotocalchi, la televisione. Le destinazioni sono cambiate rispetto al passato che aveva visto i migranti raggiungere le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania Ovest, la Svizzera, la Francia e le Americhe. Ora, in molti, decidono di cercare fortuna nei distretti industriali e nelle grandi città del centro nord. Torino, da sempre capitale dell'auto, è al centro del più rapido processo di sviluppo industriale che il paese abbia mai conosciuto e diventa la capitale della migrazione interna. Decine di migliaia di meridionali vi arrivano inseguendo il sogno di un impiego alla Fiat, simbolo del boom industriale. Le catene di montaggio della Mirafiori offrono salario e riscatto sociale, ma anche ritmi di lavoro durissimi. In una città completamente impreparata ad accoglierli, i migranti vivono nelle baraccopoli, in periferie improvvisate e le tensioni sociali segneranno profondamente la storia operaia e civile della città. In studio, con Paolo Mieli, il professor Agostino Giovagnoli.
mercoledì 19 agosto 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:40Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Le dive del dopoguerra
Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell'Italia che rinasce. Con i loro tre caratteri – la sensualità istintiva della Lollobrigida, la forza drammatica e il carisma della Loren, la bellezza tragica e l'intensità moderna della Mangano – incarnano il passaggio dal neorealismo alla grande stagione del cinema d'autore trasformando la femminilità italiana in mito globale. La loro storia artistica s'intreccia con quella del paese a partire dal dopoguerra, con un Italia che cerca di riemergere dalle macerie. Il corpo femminile è l'archetipo che simboleggia i progressi del Paese e al contempo determina l'affermazione individuale di un nuovo modello di donna. Così, ancor prima del boom economico, nascono i concorsi di bellezza: un viatico che nutre speranze e sogni di giovani donne e di chi le guarda, e che con il cinema consente agli italiani di osservare la trasformazione di cui sono protagonisti. Le tre dive attraversano la dolcevita, superando i confini del belpaese negli anni Cinquanta, esportano il modello made in Italy, riflettono il cambiamento radicale della società che si delinea definitivamente a metà del decennio successivo. Un percorso che, negli anni '70, vede le tre attrici diventare dive anche ad Hollywood, partecipando ad importanti film. In studio con Paolo Mieli, il professor Ermanno Taviani.
Le dive del dopoguerra
Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell'Italia che rinasce. Con i loro tre caratteri – la sensualità istintiva della Lollobrigida, la forza drammatica e il carisma della Loren, la bellezza tragica e l'intensità moderna della Mangano – incarnano il passaggio dal neorealismo alla grande stagione del cinema d'autore trasformando la femminilità italiana in mito globale. La loro storia artistica s'intreccia con quella del paese a partire dal dopoguerra, con un Italia che cerca di riemergere dalle macerie. Il corpo femminile è l'archetipo che simboleggia i progressi del Paese e al contempo determina l'affermazione individuale di un nuovo modello di donna. Così, ancor prima del boom economico, nascono i concorsi di bellezza: un viatico che nutre speranze e sogni di giovani donne e di chi le guarda, e che con il cinema consente agli italiani di osservare la trasformazione di cui sono protagonisti. Le tre dive attraversano la dolcevita, superando i confini del belpaese negli anni Cinquanta, esportano il modello made in Italy, riflettono il cambiamento radicale della società che si delinea definitivamente a metà del decennio successivo. Un percorso che, negli anni '70, vede le tre attrici diventare dive anche ad Hollywood, partecipando ad importanti film. In studio con Paolo Mieli, il professor Ermanno Taviani.
Le dive del dopoguerra
Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell'Italia che rinasce. Con i loro tre caratteri – la sensualità istintiva della Lollobrigida, la forza drammatica e il carisma della Loren, la bellezza tragica e l'intensità moderna della Mangano – incarnano il passaggio dal neorealismo alla grande stagione del cinema d'autore trasformando la femminilità italiana in mito globale. La loro storia artistica s'intreccia con quella del paese a partire dal dopoguerra, con un Italia che cerca di riemergere dalle macerie. Il corpo femminile è l'archetipo che simboleggia i progressi del Paese e al contempo determina l'affermazione individuale di un nuovo modello di donna. Così, ancor prima del boom economico, nascono i concorsi di bellezza: un viatico che nutre speranze e sogni di giovani donne e di chi le guarda, e che con il cinema consente agli italiani di osservare la trasformazione di cui sono protagonisti. Le tre dive attraversano la dolcevita, superando i confini del belpaese negli anni Cinquanta, esportano il modello made in Italy, riflettono il cambiamento radicale della società che si delinea definitivamente a metà del decennio successivo. Un percorso che, negli anni '70, vede le tre attrici diventare dive anche ad Hollywood, partecipando ad importanti film. In studio con Paolo Mieli, il professor Ermanno Taviani.
Casanova. Oltre la leggenda
È, nell'immaginario collettivo, l'avventuriero e l'amatore libertino per eccellenza. Giacomo Casanova, scrittore appassionato, spia, viaggiatore instancabile. Un uomo capace di conquistare non soltanto donne d'ogni rango, ma anche principi, senatori, mecenati che lo introducono nelle corti aristocratiche europee e gli accordano amicizia e sostegno. La sua opera di maggior successo, l'Histoire de ma vie, è il racconto di una vita al limite tra realtà e fantasia ed è una testimonianza paradigmatica per comprendere la cultura e lo spirito del secolo dei "lumi". In studio, con Paolo Mieli, il professor Antonio Trampus.
Le dive del dopoguerra
Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell'Italia che rinasce. Con i loro tre caratteri – la sensualità istintiva della Lollobrigida, la forza drammatica e il carisma della Loren, la bellezza tragica e l'intensità moderna della Mangano – incarnano il passaggio dal neorealismo alla grande stagione del cinema d'autore trasformando la femminilità italiana in mito globale. La loro storia artistica s'intreccia con quella del paese a partire dal dopoguerra, con un Italia che cerca di riemergere dalle macerie. Il corpo femminile è l'archetipo che simboleggia i progressi del Paese e al contempo determina l'affermazione individuale di un nuovo modello di donna. Così, ancor prima del boom economico, nascono i concorsi di bellezza: un viatico che nutre speranze e sogni di giovani donne e di chi le guarda, e che con il cinema consente agli italiani di osservare la trasformazione di cui sono protagonisti. Le tre dive attraversano la dolcevita, superando i confini del belpaese negli anni Cinquanta, esportano il modello made in Italy, riflettono il cambiamento radicale della società che si delinea definitivamente a metà del decennio successivo. Un percorso che, negli anni '70, vede le tre attrici diventare dive anche ad Hollywood, partecipando ad importanti film. In studio con Paolo Mieli, il professor Ermanno Taviani.
Casanova. Oltre la leggenda
È, nell'immaginario collettivo, l'avventuriero e l'amatore libertino per eccellenza. Giacomo Casanova, scrittore appassionato, spia, viaggiatore instancabile. Un uomo capace di conquistare non soltanto donne d'ogni rango, ma anche principi, senatori, mecenati che lo introducono nelle corti aristocratiche europee e gli accordano amicizia e sostegno. La sua opera di maggior successo, l'Histoire de ma vie, è il racconto di una vita al limite tra realtà e fantasia ed è una testimonianza paradigmatica per comprendere la cultura e lo spirito del secolo dei "lumi". In studio, con Paolo Mieli, il professor Antonio Trampus.
martedì 18 agosto 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Teodolinda, la regina madre dei Longobardi
Nell'Europa dell'Alto Medioevo segnata da guerre, confini ancora instabili e identità in formazione, una regina è capace di cambiare la Storia del suo popolo. È così per Teodolinda, "scudo del popolo", sovrana dei Longobardi che, sotto la sua guida, intraprendono il cammino che li porterà dall'orizzonte germanico al mondo latino e cattolico. Donna di potere e di visione, mediatrice accorta, costruttrice di alleanze, Teodolinda fa del trono uno spazio di equilibrio e di dialogo. La penuria di fonti ne ha consegnato alla memoria icone e immagini archetipiche plasmate dalle esigenze politiche, culturali e religiose dei secoli successivi. Ogni epoca ha visto in lei ciò che più desiderava, assorbendo e rilanciando la sua figura come un prisma dai significati sempre nuovi. Ed è in questo gioco di riflessi tra mito e realtà che devono scorgersi i contorni di una donna e delle sue azioni, prima che venisse trasformata in simbolo. In studio con Paolo Mieli la professoressa Tiziana Lazzari.
Teodolinda, la regina madre dei Longobardi
Nell'Europa dell'Alto Medioevo segnata da guerre, confini ancora instabili e identità in formazione, una regina è capace di cambiare la Storia del suo popolo. È così per Teodolinda, "scudo del popolo", sovrana dei Longobardi che, sotto la sua guida, intraprendono il cammino che li porterà dall'orizzonte germanico al mondo latino e cattolico. Donna di potere e di visione, mediatrice accorta, costruttrice di alleanze, Teodolinda fa del trono uno spazio di equilibrio e di dialogo. La penuria di fonti ne ha consegnato alla memoria icone e immagini archetipiche plasmate dalle esigenze politiche, culturali e religiose dei secoli successivi. Ogni epoca ha visto in lei ciò che più desiderava, assorbendo e rilanciando la sua figura come un prisma dai significati sempre nuovi. Ed è in questo gioco di riflessi tra mito e realtà che devono scorgersi i contorni di una donna e delle sue azioni, prima che venisse trasformata in simbolo. In studio con Paolo Mieli la professoressa Tiziana Lazzari.
Teodolinda, la regina madre dei Longobardi
Nell'Europa dell'Alto Medioevo segnata da guerre, confini ancora instabili e identità in formazione, una regina è capace di cambiare la Storia del suo popolo. È così per Teodolinda, "scudo del popolo", sovrana dei Longobardi che, sotto la sua guida, intraprendono il cammino che li porterà dall'orizzonte germanico al mondo latino e cattolico. Donna di potere e di visione, mediatrice accorta, costruttrice di alleanze, Teodolinda fa del trono uno spazio di equilibrio e di dialogo. La penuria di fonti ne ha consegnato alla memoria icone e immagini archetipiche plasmate dalle esigenze politiche, culturali e religiose dei secoli successivi. Ogni epoca ha visto in lei ciò che più desiderava, assorbendo e rilanciando la sua figura come un prisma dai significati sempre nuovi. Ed è in questo gioco di riflessi tra mito e realtà che devono scorgersi i contorni di una donna e delle sue azioni, prima che venisse trasformata in simbolo. In studio con Paolo Mieli la professoressa Tiziana Lazzari.
Le dive del dopoguerra
Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell'Italia che rinasce. Con i loro tre caratteri – la sensualità istintiva della Lollobrigida, la forza drammatica e il carisma della Loren, la bellezza tragica e l'intensità moderna della Mangano – incarnano il passaggio dal neorealismo alla grande stagione del cinema d'autore trasformando la femminilità italiana in mito globale. La loro storia artistica s'intreccia con quella del paese a partire dal dopoguerra, con un Italia che cerca di riemergere dalle macerie. Il corpo femminile è l'archetipo che simboleggia i progressi del Paese e al contempo determina l'affermazione individuale di un nuovo modello di donna. Così, ancor prima del boom economico, nascono i concorsi di bellezza: un viatico che nutre speranze e sogni di giovani donne e di chi le guarda, e che con il cinema consente agli italiani di osservare la trasformazione di cui sono protagonisti. Le tre dive attraversano la dolcevita, superando i confini del belpaese negli anni Cinquanta, esportano il modello made in Italy, riflettono il cambiamento radicale della società che si delinea definitivamente a metà del decennio successivo. Un percorso che, negli anni '70, vede le tre attrici diventare dive anche ad Hollywood, partecipando ad importanti film. In studio con Paolo Mieli, il professor Ermanno Taviani.
Teodolinda, la regina madre dei Longobardi
Nell'Europa dell'Alto Medioevo segnata da guerre, confini ancora instabili e identità in formazione, una regina è capace di cambiare la Storia del suo popolo. È così per Teodolinda, "scudo del popolo", sovrana dei Longobardi che, sotto la sua guida, intraprendono il cammino che li porterà dall'orizzonte germanico al mondo latino e cattolico. Donna di potere e di visione, mediatrice accorta, costruttrice di alleanze, Teodolinda fa del trono uno spazio di equilibrio e di dialogo. La penuria di fonti ne ha consegnato alla memoria icone e immagini archetipiche plasmate dalle esigenze politiche, culturali e religiose dei secoli successivi. Ogni epoca ha visto in lei ciò che più desiderava, assorbendo e rilanciando la sua figura come un prisma dai significati sempre nuovi. Ed è in questo gioco di riflessi tra mito e realtà che devono scorgersi i contorni di una donna e delle sue azioni, prima che venisse trasformata in simbolo. In studio con Paolo Mieli la professoressa Tiziana Lazzari.
Le dive del dopoguerra
Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell'Italia che rinasce. Con i loro tre caratteri – la sensualità istintiva della Lollobrigida, la forza drammatica e il carisma della Loren, la bellezza tragica e l'intensità moderna della Mangano – incarnano il passaggio dal neorealismo alla grande stagione del cinema d'autore trasformando la femminilità italiana in mito globale. La loro storia artistica s'intreccia con quella del paese a partire dal dopoguerra, con un Italia che cerca di riemergere dalle macerie. Il corpo femminile è l'archetipo che simboleggia i progressi del Paese e al contempo determina l'affermazione individuale di un nuovo modello di donna. Così, ancor prima del boom economico, nascono i concorsi di bellezza: un viatico che nutre speranze e sogni di giovani donne e di chi le guarda, e che con il cinema consente agli italiani di osservare la trasformazione di cui sono protagonisti. Le tre dive attraversano la dolcevita, superando i confini del belpaese negli anni Cinquanta, esportano il modello made in Italy, riflettono il cambiamento radicale della società che si delinea definitivamente a metà del decennio successivo. Un percorso che, negli anni '70, vede le tre attrici diventare dive anche ad Hollywood, partecipando ad importanti film. In studio con Paolo Mieli, il professor Ermanno Taviani.
lunedì 17 agosto 20266 puntate
01:35Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:35Rai Storia
I Promessi Sposi, un romanzo della Storia
Uno dei romanzi più letti e amati della storia, era nato da un fatto di cronaca: l'intrusione di un signorotto nei progetti di vita di una coppia di giovani popolani. Alessandro Manzoni coglie lo spunto per scrivere il primo romanzo storico della letteratura italiana, destinato a divenire un capolavoro di fama internazionale: "I promessi sposi". Pubblicato con il titolo che tutti noi conosciamo a partire dal 1825, racconta fatti accaduti nell'Europa del 1600 incendiata dalla guerra dei 30 anni, lacerata dai contrasti religiosi tra cattolici e protestanti, contesa dalle corone francesi e spagnole. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
I Promessi Sposi, un romanzo della Storia
Uno dei romanzi più letti e amati della storia, era nato da un fatto di cronaca: l'intrusione di un signorotto nei progetti di vita di una coppia di giovani popolani. Alessandro Manzoni coglie lo spunto per scrivere il primo romanzo storico della letteratura italiana, destinato a divenire un capolavoro di fama internazionale: "I promessi sposi". Pubblicato con il titolo che tutti noi conosciamo a partire dal 1825, racconta fatti accaduti nell'Europa del 1600 incendiata dalla guerra dei 30 anni, lacerata dai contrasti religiosi tra cattolici e protestanti, contesa dalle corone francesi e spagnole. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
I Promessi Sposi, un romanzo della Storia
Uno dei romanzi più letti e amati della storia, era nato da un fatto di cronaca: l'intrusione di un signorotto nei progetti di vita di una coppia di giovani popolani. Alessandro Manzoni coglie lo spunto per scrivere il primo romanzo storico della letteratura italiana, destinato a divenire un capolavoro di fama internazionale: "I promessi sposi". Pubblicato con il titolo che tutti noi conosciamo a partire dal 1825, racconta fatti accaduti nell'Europa del 1600 incendiata dalla guerra dei 30 anni, lacerata dai contrasti religiosi tra cattolici e protestanti, contesa dalle corone francesi e spagnole. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Teodolinda, la regina madre dei Longobardi
Nell'Europa dell'Alto Medioevo segnata da guerre, confini ancora instabili e identità in formazione, una regina è capace di cambiare la Storia del suo popolo. È così per Teodolinda, "scudo del popolo", sovrana dei Longobardi che, sotto la sua guida, intraprendono il cammino che li porterà dall'orizzonte germanico al mondo latino e cattolico. Donna di potere e di visione, mediatrice accorta, costruttrice di alleanze, Teodolinda fa del trono uno spazio di equilibrio e di dialogo. La penuria di fonti ne ha consegnato alla memoria icone e immagini archetipiche plasmate dalle esigenze politiche, culturali e religiose dei secoli successivi. Ogni epoca ha visto in lei ciò che più desiderava, assorbendo e rilanciando la sua figura come un prisma dai significati sempre nuovi. Ed è in questo gioco di riflessi tra mito e realtà che devono scorgersi i contorni di una donna e delle sue azioni, prima che venisse trasformata in simbolo. In studio con Paolo Mieli la professoressa Tiziana Lazzari.
I Promessi Sposi, un romanzo della Storia
Uno dei romanzi più letti e amati della storia, era nato da un fatto di cronaca: l'intrusione di un signorotto nei progetti di vita di una coppia di giovani popolani. Alessandro Manzoni coglie lo spunto per scrivere il primo romanzo storico della letteratura italiana, destinato a divenire un capolavoro di fama internazionale: "I promessi sposi". Pubblicato con il titolo che tutti noi conosciamo a partire dal 1825, racconta fatti accaduti nell'Europa del 1600 incendiata dalla guerra dei 30 anni, lacerata dai contrasti religiosi tra cattolici e protestanti, contesa dalle corone francesi e spagnole. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Teodolinda, la regina madre dei Longobardi
Nell'Europa dell'Alto Medioevo segnata da guerre, confini ancora instabili e identità in formazione, una regina è capace di cambiare la Storia del suo popolo. È così per Teodolinda, "scudo del popolo", sovrana dei Longobardi che, sotto la sua guida, intraprendono il cammino che li porterà dall'orizzonte germanico al mondo latino e cattolico. Donna di potere e di visione, mediatrice accorta, costruttrice di alleanze, Teodolinda fa del trono uno spazio di equilibrio e di dialogo. La penuria di fonti ne ha consegnato alla memoria icone e immagini archetipiche plasmate dalle esigenze politiche, culturali e religiose dei secoli successivi. Ogni epoca ha visto in lei ciò che più desiderava, assorbendo e rilanciando la sua figura come un prisma dai significati sempre nuovi. Ed è in questo gioco di riflessi tra mito e realtà che devono scorgersi i contorni di una donna e delle sue azioni, prima che venisse trasformata in simbolo. In studio con Paolo Mieli la professoressa Tiziana Lazzari.
domenica 16 agosto 20265 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia09:15Rai Storia14:35Rai Storia20:30Rai Storia
La Sicilia de "I Viceré"
I viceré, romanzo capolavoro di Federico De Roberto, viene pubblicato per la prima volta nel 1894. Narra la storia della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, dalla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento al 1882. Gli Uzeda vantano origini principesche e discendono in linea diretta dai dominatori spagnoli: ragione del titolo di "viceré". Filo conduttore è la lotta tra familiari per un'eredità. Sullo sfondo, gli eventi della storia nazionale, come la spedizione dei Mille, la rivolta di Palermo del'66, o la presa di Roma. Quello che emerge è una violentissima denuncia sociale contro la mentalità, le pratiche e le istituzioni dell'antico regime nella Sicilia dell'800, ma anche la tragica continuità delle stesse pratiche nell'Italia postunitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
La Sicilia de "I Viceré"
I viceré, romanzo capolavoro di Federico De Roberto, viene pubblicato per la prima volta nel 1894. Narra la storia della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, dalla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento al 1882. Gli Uzeda vantano origini principesche e discendono in linea diretta dai dominatori spagnoli: ragione del titolo di "viceré". Filo conduttore è la lotta tra familiari per un'eredità. Sullo sfondo, gli eventi della storia nazionale, come la spedizione dei Mille, la rivolta di Palermo del'66, o la presa di Roma. Quello che emerge è una violentissima denuncia sociale contro la mentalità, le pratiche e le istituzioni dell'antico regime nella Sicilia dell'800, ma anche la tragica continuità delle stesse pratiche nell'Italia postunitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
L'America di Elvis Presley
Mito assoluto degli anni 50, Elvis Presley è considerato tra i musicisti più innovativi e rivoluzionari del Ventesimo secolo, ma anche uno tra i personaggi pubblici con il maggior impatto sociale sulla storia dell'America e del Mondo. Punto di incontro tra la musica country e afroamericana in un Paese ancora fortemente impregnato di razzismo, icona di trasgressione e libertà nei costumi per intere generazioni soffocate dal bigottismo, ma anche soldato al servizio del suo Paese nella Germania del Secondo dopoguerra e "rocker" tanto "patriota" e "perbene" nei tardi anni sessanta da farsi ricevere dal presidente Nixon alla Casa Bianca per discutere del problema della diffusione degli stupefacenti nel suo Paese, una piaga che egli stesso pagherà a prezzo della vita. In studio con Paolo Mieli, il professore Ferdinando Fasce.
L'America di Elvis Presley
Mito assoluto degli anni 50, Elvis Presley è considerato tra i musicisti più innovativi e rivoluzionari del Ventesimo secolo, ma anche uno tra i personaggi pubblici con il maggior impatto sociale sulla storia dell'America e del Mondo. Punto di incontro tra la musica country e afroamericana in un Paese ancora fortemente impregnato di razzismo, icona di trasgressione e libertà nei costumi per intere generazioni soffocate dal bigottismo, ma anche soldato al servizio del suo Paese nella Germania del Secondo dopoguerra e "rocker" tanto "patriota" e "perbene" nei tardi anni sessanta da farsi ricevere dal presidente Nixon alla Casa Bianca per discutere del problema della diffusione degli stupefacenti nel suo Paese, una piaga che egli stesso pagherà a prezzo della vita. In studio con Paolo Mieli, il professore Ferdinando Fasce.
I Promessi Sposi, un romanzo della Storia
Uno dei romanzi più letti e amati della storia, era nato da un fatto di cronaca: l'intrusione di un signorotto nei progetti di vita di una coppia di giovani popolani. Alessandro Manzoni coglie lo spunto per scrivere il primo romanzo storico della letteratura italiana, destinato a divenire un capolavoro di fama internazionale: "I promessi sposi". Pubblicato con il titolo che tutti noi conosciamo a partire dal 1825, racconta fatti accaduti nell'Europa del 1600 incendiata dalla guerra dei 30 anni, lacerata dai contrasti religiosi tra cattolici e protestanti, contesa dalle corone francesi e spagnole. In studio, con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
sabato 15 agosto 20265 puntate
01:05Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:25Rai Storia20:30Rai Storia
Woodstock, il concerto del secolo
Woodstock è una leggenda, sicuramente il più famoso concerto del Novecento, forse il più importante evento musicale della storia. È stata la manifestazione culmine della controcultura hippie, che ha avuto nel biennio '67-'69 il suo apogeo a partire dalla "summer of love" esplosa tra le strade di San Francisco. Ma per altri aspetti Woodstock è anche l'inizio del declino di quella stagione che ha visto imporsi i "giovani" come nuovo soggetto sociale e politico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale. Come è nato, chi lo ha voluto, chi ha partecipato e soprattutto cosa ha fatto sì che proprio quel concerto sia diventato il simbolo di una generazione, producendo un mito destinato a rimanere nel tempo? A raccontarlo in studio, con Paolo Mieli, lo storico Fedinando Fasce.
Woodstock, il concerto del secolo
Woodstock è una leggenda, sicuramente il più famoso concerto del Novecento, forse il più importante evento musicale della storia. È stata la manifestazione culmine della controcultura hippie, che ha avuto nel biennio '67-'69 il suo apogeo a partire dalla "summer of love" esplosa tra le strade di San Francisco. Ma per altri aspetti Woodstock è anche l'inizio del declino di quella stagione che ha visto imporsi i "giovani" come nuovo soggetto sociale e politico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale. Come è nato, chi lo ha voluto, chi ha partecipato e soprattutto cosa ha fatto sì che proprio quel concerto sia diventato il simbolo di una generazione, producendo un mito destinato a rimanere nel tempo? A raccontarlo in studio, con Paolo Mieli, lo storico Fedinando Fasce.
Woodstock, il concerto del secolo
Woodstock è una leggenda, sicuramente il più famoso concerto del Novecento, forse il più importante evento musicale della storia. È stata la manifestazione culmine della controcultura hippie, che ha avuto nel biennio '67-'69 il suo apogeo a partire dalla "summer of love" esplosa tra le strade di San Francisco. Ma per altri aspetti Woodstock è anche l'inizio del declino di quella stagione che ha visto imporsi i "giovani" come nuovo soggetto sociale e politico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale. Come è nato, chi lo ha voluto, chi ha partecipato e soprattutto cosa ha fatto sì che proprio quel concerto sia diventato il simbolo di una generazione, producendo un mito destinato a rimanere nel tempo? A raccontarlo in studio, con Paolo Mieli, lo storico Fedinando Fasce.
Woodstock, il concerto del secolo
Woodstock è una leggenda, sicuramente il più famoso concerto del Novecento, forse il più importante evento musicale della storia. È stata la manifestazione culmine della controcultura hippie, che ha avuto nel biennio '67-'69 il suo apogeo a partire dalla "summer of love" esplosa tra le strade di San Francisco. Ma per altri aspetti Woodstock è anche l'inizio del declino di quella stagione che ha visto imporsi i "giovani" come nuovo soggetto sociale e politico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale. Come è nato, chi lo ha voluto, chi ha partecipato e soprattutto cosa ha fatto sì che proprio quel concerto sia diventato il simbolo di una generazione, producendo un mito destinato a rimanere nel tempo? A raccontarlo in studio, con Paolo Mieli, lo storico Fedinando Fasce.
La Sicilia de "I Viceré"
I viceré, romanzo capolavoro di Federico De Roberto, viene pubblicato per la prima volta nel 1894. Narra la storia della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, dalla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento al 1882. Gli Uzeda vantano origini principesche e discendono in linea diretta dai dominatori spagnoli: ragione del titolo di "viceré". Filo conduttore è la lotta tra familiari per un'eredità. Sullo sfondo, gli eventi della storia nazionale, come la spedizione dei Mille, la rivolta di Palermo del'66, o la presa di Roma. Quello che emerge è una violentissima denuncia sociale contro la mentalità, le pratiche e le istituzioni dell'antico regime nella Sicilia dell'800, ma anche la tragica continuità delle stesse pratiche nell'Italia postunitaria. In studio, con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
venerdì 14 agosto 20266 puntate
01:20Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
Woodstock, il concerto del secolo
Woodstock è una leggenda, sicuramente il più famoso concerto del Novecento, forse il più importante evento musicale della storia. È stata la manifestazione culmine della controcultura hippie, che ha avuto nel biennio '67-'69 il suo apogeo a partire dalla "summer of love" esplosa tra le strade di San Francisco. Ma per altri aspetti Woodstock è anche l'inizio del declino di quella stagione che ha visto imporsi i "giovani" come nuovo soggetto sociale e politico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale. Come è nato, chi lo ha voluto, chi ha partecipato e soprattutto cosa ha fatto sì che proprio quel concerto sia diventato il simbolo di una generazione, producendo un mito destinato a rimanere nel tempo? A raccontarlo in studio, con Paolo Mieli, lo storico Fedinando Fasce.
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
Woodstock, il concerto del secolo
Woodstock è una leggenda, sicuramente il più famoso concerto del Novecento, forse il più importante evento musicale della storia. È stata la manifestazione culmine della controcultura hippie, che ha avuto nel biennio '67-'69 il suo apogeo a partire dalla "summer of love" esplosa tra le strade di San Francisco. Ma per altri aspetti Woodstock è anche l'inizio del declino di quella stagione che ha visto imporsi i "giovani" come nuovo soggetto sociale e politico, negli Stati Uniti e nel resto del mondo Occidentale. Come è nato, chi lo ha voluto, chi ha partecipato e soprattutto cosa ha fatto sì che proprio quel concerto sia diventato il simbolo di una generazione, producendo un mito destinato a rimanere nel tempo? A raccontarlo in studio, con Paolo Mieli, lo storico Fedinando Fasce.
giovedì 13 agosto 20267 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:30Rai Storia20:35Rai Storia
Grace Kelly e Ranieri di Monaco. Un matrimonio da favola
Lei, una bellissima attrice 26enne di Hollywood. Lui, un principe con, a 32 anni, 130 titoli nobiliari. Il 19 aprile del 1956, si uniscono in un matrimonio da favola trasmesso in mondovisione in diretta Tv e seguito da 30 milioni di spettatori. Accadeva esattamente 70 anni fa e loro erano Grace Kelly e il principe Ranieri III di Monaco. Si erano conosciuti l'anno precedente al festival del cinema di Cannes. Si erano scritti per un anno, poi lui era volato oltreoceano per chiedere la sua mano. Il matrimonio religioso nella cattedrale di Monaco è un evento mediatico senza precedenti che trasforma un'attrice hollywoodiana in una principessa europea. Molto più di un evento glamour a cui parteciparono capi di Stato, nobili e star di Hollywood. Quelle nozze segnano un vero e proprio spartiacque nella storia dei royal wedding, della moda e della tv. E una svolta politica e simbolica pe il piccolo Stato monegasco, rafforzandone l'immagine internazionale. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Valentina Villa.
Grace Kelly e Ranieri di Monaco. Un matrimonio da favola
Lei, una bellissima attrice 26enne di Hollywood. Lui, un principe con, a 32 anni, 130 titoli nobiliari. Il 19 aprile del 1956, si uniscono in un matrimonio da favola trasmesso in mondovisione in diretta Tv e seguito da 30 milioni di spettatori. Accadeva esattamente 70 anni fa e loro erano Grace Kelly e il principe Ranieri III di Monaco. Si erano conosciuti l'anno precedente al festival del cinema di Cannes. Si erano scritti per un anno, poi lui era volato oltreoceano per chiedere la sua mano. Il matrimonio religioso nella cattedrale di Monaco è un evento mediatico senza precedenti che trasforma un'attrice hollywoodiana in una principessa europea. Molto più di un evento glamour a cui parteciparono capi di Stato, nobili e star di Hollywood. Quelle nozze segnano un vero e proprio spartiacque nella storia dei royal wedding, della moda e della tv. E una svolta politica e simbolica pe il piccolo Stato monegasco, rafforzandone l'immagine internazionale. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Valentina Villa.
Grace Kelly e Ranieri di Monaco. Un matrimonio da favola
Lei, una bellissima attrice 26enne di Hollywood. Lui, un principe con, a 32 anni, 130 titoli nobiliari. Il 19 aprile del 1956, si uniscono in un matrimonio da favola trasmesso in mondovisione in diretta Tv e seguito da 30 milioni di spettatori. Accadeva esattamente 70 anni fa e loro erano Grace Kelly e il principe Ranieri III di Monaco. Si erano conosciuti l'anno precedente al festival del cinema di Cannes. Si erano scritti per un anno, poi lui era volato oltreoceano per chiedere la sua mano. Il matrimonio religioso nella cattedrale di Monaco è un evento mediatico senza precedenti che trasforma un'attrice hollywoodiana in una principessa europea. Molto più di un evento glamour a cui parteciparono capi di Stato, nobili e star di Hollywood. Quelle nozze segnano un vero e proprio spartiacque nella storia dei royal wedding, della moda e della tv. E una svolta politica e simbolica pe il piccolo Stato monegasco, rafforzandone l'immagine internazionale. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Valentina Villa.
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
Fidel Castro entra a L'Havana
1952. Con un colpo di stato, il dittatore Fulgenzio Battista prende il potere a Cuba. Tra i suoi oppositori si distingue un giovane avvocato cubano: Fidel Castro. Assaltata, con un manipolo di uomini, la caserma Moncada, Castro viene arrestato. Graziato, dopo tre anni di galera, fugge in Messico dove organizza la rivoluzione che nell'arco di tre anni spazzerà via Battista e trasformerà l'isola nel primo stato comunista dell'emisfero occidentale. Fidel, il fratello Raul, Ernesto Che Guevara, i "Barbudos" entrarono a L'Avana il 2 gennaio 1959 ed entrarono nell'immaginario collettivo per aver posto fine alla dittatura e aver dato a Cuba una nuova storia. In studio con Paolo Mieli, il professor Franco Cardini.
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
Il popolo romanì. Una storia misteriosa
Sono apparsi sulle strade d'Europa nel XV secolo, suscitando al tempo stesso fascino e terrore. Per secoli sono stati chiamati "Zingari", creduti egiziani in penitenza o stirpe maledetta. Ma la storia svela un'origine ben diversa: non mendicanti, ma discendenti di fieri guerrieri indiani in fuga dalla guerra. Da "pellegrini" a vagabondi da reprimere, da muse ispiratrici per gli artisti romantici a "razza delinquente" per la scienza positivista: un viaggio attraverso mille pregiudizi che culmina nel Porrajmos, il "divoramento", l'Olocausto dimenticato che ha tentato di cancellare per sempre il popolo del vento. In studio, con Paolo Mieli, il prof Giorgio Del Zanna.
mercoledì 12 agosto 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Chiara d'Assisi. La riscoperta di una santa
Chiara d'Assisi è una figura rimasta a lungo nell'ombra di Francesco. Ingiustamente. Chiara infatti è piuttosto una figura a lui complementare: mistica e gioiosa, libera e determinata, capace di tener testa agli uomini adulti della sua nobile famiglia e perfino ai Papi. Caratteristiche che dimostra già a 18 anni, quando fugge di casa per cominciare una vita all'insegna della povertà integrale, seguendo lo scandaloso esempio del suo concittadino Francesco. A nulla varranno i tentativi anche violenti di riportarla a casa da parte della sua nobile famiglia d'origine. Poi, appena due giorni prima di morire, riesce ad ottenere dal Papa l'approvazione della sua 'regola', per l'ordine da lei fondato, quello delle odierne suore clarisse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Chiara Mercuri.
Chiara d'Assisi. La riscoperta di una santa
Chiara d'Assisi è una figura rimasta a lungo nell'ombra di Francesco. Ingiustamente. Chiara infatti è piuttosto una figura a lui complementare: mistica e gioiosa, libera e determinata, capace di tener testa agli uomini adulti della sua nobile famiglia e perfino ai Papi. Caratteristiche che dimostra già a 18 anni, quando fugge di casa per cominciare una vita all'insegna della povertà integrale, seguendo lo scandaloso esempio del suo concittadino Francesco. A nulla varranno i tentativi anche violenti di riportarla a casa da parte della sua nobile famiglia d'origine. Poi, appena due giorni prima di morire, riesce ad ottenere dal Papa l'approvazione della sua 'regola', per l'ordine da lei fondato, quello delle odierne suore clarisse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Chiara Mercuri.
Chiara d'Assisi. La riscoperta di una santa
Chiara d'Assisi è una figura rimasta a lungo nell'ombra di Francesco. Ingiustamente. Chiara infatti è piuttosto una figura a lui complementare: mistica e gioiosa, libera e determinata, capace di tener testa agli uomini adulti della sua nobile famiglia e perfino ai Papi. Caratteristiche che dimostra già a 18 anni, quando fugge di casa per cominciare una vita all'insegna della povertà integrale, seguendo lo scandaloso esempio del suo concittadino Francesco. A nulla varranno i tentativi anche violenti di riportarla a casa da parte della sua nobile famiglia d'origine. Poi, appena due giorni prima di morire, riesce ad ottenere dal Papa l'approvazione della sua 'regola', per l'ordine da lei fondato, quello delle odierne suore clarisse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Chiara Mercuri.
Grace Kelly e Ranieri di Monaco. Un matrimonio da favola
Lei, una bellissima attrice 26enne di Hollywood. Lui, un principe con, a 32 anni, 130 titoli nobiliari. Il 19 aprile del 1956, si uniscono in un matrimonio da favola trasmesso in mondovisione in diretta Tv e seguito da 30 milioni di spettatori. Accadeva esattamente 70 anni fa e loro erano Grace Kelly e il principe Ranieri III di Monaco. Si erano conosciuti l'anno precedente al festival del cinema di Cannes. Si erano scritti per un anno, poi lui era volato oltreoceano per chiedere la sua mano. Il matrimonio religioso nella cattedrale di Monaco è un evento mediatico senza precedenti che trasforma un'attrice hollywoodiana in una principessa europea. Molto più di un evento glamour a cui parteciparono capi di Stato, nobili e star di Hollywood. Quelle nozze segnano un vero e proprio spartiacque nella storia dei royal wedding, della moda e della tv. E una svolta politica e simbolica pe il piccolo Stato monegasco, rafforzandone l'immagine internazionale. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Valentina Villa.
Chiara d'Assisi. La riscoperta di una santa
Chiara d'Assisi è una figura rimasta a lungo nell'ombra di Francesco. Ingiustamente. Chiara infatti è piuttosto una figura a lui complementare: mistica e gioiosa, libera e determinata, capace di tener testa agli uomini adulti della sua nobile famiglia e perfino ai Papi. Caratteristiche che dimostra già a 18 anni, quando fugge di casa per cominciare una vita all'insegna della povertà integrale, seguendo lo scandaloso esempio del suo concittadino Francesco. A nulla varranno i tentativi anche violenti di riportarla a casa da parte della sua nobile famiglia d'origine. Poi, appena due giorni prima di morire, riesce ad ottenere dal Papa l'approvazione della sua 'regola', per l'ordine da lei fondato, quello delle odierne suore clarisse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Chiara Mercuri.
Grace Kelly e Ranieri di Monaco. Un matrimonio da favola
Lei, una bellissima attrice 26enne di Hollywood. Lui, un principe con, a 32 anni, 130 titoli nobiliari. Il 19 aprile del 1956, si uniscono in un matrimonio da favola trasmesso in mondovisione in diretta Tv e seguito da 30 milioni di spettatori. Accadeva esattamente 70 anni fa e loro erano Grace Kelly e il principe Ranieri III di Monaco. Si erano conosciuti l'anno precedente al festival del cinema di Cannes. Si erano scritti per un anno, poi lui era volato oltreoceano per chiedere la sua mano. Il matrimonio religioso nella cattedrale di Monaco è un evento mediatico senza precedenti che trasforma un'attrice hollywoodiana in una principessa europea. Molto più di un evento glamour a cui parteciparono capi di Stato, nobili e star di Hollywood. Quelle nozze segnano un vero e proprio spartiacque nella storia dei royal wedding, della moda e della tv. E una svolta politica e simbolica pe il piccolo Stato monegasco, rafforzandone l'immagine internazionale. In studio con Paolo Mieli la prof.ssa Valentina Villa.
martedì 11 agosto 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia13:15Rai 314:40Rai Storia20:35Rai Storia
Etruschi, signori dei due mari
Il racconto del rapporto tra il popolo etrusco e il mare è un racconto legato al tema dell'incontro culturale e dell'integrazione. Quel mondo arcaico, seppur non estraneo agli scontri e alla violenza della guerra, ci restituisce un complesso di valori sociali, di tolleranza e rispetto verso le altre culture. Basti pensare alla presenza nel porto di Pyrgi di un santuario dedicato a Uni, la Giunone etrusca che incrociava l'immagine religiosa di Astarte, dea dei Fenici. In studio, con Paolo Mieli, la professoressa Laura Michetti.
Etruschi, signori dei due mari
Il racconto del rapporto tra il popolo etrusco e il mare è un racconto legato al tema dell'incontro culturale e dell'integrazione. Quel mondo arcaico, seppur non estraneo agli scontri e alla violenza della guerra, ci restituisce un complesso di valori sociali, di tolleranza e rispetto verso le altre culture. Basti pensare alla presenza nel porto di Pyrgi di un santuario dedicato a Uni, la Giunone etrusca che incrociava l'immagine religiosa di Astarte, dea dei Fenici. In studio, con Paolo Mieli, la professoressa Laura Michetti.
Etruschi, signori dei due mari
Il racconto del rapporto tra il popolo etrusco e il mare è un racconto legato al tema dell'incontro culturale e dell'integrazione. Quel mondo arcaico, seppur non estraneo agli scontri e alla violenza della guerra, ci restituisce un complesso di valori sociali, di tolleranza e rispetto verso le altre culture. Basti pensare alla presenza nel porto di Pyrgi di un santuario dedicato a Uni, la Giunone etrusca che incrociava l'immagine religiosa di Astarte, dea dei Fenici. In studio, con Paolo Mieli, la professoressa Laura Michetti.
Chiara d'Assisi. La riscoperta di una santa
Chiara d'Assisi è una figura rimasta a lungo nell'ombra di Francesco. Ingiustamente. Chiara infatti è piuttosto una figura a lui complementare: mistica e gioiosa, libera e determinata, capace di tener testa agli uomini adulti della sua nobile famiglia e perfino ai Papi. Caratteristiche che dimostra già a 18 anni, quando fugge di casa per cominciare una vita all'insegna della povertà integrale, seguendo lo scandaloso esempio del suo concittadino Francesco. A nulla varranno i tentativi anche violenti di riportarla a casa da parte della sua nobile famiglia d'origine. Poi, appena due giorni prima di morire, riesce ad ottenere dal Papa l'approvazione della sua 'regola', per l'ordine da lei fondato, quello delle odierne suore clarisse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Chiara Mercuri.
Etruschi, signori dei due mari
Il racconto del rapporto tra il popolo etrusco e il mare è un racconto legato al tema dell'incontro culturale e dell'integrazione. Quel mondo arcaico, seppur non estraneo agli scontri e alla violenza della guerra, ci restituisce un complesso di valori sociali, di tolleranza e rispetto verso le altre culture. Basti pensare alla presenza nel porto di Pyrgi di un santuario dedicato a Uni, la Giunone etrusca che incrociava l'immagine religiosa di Astarte, dea dei Fenici. In studio, con Paolo Mieli, la professoressa Laura Michetti.
Chiara d'Assisi. La riscoperta di una santa
Chiara d'Assisi è una figura rimasta a lungo nell'ombra di Francesco. Ingiustamente. Chiara infatti è piuttosto una figura a lui complementare: mistica e gioiosa, libera e determinata, capace di tener testa agli uomini adulti della sua nobile famiglia e perfino ai Papi. Caratteristiche che dimostra già a 18 anni, quando fugge di casa per cominciare una vita all'insegna della povertà integrale, seguendo lo scandaloso esempio del suo concittadino Francesco. A nulla varranno i tentativi anche violenti di riportarla a casa da parte della sua nobile famiglia d'origine. Poi, appena due giorni prima di morire, riesce ad ottenere dal Papa l'approvazione della sua 'regola', per l'ordine da lei fondato, quello delle odierne suore clarisse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Chiara Mercuri.
lunedì 10 agosto 20266 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:35Rai Storia
Guglielmo Marconi. L'invenzione del futuro
Alla fine del XIX secolo, un giovane bolognese di madre irlandese, con la passione per il mare e per l'elettrotecnica, ha una straordinaria intuizione: sfruttando le onde elettromagnetiche da poco studiate da Hertz, si può arrivare a trasmettere un segnale a distanza, senza bisogno di cavi. Questo geniale autodidatta è Guglielmo Marconi. Trovato sostegno nel Regno Unito, investe tutti i suoi risparmi nel progetto e, nel 1901, dimostra al mondo di avere ragione, inviando il primo segnale radio transatlantico, dalla Cornovaglia al Canada. In pochi anni, grazie alle sue apparecchiature, chi s'imbarca per traversare l'Oceano avrà finalmente una possibilità di salvezza, in caso di naufragio. Celebrato in tutto il mondo, Marconi non smette di sperimentare, aprendo la strada alla radiofonia e alla telefonia. Mette a punto anche un sistema di trasmissione ad onde corte, fino ad immaginare l'uso del radar e la radio-navigazione cieca. Con il suo intuito e il suo coraggio traghetta il mondo dall'epoca delle macchine a quella delle comunicazioni, disegnando il nostro presente e il nostro futuro. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
Guglielmo Marconi. L'invenzione del futuro
Alla fine del XIX secolo, un giovane bolognese di madre irlandese, con la passione per il mare e per l'elettrotecnica, ha una straordinaria intuizione: sfruttando le onde elettromagnetiche da poco studiate da Hertz, si può arrivare a trasmettere un segnale a distanza, senza bisogno di cavi. Questo geniale autodidatta è Guglielmo Marconi. Trovato sostegno nel Regno Unito, investe tutti i suoi risparmi nel progetto e, nel 1901, dimostra al mondo di avere ragione, inviando il primo segnale radio transatlantico, dalla Cornovaglia al Canada. In pochi anni, grazie alle sue apparecchiature, chi s'imbarca per traversare l'Oceano avrà finalmente una possibilità di salvezza, in caso di naufragio. Celebrato in tutto il mondo, Marconi non smette di sperimentare, aprendo la strada alla radiofonia e alla telefonia. Mette a punto anche un sistema di trasmissione ad onde corte, fino ad immaginare l'uso del radar e la radio-navigazione cieca. Con il suo intuito e il suo coraggio traghetta il mondo dall'epoca delle macchine a quella delle comunicazioni, disegnando il nostro presente e il nostro futuro. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
Guglielmo Marconi. L'invenzione del futuro
Alla fine del XIX secolo, un giovane bolognese di madre irlandese, con la passione per il mare e per l'elettrotecnica, ha una straordinaria intuizione: sfruttando le onde elettromagnetiche da poco studiate da Hertz, si può arrivare a trasmettere un segnale a distanza, senza bisogno di cavi. Questo geniale autodidatta è Guglielmo Marconi. Trovato sostegno nel Regno Unito, investe tutti i suoi risparmi nel progetto e, nel 1901, dimostra al mondo di avere ragione, inviando il primo segnale radio transatlantico, dalla Cornovaglia al Canada. In pochi anni, grazie alle sue apparecchiature, chi s'imbarca per traversare l'Oceano avrà finalmente una possibilità di salvezza, in caso di naufragio. Celebrato in tutto il mondo, Marconi non smette di sperimentare, aprendo la strada alla radiofonia e alla telefonia. Mette a punto anche un sistema di trasmissione ad onde corte, fino ad immaginare l'uso del radar e la radio-navigazione cieca. Con il suo intuito e il suo coraggio traghetta il mondo dall'epoca delle macchine a quella delle comunicazioni, disegnando il nostro presente e il nostro futuro. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
Etruschi, signori dei due mari
Il racconto del rapporto tra il popolo etrusco e il mare è un racconto legato al tema dell'incontro culturale e dell'integrazione. Quel mondo arcaico, seppur non estraneo agli scontri e alla violenza della guerra, ci restituisce un complesso di valori sociali, di tolleranza e rispetto verso le altre culture. Basti pensare alla presenza nel porto di Pyrgi di un santuario dedicato a Uni, la Giunone etrusca che incrociava l'immagine religiosa di Astarte, dea dei Fenici. In studio, con Paolo Mieli, la professoressa Laura Michetti.
Guglielmo Marconi. L'invenzione del futuro
Alla fine del XIX secolo, un giovane bolognese di madre irlandese, con la passione per il mare e per l'elettrotecnica, ha una straordinaria intuizione: sfruttando le onde elettromagnetiche da poco studiate da Hertz, si può arrivare a trasmettere un segnale a distanza, senza bisogno di cavi. Questo geniale autodidatta è Guglielmo Marconi. Trovato sostegno nel Regno Unito, investe tutti i suoi risparmi nel progetto e, nel 1901, dimostra al mondo di avere ragione, inviando il primo segnale radio transatlantico, dalla Cornovaglia al Canada. In pochi anni, grazie alle sue apparecchiature, chi s'imbarca per traversare l'Oceano avrà finalmente una possibilità di salvezza, in caso di naufragio. Celebrato in tutto il mondo, Marconi non smette di sperimentare, aprendo la strada alla radiofonia e alla telefonia. Mette a punto anche un sistema di trasmissione ad onde corte, fino ad immaginare l'uso del radar e la radio-navigazione cieca. Con il suo intuito e il suo coraggio traghetta il mondo dall'epoca delle macchine a quella delle comunicazioni, disegnando il nostro presente e il nostro futuro. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
Etruschi, signori dei due mari
Il racconto del rapporto tra il popolo etrusco e il mare è un racconto legato al tema dell'incontro culturale e dell'integrazione. Quel mondo arcaico, seppur non estraneo agli scontri e alla violenza della guerra, ci restituisce un complesso di valori sociali, di tolleranza e rispetto verso le altre culture. Basti pensare alla presenza nel porto di Pyrgi di un santuario dedicato a Uni, la Giunone etrusca che incrociava l'immagine religiosa di Astarte, dea dei Fenici. In studio, con Paolo Mieli, la professoressa Laura Michetti.
domenica 9 agosto 20265 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:20Rai Storia14:35Rai Storia20:30Rai Storia
La Repubblica di Weimar
La Repubblica di Weimar: una parabola nella storia della Germania e dell'Europa, tra la fine della Grande Guerra, di cui porta i segni lungo tutto il suo corso, e la presa del potere nazionalsocialista che ne decreta la fine. Weimar è un laboratorio politico, istituzionale, sociale e artistico, attraversato dalle tensioni della modernità. La sua storia dura quattordici anni e attraversa tre fasi: dal 1918 al 1923, dominata dalle difficoltà poste dall'uscita dal conflitto, dalla firma del durissimo Trattato di pace con gli Alleati, dal biennio rivoluzionario, dalla crisi della Ruhr e dall'iperinflazione; dal 1924 al 1929, i cosiddetti anni d'oro della Repubblica, che vedono il superamento della spirale inflazionistica e dell'isolamento tedesco, inaugurando così, un periodo di distensione internazionale e di grande fioritura artistica; dal 1930 al 1933, in cui il vento della destra autoritaria soffia sempre più forte sulle deboli istituzioni democratiche e fino a portare alla nomina a cancelliere del nemico numero uno della Repubblica: Hitler. Con paolo Mieli il Prof. Giovanni Sabbatucci.
La Repubblica di Weimar
La Repubblica di Weimar: una parabola nella storia della Germania e dell'Europa, tra la fine della Grande Guerra, di cui porta i segni lungo tutto il suo corso, e la presa del potere nazionalsocialista che ne decreta la fine. Weimar è un laboratorio politico, istituzionale, sociale e artistico, attraversato dalle tensioni della modernità. La sua storia dura quattordici anni e attraversa tre fasi: dal 1918 al 1923, dominata dalle difficoltà poste dall'uscita dal conflitto, dalla firma del durissimo Trattato di pace con gli Alleati, dal biennio rivoluzionario, dalla crisi della Ruhr e dall'iperinflazione; dal 1924 al 1929, i cosiddetti anni d'oro della Repubblica, che vedono il superamento della spirale inflazionistica e dell'isolamento tedesco, inaugurando così, un periodo di distensione internazionale e di grande fioritura artistica; dal 1930 al 1933, in cui il vento della destra autoritaria soffia sempre più forte sulle deboli istituzioni democratiche e fino a portare alla nomina a cancelliere del nemico numero uno della Repubblica: Hitler. Con paolo Mieli il Prof. Giovanni Sabbatucci.
La Repubblica di Weimar
La Repubblica di Weimar: una parabola nella storia della Germania e dell'Europa, tra la fine della Grande Guerra, di cui porta i segni lungo tutto il suo corso, e la presa del potere nazionalsocialista che ne decreta la fine. Weimar è un laboratorio politico, istituzionale, sociale e artistico, attraversato dalle tensioni della modernità. La sua storia dura quattordici anni e attraversa tre fasi: dal 1918 al 1923, dominata dalle difficoltà poste dall'uscita dal conflitto, dalla firma del durissimo Trattato di pace con gli Alleati, dal biennio rivoluzionario, dalla crisi della Ruhr e dall'iperinflazione; dal 1924 al 1929, i cosiddetti anni d'oro della Repubblica, che vedono il superamento della spirale inflazionistica e dell'isolamento tedesco, inaugurando così, un periodo di distensione internazionale e di grande fioritura artistica; dal 1930 al 1933, in cui il vento della destra autoritaria soffia sempre più forte sulle deboli istituzioni democratiche e fino a portare alla nomina a cancelliere del nemico numero uno della Repubblica: Hitler. Con paolo Mieli il Prof. Giovanni Sabbatucci.
La Repubblica di Weimar
La Repubblica di Weimar: una parabola nella storia della Germania e dell'Europa, tra la fine della Grande Guerra, di cui porta i segni lungo tutto il suo corso, e la presa del potere nazionalsocialista che ne decreta la fine. Weimar è un laboratorio politico, istituzionale, sociale e artistico, attraversato dalle tensioni della modernità. La sua storia dura quattordici anni e attraversa tre fasi: dal 1918 al 1923, dominata dalle difficoltà poste dall'uscita dal conflitto, dalla firma del durissimo Trattato di pace con gli Alleati, dal biennio rivoluzionario, dalla crisi della Ruhr e dall'iperinflazione; dal 1924 al 1929, i cosiddetti anni d'oro della Repubblica, che vedono il superamento della spirale inflazionistica e dell'isolamento tedesco, inaugurando così, un periodo di distensione internazionale e di grande fioritura artistica; dal 1930 al 1933, in cui il vento della destra autoritaria soffia sempre più forte sulle deboli istituzioni democratiche e fino a portare alla nomina a cancelliere del nemico numero uno della Repubblica: Hitler. Con paolo Mieli il Prof. Giovanni Sabbatucci.
Guglielmo Marconi. L'invenzione del futuro
Alla fine del XIX secolo, un giovane bolognese di madre irlandese, con la passione per il mare e per l'elettrotecnica, ha una straordinaria intuizione: sfruttando le onde elettromagnetiche da poco studiate da Hertz, si può arrivare a trasmettere un segnale a distanza, senza bisogno di cavi. Questo geniale autodidatta è Guglielmo Marconi. Trovato sostegno nel Regno Unito, investe tutti i suoi risparmi nel progetto e, nel 1901, dimostra al mondo di avere ragione, inviando il primo segnale radio transatlantico, dalla Cornovaglia al Canada. In pochi anni, grazie alle sue apparecchiature, chi s'imbarca per traversare l'Oceano avrà finalmente una possibilità di salvezza, in caso di naufragio. Celebrato in tutto il mondo, Marconi non smette di sperimentare, aprendo la strada alla radiofonia e alla telefonia. Mette a punto anche un sistema di trasmissione ad onde corte, fino ad immaginare l'uso del radar e la radio-navigazione cieca. Con il suo intuito e il suo coraggio traghetta il mondo dall'epoca delle macchine a quella delle comunicazioni, disegnando il nostro presente e il nostro futuro. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
sabato 8 agosto 20265 puntate
00:50Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:30Rai Storia20:30Rai Storia
Artemisia Gentileschi. La libertà attraverso l’arte
Nel Seicento, una donna osa sfidare le convenzioni del suo tempo con la forza della sua arte. Artemisia Gentileschi, cresciuta nella Roma di Caravaggio, non è soltanto una delle rarissime pittrici della sua epoca, ma un'artista capace di trasformare il trauma della violenza subita in capolavori di intensa potenza. Vittima di uno stupro, costretta a subire un processo e la tortura, Artemisia trova nell'arte la sua rivincita. Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce a Firenze, dove ribalta il ruolo tradizionale di moglie affermandosi come pittrice di grande talento. Conquista l'attenzione di illustri committenti, come i Medici, e frequenta l'élite culturale della città ed entra in contatto con figure come Galileo Galilei. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno: un riconoscimento ufficiale del suo genio ma anche una conquista rivoluzionaria. L'ammissione le garantisce infatti autonomia legale e finanziaria, un privilegio impensabile per una donna del tempo. Ora che può finalmente firmare contratti a proprio nome e gestire liberamente le proprie risorse, senza la tutela di un padre o di un marito, Artemisia Gentileschi diventa imprenditrice di sé stessa. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Artemisia Gentileschi. La libertà attraverso l’arte
Nel Seicento, una donna osa sfidare le convenzioni del suo tempo con la forza della sua arte. Artemisia Gentileschi, cresciuta nella Roma di Caravaggio, non è soltanto una delle rarissime pittrici della sua epoca, ma un'artista capace di trasformare il trauma della violenza subita in capolavori di intensa potenza. Vittima di uno stupro, costretta a subire un processo e la tortura, Artemisia trova nell'arte la sua rivincita. Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce a Firenze, dove ribalta il ruolo tradizionale di moglie affermandosi come pittrice di grande talento. Conquista l'attenzione di illustri committenti, come i Medici, e frequenta l'élite culturale della città ed entra in contatto con figure come Galileo Galilei. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno: un riconoscimento ufficiale del suo genio ma anche una conquista rivoluzionaria. L'ammissione le garantisce infatti autonomia legale e finanziaria, un privilegio impensabile per una donna del tempo. Ora che può finalmente firmare contratti a proprio nome e gestire liberamente le proprie risorse, senza la tutela di un padre o di un marito, Artemisia Gentileschi diventa imprenditrice di sé stessa. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Artemisia Gentileschi. La libertà attraverso l’arte
Nel Seicento, una donna osa sfidare le convenzioni del suo tempo con la forza della sua arte. Artemisia Gentileschi, cresciuta nella Roma di Caravaggio, non è soltanto una delle rarissime pittrici della sua epoca, ma un'artista capace di trasformare il trauma della violenza subita in capolavori di intensa potenza. Vittima di uno stupro, costretta a subire un processo e la tortura, Artemisia trova nell'arte la sua rivincita. Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce a Firenze, dove ribalta il ruolo tradizionale di moglie affermandosi come pittrice di grande talento. Conquista l'attenzione di illustri committenti, come i Medici, e frequenta l'élite culturale della città ed entra in contatto con figure come Galileo Galilei. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno: un riconoscimento ufficiale del suo genio ma anche una conquista rivoluzionaria. L'ammissione le garantisce infatti autonomia legale e finanziaria, un privilegio impensabile per una donna del tempo. Ora che può finalmente firmare contratti a proprio nome e gestire liberamente le proprie risorse, senza la tutela di un padre o di un marito, Artemisia Gentileschi diventa imprenditrice di sé stessa. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Artemisia Gentileschi. La libertà attraverso l’arte
Nel Seicento, una donna osa sfidare le convenzioni del suo tempo con la forza della sua arte. Artemisia Gentileschi, cresciuta nella Roma di Caravaggio, non è soltanto una delle rarissime pittrici della sua epoca, ma un'artista capace di trasformare il trauma della violenza subita in capolavori di intensa potenza. Vittima di uno stupro, costretta a subire un processo e la tortura, Artemisia trova nell'arte la sua rivincita. Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce a Firenze, dove ribalta il ruolo tradizionale di moglie affermandosi come pittrice di grande talento. Conquista l'attenzione di illustri committenti, come i Medici, e frequenta l'élite culturale della città ed entra in contatto con figure come Galileo Galilei. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno: un riconoscimento ufficiale del suo genio ma anche una conquista rivoluzionaria. L'ammissione le garantisce infatti autonomia legale e finanziaria, un privilegio impensabile per una donna del tempo. Ora che può finalmente firmare contratti a proprio nome e gestire liberamente le proprie risorse, senza la tutela di un padre o di un marito, Artemisia Gentileschi diventa imprenditrice di sé stessa. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
La Repubblica di Weimar
La Repubblica di Weimar: una parabola nella storia della Germania e dell'Europa, tra la fine della Grande Guerra, di cui porta i segni lungo tutto il suo corso, e la presa del potere nazionalsocialista che ne decreta la fine. Weimar è un laboratorio politico, istituzionale, sociale e artistico, attraversato dalle tensioni della modernità. La sua storia dura quattordici anni e attraversa tre fasi: dal 1918 al 1923, dominata dalle difficoltà poste dall'uscita dal conflitto, dalla firma del durissimo Trattato di pace con gli Alleati, dal biennio rivoluzionario, dalla crisi della Ruhr e dall'iperinflazione; dal 1924 al 1929, i cosiddetti anni d'oro della Repubblica, che vedono il superamento della spirale inflazionistica e dell'isolamento tedesco, inaugurando così, un periodo di distensione internazionale e di grande fioritura artistica; dal 1930 al 1933, in cui il vento della destra autoritaria soffia sempre più forte sulle deboli istituzioni democratiche e fino a portare alla nomina a cancelliere del nemico numero uno della Repubblica: Hitler. Con paolo Mieli il Prof. Giovanni Sabbatucci.
venerdì 7 agosto 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Carlo Collodi, il padre di Pinocchio
Si forma nell'Italia risorgimentale. Traduce in italiano le favole di Perrault. Poi prende lo pseudonimo di Collodi, il paese di sua mamma e scrive il libro più venduto al mondo, dopo la bibbia e il corano. Quando nel 1881, Carlo Lorenzini che ora è Carlo Collodi, presenta Le avventure di Pinocchio al suo editore la definisce: una bambinata dicendo che il committente poteva farne quel che voleva. L'autore, con un passato di brillantissimo giornalista e critico musicale, era alle sue prime esperienze di novellista per bambini e non poteva immaginare che Pinocchio sarebbe diventato il libro più tradotto al mondo, solo dopo la Bibbia e il Corano. Nel '900 infatti, ad iniziare da Benedetto Croce e Alberto Asor Rosa, non c'è stato un solo gigante della letteratura che non abbia interpretato la storia del burattino, scavando nei significati pedagogici di quella strana creatura intarsiata nel comune legno da camino, che diventa umana dopo un continuo saliscendi tra abiezione e redenzione. In studio con paolo mieli il professor Gilles Pécout.
Carlo Collodi, il padre di Pinocchio
Si forma nell'Italia risorgimentale. Traduce in italiano le favole di Perrault. Poi prende lo pseudonimo di Collodi, il paese di sua mamma e scrive il libro più venduto al mondo, dopo la bibbia e il corano. Quando nel 1881, Carlo Lorenzini che ora è Carlo Collodi, presenta Le avventure di Pinocchio al suo editore la definisce: una bambinata dicendo che il committente poteva farne quel che voleva. L'autore, con un passato di brillantissimo giornalista e critico musicale, era alle sue prime esperienze di novellista per bambini e non poteva immaginare che Pinocchio sarebbe diventato il libro più tradotto al mondo, solo dopo la Bibbia e il Corano. Nel '900 infatti, ad iniziare da Benedetto Croce e Alberto Asor Rosa, non c'è stato un solo gigante della letteratura che non abbia interpretato la storia del burattino, scavando nei significati pedagogici di quella strana creatura intarsiata nel comune legno da camino, che diventa umana dopo un continuo saliscendi tra abiezione e redenzione. In studio con paolo mieli il professor Gilles Pécout.
Carlo Collodi, il padre di Pinocchio
Si forma nell'Italia risorgimentale. Traduce in italiano le favole di Perrault. Poi prende lo pseudonimo di Collodi, il paese di sua mamma e scrive il libro più venduto al mondo, dopo la bibbia e il corano. Quando nel 1881, Carlo Lorenzini che ora è Carlo Collodi, presenta Le avventure di Pinocchio al suo editore la definisce: una bambinata dicendo che il committente poteva farne quel che voleva. L'autore, con un passato di brillantissimo giornalista e critico musicale, era alle sue prime esperienze di novellista per bambini e non poteva immaginare che Pinocchio sarebbe diventato il libro più tradotto al mondo, solo dopo la Bibbia e il Corano. Nel '900 infatti, ad iniziare da Benedetto Croce e Alberto Asor Rosa, non c'è stato un solo gigante della letteratura che non abbia interpretato la storia del burattino, scavando nei significati pedagogici di quella strana creatura intarsiata nel comune legno da camino, che diventa umana dopo un continuo saliscendi tra abiezione e redenzione. In studio con paolo mieli il professor Gilles Pécout.
Artemisia Gentileschi. La libertà attraverso l’arte
Nel Seicento, una donna osa sfidare le convenzioni del suo tempo con la forza della sua arte. Artemisia Gentileschi, cresciuta nella Roma di Caravaggio, non è soltanto una delle rarissime pittrici della sua epoca, ma un'artista capace di trasformare il trauma della violenza subita in capolavori di intensa potenza. Vittima di uno stupro, costretta a subire un processo e la tortura, Artemisia trova nell'arte la sua rivincita. Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce a Firenze, dove ribalta il ruolo tradizionale di moglie affermandosi come pittrice di grande talento. Conquista l'attenzione di illustri committenti, come i Medici, e frequenta l'élite culturale della città ed entra in contatto con figure come Galileo Galilei. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno: un riconoscimento ufficiale del suo genio ma anche una conquista rivoluzionaria. L'ammissione le garantisce infatti autonomia legale e finanziaria, un privilegio impensabile per una donna del tempo. Ora che può finalmente firmare contratti a proprio nome e gestire liberamente le proprie risorse, senza la tutela di un padre o di un marito, Artemisia Gentileschi diventa imprenditrice di sé stessa. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Carlo Collodi, il padre di Pinocchio
Si forma nell'Italia risorgimentale. Traduce in italiano le favole di Perrault. Poi prende lo pseudonimo di Collodi, il paese di sua mamma e scrive il libro più venduto al mondo, dopo la bibbia e il corano. Quando nel 1881, Carlo Lorenzini che ora è Carlo Collodi, presenta Le avventure di Pinocchio al suo editore la definisce: una bambinata dicendo che il committente poteva farne quel che voleva. L'autore, con un passato di brillantissimo giornalista e critico musicale, era alle sue prime esperienze di novellista per bambini e non poteva immaginare che Pinocchio sarebbe diventato il libro più tradotto al mondo, solo dopo la Bibbia e il Corano. Nel '900 infatti, ad iniziare da Benedetto Croce e Alberto Asor Rosa, non c'è stato un solo gigante della letteratura che non abbia interpretato la storia del burattino, scavando nei significati pedagogici di quella strana creatura intarsiata nel comune legno da camino, che diventa umana dopo un continuo saliscendi tra abiezione e redenzione. In studio con paolo mieli il professor Gilles Pécout.
Artemisia Gentileschi. La libertà attraverso l’arte
Nel Seicento, una donna osa sfidare le convenzioni del suo tempo con la forza della sua arte. Artemisia Gentileschi, cresciuta nella Roma di Caravaggio, non è soltanto una delle rarissime pittrici della sua epoca, ma un'artista capace di trasformare il trauma della violenza subita in capolavori di intensa potenza. Vittima di uno stupro, costretta a subire un processo e la tortura, Artemisia trova nell'arte la sua rivincita. Nel 1612 lascia Roma e si trasferisce a Firenze, dove ribalta il ruolo tradizionale di moglie affermandosi come pittrice di grande talento. Conquista l'attenzione di illustri committenti, come i Medici, e frequenta l'élite culturale della città ed entra in contatto con figure come Galileo Galilei. Nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno: un riconoscimento ufficiale del suo genio ma anche una conquista rivoluzionaria. L'ammissione le garantisce infatti autonomia legale e finanziaria, un privilegio impensabile per una donna del tempo. Ora che può finalmente firmare contratti a proprio nome e gestire liberamente le proprie risorse, senza la tutela di un padre o di un marito, Artemisia Gentileschi diventa imprenditrice di sé stessa. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
giovedì 6 agosto 20266 puntate
01:10Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Leonardo Sciascia. Morte dell'Inquisitore
Ha raccontato l'Italia guardandola dalla sua sicilia. Mafia, potere, giustizia. Quando agli inizi del '900, a Palermo, nel Palazzo Chiaramonte-Steri, vengono alla luce, sotto lo strato di intonaco, numerosi disegni e graffiti risalenti ai tempi dell'inquisizione spagnola, per Leonardo Sciascia salvaguardare quei luoghi, custodi di una lunga e oscura pagina di storia, è un dovere morale. Nel 1964 pubblica "Morte dell'inquisitore", un'opera che ruota attorno alle vicende dell'eretico Diego La Matina che, da vittima dell'inquisizione, si trasforma in carnefice uccidendo il suo torturatore Juan lopez de Cisneros. Una riflessione sulla libertà della coscienza contro ogni forma di potere autoritario. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Luciano Curreri.
Leonardo Sciascia. Morte dell'Inquisitore
Ha raccontato l'Italia guardandola dalla sua sicilia. Mafia, potere, giustizia. Quando agli inizi del '900, a Palermo, nel Palazzo Chiaramonte-Steri, vengono alla luce, sotto lo strato di intonaco, numerosi disegni e graffiti risalenti ai tempi dell'inquisizione spagnola, per Leonardo Sciascia salvaguardare quei luoghi, custodi di una lunga e oscura pagina di storia, è un dovere morale. Nel 1964 pubblica "Morte dell'inquisitore", un'opera che ruota attorno alle vicende dell'eretico Diego La Matina che, da vittima dell'inquisizione, si trasforma in carnefice uccidendo il suo torturatore Juan lopez de Cisneros. Una riflessione sulla libertà della coscienza contro ogni forma di potere autoritario. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Luciano Curreri.
Hiroshima e Nagasaki, l'apocalisse atomica
Davanti a una Giappone al collasso ma che non accetta la resa, il 6 agosto 1945 un aereo americano sgancia la prima bomba atomica della storia sulla città di Hiroshima, provocando la distruzione totale della città e la morte immediata di 80.000 persone. Tre giorni, il 9 agosto, una seconda bomba è sganciata su Nagasaki, con gli stessi esiti devastanti e 40.000 morti. In pochi secondi, due città sono ridotte in cenere e l'umanità scopre di aver costruito l'arma capace di cancellare sé stessa. Il 15 agosto il Giappone si arrende e la fine della guerra coincide con l'inizio dell'era atomica segnata dalla paura della distruzione totale. In studio, con Paolo Mieli, il professor Leopoldo Nuti.
Carlo Collodi, il padre di Pinocchio
Si forma nell'Italia risorgimentale. Traduce in italiano le favole di Perrault. Poi prende lo pseudonimo di Collodi, il paese di sua mamma e scrive il libro più venduto al mondo, dopo la bibbia e il corano. Quando nel 1881, Carlo Lorenzini che ora è Carlo Collodi, presenta Le avventure di Pinocchio al suo editore la definisce: una bambinata dicendo che il committente poteva farne quel che voleva. L'autore, con un passato di brillantissimo giornalista e critico musicale, era alle sue prime esperienze di novellista per bambini e non poteva immaginare che Pinocchio sarebbe diventato il libro più tradotto al mondo, solo dopo la Bibbia e il Corano. Nel '900 infatti, ad iniziare da Benedetto Croce e Alberto Asor Rosa, non c'è stato un solo gigante della letteratura che non abbia interpretato la storia del burattino, scavando nei significati pedagogici di quella strana creatura intarsiata nel comune legno da camino, che diventa umana dopo un continuo saliscendi tra abiezione e redenzione. In studio con paolo mieli il professor Gilles Pécout.
Hiroshima e Nagasaki, l'apocalisse atomica
Davanti a una Giappone al collasso ma che non accetta la resa, il 6 agosto 1945 un aereo americano sgancia la prima bomba atomica della storia sulla città di Hiroshima, provocando la distruzione totale della città e la morte immediata di 80.000 persone. Tre giorni, il 9 agosto, una seconda bomba è sganciata su Nagasaki, con gli stessi esiti devastanti e 40.000 morti. In pochi secondi, due città sono ridotte in cenere e l'umanità scopre di aver costruito l'arma capace di cancellare sé stessa. Il 15 agosto il Giappone si arrende e la fine della guerra coincide con l'inizio dell'era atomica segnata dalla paura della distruzione totale. In studio, con Paolo Mieli, il professor Leopoldo Nuti.
Carlo Collodi, il padre di Pinocchio
Si forma nell'Italia risorgimentale. Traduce in italiano le favole di Perrault. Poi prende lo pseudonimo di Collodi, il paese di sua mamma e scrive il libro più venduto al mondo, dopo la bibbia e il corano. Quando nel 1881, Carlo Lorenzini che ora è Carlo Collodi, presenta Le avventure di Pinocchio al suo editore la definisce: una bambinata dicendo che il committente poteva farne quel che voleva. L'autore, con un passato di brillantissimo giornalista e critico musicale, era alle sue prime esperienze di novellista per bambini e non poteva immaginare che Pinocchio sarebbe diventato il libro più tradotto al mondo, solo dopo la Bibbia e il Corano. Nel '900 infatti, ad iniziare da Benedetto Croce e Alberto Asor Rosa, non c'è stato un solo gigante della letteratura che non abbia interpretato la storia del burattino, scavando nei significati pedagogici di quella strana creatura intarsiata nel comune legno da camino, che diventa umana dopo un continuo saliscendi tra abiezione e redenzione. In studio con paolo mieli il professor Gilles Pécout.
mercoledì 5 agosto 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:35Rai Storia
La Napoli di Carlo di Borbone
I suoi sudditi lo ricordano con un soprannome emblematico: "il buon re". Carlo di Borbone è il sovrano illuminato con cui, dal 1734, il Regno di Napoli torna indipendente, dopo due secoli di viceré spagnoli e austriaci. Ridisegna la città, promuove la costruzione di edifici sontuosi come il Teatro San Carlo, il Real Albergo dei Poveri, e la maestosa Reggia a Caserta ed è il mecenate degli scavi di Ercolano e Pompei. Un regnante che sa circondarsi di una classe dirigente colta e innovativa. Passato e Presente racconta, con Charlotte Marincola sui luoghi della storia, il regno di Carlo di Borbone e il segno profondo che ha lasciato nella città di Napoli e nella memoria dei suoi abitanti. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Vittoria Fiorelli.
La Napoli di Carlo di Borbone
I suoi sudditi lo ricordano con un soprannome emblematico: "il buon re". Carlo di Borbone è il sovrano illuminato con cui, dal 1734, il Regno di Napoli torna indipendente, dopo due secoli di viceré spagnoli e austriaci. Ridisegna la città, promuove la costruzione di edifici sontuosi come il Teatro San Carlo, il Real Albergo dei Poveri, e la maestosa Reggia a Caserta ed è il mecenate degli scavi di Ercolano e Pompei. Un regnante che sa circondarsi di una classe dirigente colta e innovativa. Passato e Presente racconta, con Charlotte Marincola sui luoghi della storia, il regno di Carlo di Borbone e il segno profondo che ha lasciato nella città di Napoli e nella memoria dei suoi abitanti. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Vittoria Fiorelli.
La Napoli di Carlo di Borbone
I suoi sudditi lo ricordano con un soprannome emblematico: "il buon re". Carlo di Borbone è il sovrano illuminato con cui, dal 1734, il Regno di Napoli torna indipendente, dopo due secoli di viceré spagnoli e austriaci. Ridisegna la città, promuove la costruzione di edifici sontuosi come il Teatro San Carlo, il Real Albergo dei Poveri, e la maestosa Reggia a Caserta ed è il mecenate degli scavi di Ercolano e Pompei. Un regnante che sa circondarsi di una classe dirigente colta e innovativa. Passato e Presente racconta, con Charlotte Marincola sui luoghi della storia, il regno di Carlo di Borbone e il segno profondo che ha lasciato nella città di Napoli e nella memoria dei suoi abitanti. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Vittoria Fiorelli.
Leonardo Sciascia. Morte dell'Inquisitore
Ha raccontato l'Italia guardandola dalla sua sicilia. Mafia, potere, giustizia. Quando agli inizi del '900, a Palermo, nel Palazzo Chiaramonte-Steri, vengono alla luce, sotto lo strato di intonaco, numerosi disegni e graffiti risalenti ai tempi dell'inquisizione spagnola, per Leonardo Sciascia salvaguardare quei luoghi, custodi di una lunga e oscura pagina di storia, è un dovere morale. Nel 1964 pubblica "Morte dell'inquisitore", un'opera che ruota attorno alle vicende dell'eretico Diego La Matina che, da vittima dell'inquisizione, si trasforma in carnefice uccidendo il suo torturatore Juan lopez de Cisneros. Una riflessione sulla libertà della coscienza contro ogni forma di potere autoritario. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Luciano Curreri.
La Napoli di Carlo di Borbone
I suoi sudditi lo ricordano con un soprannome emblematico: "il buon re". Carlo di Borbone è il sovrano illuminato con cui, dal 1734, il Regno di Napoli torna indipendente, dopo due secoli di viceré spagnoli e austriaci. Ridisegna la città, promuove la costruzione di edifici sontuosi come il Teatro San Carlo, il Real Albergo dei Poveri, e la maestosa Reggia a Caserta ed è il mecenate degli scavi di Ercolano e Pompei. Un regnante che sa circondarsi di una classe dirigente colta e innovativa. Passato e Presente racconta, con Charlotte Marincola sui luoghi della storia, il regno di Carlo di Borbone e il segno profondo che ha lasciato nella città di Napoli e nella memoria dei suoi abitanti. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Vittoria Fiorelli.
Leonardo Sciascia. Morte dell'Inquisitore
Ha raccontato l'Italia guardandola dalla sua sicilia. Mafia, potere, giustizia. Quando agli inizi del '900, a Palermo, nel Palazzo Chiaramonte-Steri, vengono alla luce, sotto lo strato di intonaco, numerosi disegni e graffiti risalenti ai tempi dell'inquisizione spagnola, per Leonardo Sciascia salvaguardare quei luoghi, custodi di una lunga e oscura pagina di storia, è un dovere morale. Nel 1964 pubblica "Morte dell'inquisitore", un'opera che ruota attorno alle vicende dell'eretico Diego La Matina che, da vittima dell'inquisizione, si trasforma in carnefice uccidendo il suo torturatore Juan lopez de Cisneros. Una riflessione sulla libertà della coscienza contro ogni forma di potere autoritario. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Luciano Curreri.
martedì 4 agosto 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
John Lennon. Il mito oltre la musica
John Lennon rappresenta una delle più potenti icone mai prodotte dalla cultura popolare, e non solo perché è stato fondatore e leader (con Paul McCartney) della più nota band della storia, i Beatles. La fama di Lennon travalica i confini della musica, grazie alle sue idee sulla pace universale propagandate attraverso le canzoni e un impegno pubblico condiviso per lunghi tratti con la seconda moglie Yoko Ono. Prese di posizione che suscitano vasti consensi ma anche ostilità, come quella che manifesta nei suoi confronti il governo degli Stati Uniti d'America. La sua uccisione per mano di un fanatico nel 1980 contribuisce a rendere immortale il suo mito. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Ferdinando Fasce.
John Lennon. Il mito oltre la musica
John Lennon rappresenta una delle più potenti icone mai prodotte dalla cultura popolare, e non solo perché è stato fondatore e leader (con Paul McCartney) della più nota band della storia, i Beatles. La fama di Lennon travalica i confini della musica, grazie alle sue idee sulla pace universale propagandate attraverso le canzoni e un impegno pubblico condiviso per lunghi tratti con la seconda moglie Yoko Ono. Prese di posizione che suscitano vasti consensi ma anche ostilità, come quella che manifesta nei suoi confronti il governo degli Stati Uniti d'America. La sua uccisione per mano di un fanatico nel 1980 contribuisce a rendere immortale il suo mito. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Ferdinando Fasce.
John Lennon. Il mito oltre la musica
John Lennon rappresenta una delle più potenti icone mai prodotte dalla cultura popolare, e non solo perché è stato fondatore e leader (con Paul McCartney) della più nota band della storia, i Beatles. La fama di Lennon travalica i confini della musica, grazie alle sue idee sulla pace universale propagandate attraverso le canzoni e un impegno pubblico condiviso per lunghi tratti con la seconda moglie Yoko Ono. Prese di posizione che suscitano vasti consensi ma anche ostilità, come quella che manifesta nei suoi confronti il governo degli Stati Uniti d'America. La sua uccisione per mano di un fanatico nel 1980 contribuisce a rendere immortale il suo mito. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Ferdinando Fasce.
La Napoli di Carlo di Borbone
I suoi sudditi lo ricordano con un soprannome emblematico: "il buon re". Carlo di Borbone è il sovrano illuminato con cui, dal 1734, il Regno di Napoli torna indipendente, dopo due secoli di viceré spagnoli e austriaci. Ridisegna la città, promuove la costruzione di edifici sontuosi come il Teatro San Carlo, il Real Albergo dei Poveri, e la maestosa Reggia a Caserta ed è il mecenate degli scavi di Ercolano e Pompei. Un regnante che sa circondarsi di una classe dirigente colta e innovativa. Passato e Presente racconta, con Charlotte Marincola sui luoghi della storia, il regno di Carlo di Borbone e il segno profondo che ha lasciato nella città di Napoli e nella memoria dei suoi abitanti. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Vittoria Fiorelli.
John Lennon. Il mito oltre la musica
John Lennon rappresenta una delle più potenti icone mai prodotte dalla cultura popolare, e non solo perché è stato fondatore e leader (con Paul McCartney) della più nota band della storia, i Beatles. La fama di Lennon travalica i confini della musica, grazie alle sue idee sulla pace universale propagandate attraverso le canzoni e un impegno pubblico condiviso per lunghi tratti con la seconda moglie Yoko Ono. Prese di posizione che suscitano vasti consensi ma anche ostilità, come quella che manifesta nei suoi confronti il governo degli Stati Uniti d'America. La sua uccisione per mano di un fanatico nel 1980 contribuisce a rendere immortale il suo mito. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Ferdinando Fasce.
La Napoli di Carlo di Borbone
I suoi sudditi lo ricordano con un soprannome emblematico: "il buon re". Carlo di Borbone è il sovrano illuminato con cui, dal 1734, il Regno di Napoli torna indipendente, dopo due secoli di viceré spagnoli e austriaci. Ridisegna la città, promuove la costruzione di edifici sontuosi come il Teatro San Carlo, il Real Albergo dei Poveri, e la maestosa Reggia a Caserta ed è il mecenate degli scavi di Ercolano e Pompei. Un regnante che sa circondarsi di una classe dirigente colta e innovativa. Passato e Presente racconta, con Charlotte Marincola sui luoghi della storia, il regno di Carlo di Borbone e il segno profondo che ha lasciato nella città di Napoli e nella memoria dei suoi abitanti. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Vittoria Fiorelli.
lunedì 3 agosto 20266 puntate
01:00Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Machiavelli
Niccolò Machiavelli: politico, diplomatico, letterato, commediografo. Una personalità complessa, spesso semplificata o peggio travisata con citazioni sommarie della sua opera. L'aggettivo "machiavellico" è diventato così sinonimo di un agire politico cinico, spregiudicato, di un modo di fare politica dove tutto è permesso in nome della ragion di Stato. In realtà Machiavelli è stato un acuto testimone del suo tempo e un pensatore che ha maturato una visione unitaria della patria e del senso di appartenenza di un popolo. Il suo sguardo è attento, seppure fortemente ironico, e il passaggio dalle speculazioni teoriche al registro apparentemente più leggero della commedia è un continuo fluire. Il professor Lucio Villari approfondirà, nella puntata di Passato e presente a lui dedicata, la figura del pensatore fiorentino e del contesto storico in cui sono maturate le sue opere. In studio con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
Machiavelli
Niccolò Machiavelli: politico, diplomatico, letterato, commediografo. Una personalità complessa, spesso semplificata o peggio travisata con citazioni sommarie della sua opera. L'aggettivo "machiavellico" è diventato così sinonimo di un agire politico cinico, spregiudicato, di un modo di fare politica dove tutto è permesso in nome della ragion di Stato. In realtà Machiavelli è stato un acuto testimone del suo tempo e un pensatore che ha maturato una visione unitaria della patria e del senso di appartenenza di un popolo. Il suo sguardo è attento, seppure fortemente ironico, e il passaggio dalle speculazioni teoriche al registro apparentemente più leggero della commedia è un continuo fluire. Il professor Lucio Villari approfondirà, nella puntata di Passato e presente a lui dedicata, la figura del pensatore fiorentino e del contesto storico in cui sono maturate le sue opere. In studio con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
Machiavelli
Niccolò Machiavelli: politico, diplomatico, letterato, commediografo. Una personalità complessa, spesso semplificata o peggio travisata con citazioni sommarie della sua opera. L'aggettivo "machiavellico" è diventato così sinonimo di un agire politico cinico, spregiudicato, di un modo di fare politica dove tutto è permesso in nome della ragion di Stato. In realtà Machiavelli è stato un acuto testimone del suo tempo e un pensatore che ha maturato una visione unitaria della patria e del senso di appartenenza di un popolo. Il suo sguardo è attento, seppure fortemente ironico, e il passaggio dalle speculazioni teoriche al registro apparentemente più leggero della commedia è un continuo fluire. Il professor Lucio Villari approfondirà, nella puntata di Passato e presente a lui dedicata, la figura del pensatore fiorentino e del contesto storico in cui sono maturate le sue opere. In studio con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
John Lennon. Il mito oltre la musica
John Lennon rappresenta una delle più potenti icone mai prodotte dalla cultura popolare, e non solo perché è stato fondatore e leader (con Paul McCartney) della più nota band della storia, i Beatles. La fama di Lennon travalica i confini della musica, grazie alle sue idee sulla pace universale propagandate attraverso le canzoni e un impegno pubblico condiviso per lunghi tratti con la seconda moglie Yoko Ono. Prese di posizione che suscitano vasti consensi ma anche ostilità, come quella che manifesta nei suoi confronti il governo degli Stati Uniti d'America. La sua uccisione per mano di un fanatico nel 1980 contribuisce a rendere immortale il suo mito. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Ferdinando Fasce.
Machiavelli
Niccolò Machiavelli: politico, diplomatico, letterato, commediografo. Una personalità complessa, spesso semplificata o peggio travisata con citazioni sommarie della sua opera. L'aggettivo "machiavellico" è diventato così sinonimo di un agire politico cinico, spregiudicato, di un modo di fare politica dove tutto è permesso in nome della ragion di Stato. In realtà Machiavelli è stato un acuto testimone del suo tempo e un pensatore che ha maturato una visione unitaria della patria e del senso di appartenenza di un popolo. Il suo sguardo è attento, seppure fortemente ironico, e il passaggio dalle speculazioni teoriche al registro apparentemente più leggero della commedia è un continuo fluire. Il professor Lucio Villari approfondirà, nella puntata di Passato e presente a lui dedicata, la figura del pensatore fiorentino e del contesto storico in cui sono maturate le sue opere. In studio con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
John Lennon. Il mito oltre la musica
John Lennon rappresenta una delle più potenti icone mai prodotte dalla cultura popolare, e non solo perché è stato fondatore e leader (con Paul McCartney) della più nota band della storia, i Beatles. La fama di Lennon travalica i confini della musica, grazie alle sue idee sulla pace universale propagandate attraverso le canzoni e un impegno pubblico condiviso per lunghi tratti con la seconda moglie Yoko Ono. Prese di posizione che suscitano vasti consensi ma anche ostilità, come quella che manifesta nei suoi confronti il governo degli Stati Uniti d'America. La sua uccisione per mano di un fanatico nel 1980 contribuisce a rendere immortale il suo mito. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Ferdinando Fasce.
domenica 2 agosto 20265 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:40Rai Storia20:30Rai Storia
Guglielmo Giannini, l'uomo qualunque
È il 27 dicembre 1944. Mentre al Nord si combatte ancora contro i nazifascisti, nella Roma ormai liberata, esce un nuovo settimanale che nel giro di una mattina vende 25.000 copie: L'Uomo Qualunque. Nella testata, una grande vignetta disegnata da Giuseppe Russo, un vecchio caricaturista, raffigura, dietro una "U" in rosso, un uomo sotto un torchio manovrato da mani ignote. Sembra un giornale umoristico ma la nota in quarta di copertina spiega che così non è. In questa puntata, Paolo Mieli e il professor Giovanni Sabbatucci raccontano l'avventura di Guglielmo Giannini. Autore di tutti gli articoli di quel primo numero, fondatore e direttore del periodico è un canzonettista, commediografo, sceneggiatore e giornalista abbastanza noto: Guglielmo Giannini. Il nuovo periodico, che nel 1946 diventa il giornale più venduto d'Italia, si pone dalla parte della conservazione e con salaci invettive e insulti volgari, si scaglia contro il sistema partitico nascente, cui contesta di essere al potere e il diritto a condurre l'epurazione. Ben presto però, a Giannini la satira non basta più: è giunto il momento di agire e di fare del movimento intorno al suo settimanale una forza concreta in grado di cambiare davvero le cose. Nell'agosto del 1945, nasce il Fronte dell'Uomo Qualunque, "il partito degli antipartito", la cui avventura politica, dopo aver ottenuto un sorprendente successo alle elezioni del 1946, si conclude altrettanto rapidamente. Giannini muore a Roma il 13 ottobre 1960 e con lui se ne va anche L'Uomo Qualunque, con un ultimo numero, dedicato alla memoria del fondatore.
Guglielmo Giannini, l'uomo qualunque
È il 27 dicembre 1944. Mentre al Nord si combatte ancora contro i nazifascisti, nella Roma ormai liberata, esce un nuovo settimanale che nel giro di una mattina vende 25.000 copie: L'Uomo Qualunque. Nella testata, una grande vignetta disegnata da Giuseppe Russo, un vecchio caricaturista, raffigura, dietro una "U" in rosso, un uomo sotto un torchio manovrato da mani ignote. Sembra un giornale umoristico ma la nota in quarta di copertina spiega che così non è. In questa puntata, Paolo Mieli e il professor Giovanni Sabbatucci raccontano l'avventura di Guglielmo Giannini. Autore di tutti gli articoli di quel primo numero, fondatore e direttore del periodico è un canzonettista, commediografo, sceneggiatore e giornalista abbastanza noto: Guglielmo Giannini. Il nuovo periodico, che nel 1946 diventa il giornale più venduto d'Italia, si pone dalla parte della conservazione e con salaci invettive e insulti volgari, si scaglia contro il sistema partitico nascente, cui contesta di essere al potere e il diritto a condurre l'epurazione. Ben presto però, a Giannini la satira non basta più: è giunto il momento di agire e di fare del movimento intorno al suo settimanale una forza concreta in grado di cambiare davvero le cose. Nell'agosto del 1945, nasce il Fronte dell'Uomo Qualunque, "il partito degli antipartito", la cui avventura politica, dopo aver ottenuto un sorprendente successo alle elezioni del 1946, si conclude altrettanto rapidamente. Giannini muore a Roma il 13 ottobre 1960 e con lui se ne va anche L'Uomo Qualunque, con un ultimo numero, dedicato alla memoria del fondatore.
Guglielmo Giannini, l'uomo qualunque
È il 27 dicembre 1944. Mentre al Nord si combatte ancora contro i nazifascisti, nella Roma ormai liberata, esce un nuovo settimanale che nel giro di una mattina vende 25.000 copie: L'Uomo Qualunque. Nella testata, una grande vignetta disegnata da Giuseppe Russo, un vecchio caricaturista, raffigura, dietro una "U" in rosso, un uomo sotto un torchio manovrato da mani ignote. Sembra un giornale umoristico ma la nota in quarta di copertina spiega che così non è. In questa puntata, Paolo Mieli e il professor Giovanni Sabbatucci raccontano l'avventura di Guglielmo Giannini. Autore di tutti gli articoli di quel primo numero, fondatore e direttore del periodico è un canzonettista, commediografo, sceneggiatore e giornalista abbastanza noto: Guglielmo Giannini. Il nuovo periodico, che nel 1946 diventa il giornale più venduto d'Italia, si pone dalla parte della conservazione e con salaci invettive e insulti volgari, si scaglia contro il sistema partitico nascente, cui contesta di essere al potere e il diritto a condurre l'epurazione. Ben presto però, a Giannini la satira non basta più: è giunto il momento di agire e di fare del movimento intorno al suo settimanale una forza concreta in grado di cambiare davvero le cose. Nell'agosto del 1945, nasce il Fronte dell'Uomo Qualunque, "il partito degli antipartito", la cui avventura politica, dopo aver ottenuto un sorprendente successo alle elezioni del 1946, si conclude altrettanto rapidamente. Giannini muore a Roma il 13 ottobre 1960 e con lui se ne va anche L'Uomo Qualunque, con un ultimo numero, dedicato alla memoria del fondatore.
Guglielmo Giannini, l'uomo qualunque
È il 27 dicembre 1944. Mentre al Nord si combatte ancora contro i nazifascisti, nella Roma ormai liberata, esce un nuovo settimanale che nel giro di una mattina vende 25.000 copie: L'Uomo Qualunque. Nella testata, una grande vignetta disegnata da Giuseppe Russo, un vecchio caricaturista, raffigura, dietro una "U" in rosso, un uomo sotto un torchio manovrato da mani ignote. Sembra un giornale umoristico ma la nota in quarta di copertina spiega che così non è. In questa puntata, Paolo Mieli e il professor Giovanni Sabbatucci raccontano l'avventura di Guglielmo Giannini. Autore di tutti gli articoli di quel primo numero, fondatore e direttore del periodico è un canzonettista, commediografo, sceneggiatore e giornalista abbastanza noto: Guglielmo Giannini. Il nuovo periodico, che nel 1946 diventa il giornale più venduto d'Italia, si pone dalla parte della conservazione e con salaci invettive e insulti volgari, si scaglia contro il sistema partitico nascente, cui contesta di essere al potere e il diritto a condurre l'epurazione. Ben presto però, a Giannini la satira non basta più: è giunto il momento di agire e di fare del movimento intorno al suo settimanale una forza concreta in grado di cambiare davvero le cose. Nell'agosto del 1945, nasce il Fronte dell'Uomo Qualunque, "il partito degli antipartito", la cui avventura politica, dopo aver ottenuto un sorprendente successo alle elezioni del 1946, si conclude altrettanto rapidamente. Giannini muore a Roma il 13 ottobre 1960 e con lui se ne va anche L'Uomo Qualunque, con un ultimo numero, dedicato alla memoria del fondatore.
Machiavelli
Niccolò Machiavelli: politico, diplomatico, letterato, commediografo. Una personalità complessa, spesso semplificata o peggio travisata con citazioni sommarie della sua opera. L'aggettivo "machiavellico" è diventato così sinonimo di un agire politico cinico, spregiudicato, di un modo di fare politica dove tutto è permesso in nome della ragion di Stato. In realtà Machiavelli è stato un acuto testimone del suo tempo e un pensatore che ha maturato una visione unitaria della patria e del senso di appartenenza di un popolo. Il suo sguardo è attento, seppure fortemente ironico, e il passaggio dalle speculazioni teoriche al registro apparentemente più leggero della commedia è un continuo fluire. Il professor Lucio Villari approfondirà, nella puntata di Passato e presente a lui dedicata, la figura del pensatore fiorentino e del contesto storico in cui sono maturate le sue opere. In studio con Paolo Mieli, il prof. Lucio Villari.
sabato 1 agosto 20265 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:35Rai Storia20:30Rai Storia
Josephine Baker
Josephine Baker, la ballerina che ha elettrizzato il pubblico parigino negli anni '20 e infatuato intellettuali e artisti come Picasso, durante la Seconda guerra mondiale è stata anche una spia per i servizi segreti francesi. Negli anni '60 ha sostenuto i diritti delle minoranze e nel 1963 ha partecipato alla marcia per i diritti su Washington. È stata anche mamma di dodici figli adottati e una donna che ha creduto nel sogno della convivenza pacifica tra nazionalità e religioni diverse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Carlotta Sorba.
Josephine Baker
Josephine Baker, la ballerina che ha elettrizzato il pubblico parigino negli anni '20 e infatuato intellettuali e artisti come Picasso, durante la Seconda guerra mondiale è stata anche una spia per i servizi segreti francesi. Negli anni '60 ha sostenuto i diritti delle minoranze e nel 1963 ha partecipato alla marcia per i diritti su Washington. È stata anche mamma di dodici figli adottati e una donna che ha creduto nel sogno della convivenza pacifica tra nazionalità e religioni diverse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Carlotta Sorba.
Josephine Baker
Josephine Baker, la ballerina che ha elettrizzato il pubblico parigino negli anni '20 e infatuato intellettuali e artisti come Picasso, durante la Seconda guerra mondiale è stata anche una spia per i servizi segreti francesi. Negli anni '60 ha sostenuto i diritti delle minoranze e nel 1963 ha partecipato alla marcia per i diritti su Washington. È stata anche mamma di dodici figli adottati e una donna che ha creduto nel sogno della convivenza pacifica tra nazionalità e religioni diverse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Carlotta Sorba.
Josephine Baker
Josephine Baker, la ballerina che ha elettrizzato il pubblico parigino negli anni '20 e infatuato intellettuali e artisti come Picasso, durante la Seconda guerra mondiale è stata anche una spia per i servizi segreti francesi. Negli anni '60 ha sostenuto i diritti delle minoranze e nel 1963 ha partecipato alla marcia per i diritti su Washington. È stata anche mamma di dodici figli adottati e una donna che ha creduto nel sogno della convivenza pacifica tra nazionalità e religioni diverse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Carlotta Sorba.
Guglielmo Giannini, l'uomo qualunque
È il 27 dicembre 1944. Mentre al Nord si combatte ancora contro i nazifascisti, nella Roma ormai liberata, esce un nuovo settimanale che nel giro di una mattina vende 25.000 copie: L'Uomo Qualunque. Nella testata, una grande vignetta disegnata da Giuseppe Russo, un vecchio caricaturista, raffigura, dietro una "U" in rosso, un uomo sotto un torchio manovrato da mani ignote. Sembra un giornale umoristico ma la nota in quarta di copertina spiega che così non è. In questa puntata, Paolo Mieli e il professor Giovanni Sabbatucci raccontano l'avventura di Guglielmo Giannini. Autore di tutti gli articoli di quel primo numero, fondatore e direttore del periodico è un canzonettista, commediografo, sceneggiatore e giornalista abbastanza noto: Guglielmo Giannini. Il nuovo periodico, che nel 1946 diventa il giornale più venduto d'Italia, si pone dalla parte della conservazione e con salaci invettive e insulti volgari, si scaglia contro il sistema partitico nascente, cui contesta di essere al potere e il diritto a condurre l'epurazione. Ben presto però, a Giannini la satira non basta più: è giunto il momento di agire e di fare del movimento intorno al suo settimanale una forza concreta in grado di cambiare davvero le cose. Nell'agosto del 1945, nasce il Fronte dell'Uomo Qualunque, "il partito degli antipartito", la cui avventura politica, dopo aver ottenuto un sorprendente successo alle elezioni del 1946, si conclude altrettanto rapidamente. Giannini muore a Roma il 13 ottobre 1960 e con lui se ne va anche L'Uomo Qualunque, con un ultimo numero, dedicato alla memoria del fondatore.
venerdì 31 luglio 20266 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Le colonie estive
Hanno ospitato generazioni di bambini, per i quali hanno rappresentato la prima esperienza lontano da casa. Nate con intenti igienici e terapeutici nella seconda metà del 1800, le colonie estive raccontano un'idea di infanzia e di educazione che attraversa tutto il '900. Utilizzate dal Fascismo per plasmare, nel corpo e nell'anima, i "nuovi italiani"; affidate nel dopoguerra all'associazionismo religioso e laico ma, simbolo di un'Italia che cresce negli anni del boom economico. Fino agli anni '70 raccontano un welfare ancora collettivo e un'infanzia educata alla salute, alla disciplina e alla socialità per poi, con l'aumento dei consumi, cedere progressivamente il passo a nuovi modelli di vacanza. Con Paolo Mieli il prof. Stefano Pivato.
Le colonie estive
Hanno ospitato generazioni di bambini, per i quali hanno rappresentato la prima esperienza lontano da casa. Nate con intenti igienici e terapeutici nella seconda metà del 1800, le colonie estive raccontano un'idea di infanzia e di educazione che attraversa tutto il '900. Utilizzate dal Fascismo per plasmare, nel corpo e nell'anima, i "nuovi italiani"; affidate nel dopoguerra all'associazionismo religioso e laico ma, simbolo di un'Italia che cresce negli anni del boom economico. Fino agli anni '70 raccontano un welfare ancora collettivo e un'infanzia educata alla salute, alla disciplina e alla socialità per poi, con l'aumento dei consumi, cedere progressivamente il passo a nuovi modelli di vacanza. Con Paolo Mieli il prof. Stefano Pivato.
Le colonie estive
Hanno ospitato generazioni di bambini, per i quali hanno rappresentato la prima esperienza lontano da casa. Nate con intenti igienici e terapeutici nella seconda metà del 1800, le colonie estive raccontano un'idea di infanzia e di educazione che attraversa tutto il '900. Utilizzate dal Fascismo per plasmare, nel corpo e nell'anima, i "nuovi italiani"; affidate nel dopoguerra all'associazionismo religioso e laico ma, simbolo di un'Italia che cresce negli anni del boom economico. Fino agli anni '70 raccontano un welfare ancora collettivo e un'infanzia educata alla salute, alla disciplina e alla socialità per poi, con l'aumento dei consumi, cedere progressivamente il passo a nuovi modelli di vacanza. Con Paolo Mieli il prof. Stefano Pivato.
Josephine Baker
Josephine Baker, la ballerina che ha elettrizzato il pubblico parigino negli anni '20 e infatuato intellettuali e artisti come Picasso, durante la Seconda guerra mondiale è stata anche una spia per i servizi segreti francesi. Negli anni '60 ha sostenuto i diritti delle minoranze e nel 1963 ha partecipato alla marcia per i diritti su Washington. È stata anche mamma di dodici figli adottati e una donna che ha creduto nel sogno della convivenza pacifica tra nazionalità e religioni diverse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Carlotta Sorba.
Le colonie estive
Hanno ospitato generazioni di bambini, per i quali hanno rappresentato la prima esperienza lontano da casa. Nate con intenti igienici e terapeutici nella seconda metà del 1800, le colonie estive raccontano un'idea di infanzia e di educazione che attraversa tutto il '900. Utilizzate dal Fascismo per plasmare, nel corpo e nell'anima, i "nuovi italiani"; affidate nel dopoguerra all'associazionismo religioso e laico ma, simbolo di un'Italia che cresce negli anni del boom economico. Fino agli anni '70 raccontano un welfare ancora collettivo e un'infanzia educata alla salute, alla disciplina e alla socialità per poi, con l'aumento dei consumi, cedere progressivamente il passo a nuovi modelli di vacanza. Con Paolo Mieli il prof. Stefano Pivato.
Josephine Baker
Josephine Baker, la ballerina che ha elettrizzato il pubblico parigino negli anni '20 e infatuato intellettuali e artisti come Picasso, durante la Seconda guerra mondiale è stata anche una spia per i servizi segreti francesi. Negli anni '60 ha sostenuto i diritti delle minoranze e nel 1963 ha partecipato alla marcia per i diritti su Washington. È stata anche mamma di dodici figli adottati e una donna che ha creduto nel sogno della convivenza pacifica tra nazionalità e religioni diverse. In studio, con Paolo Mieli, la storica Carlotta Sorba.
giovedì 30 luglio 20266 puntate
01:20Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Agatha Christie. Archeologia e delitti
Cosa unisce i romanzi gialli e l'archeologia? La risposta sembra essere tutta nella vita di Agatha Christie. Nel 1930 Agatha, durante un viaggio in Iraq, conosce Max Mallowan, giovane promessa dell'archeologia britannica. Tra i due scatta la scintilla. Dopo pochi mesi dal loro primo incontro si uniscono in matrimonio e iniziano a fare lunghi viaggi in Medio Oriente, trasformando il loro matrimonio in un sodalizio nel quale Agatha affianca con passione il marito nelle sue ricerche. Le ambientazioni esotiche e i personaggi internazionali che incontra le forniscono materiale prezioso per i suoi futuri romanzi polizieschi, aggiungendo profondità e raffinatezza alla sua scrittura. La regina del crimine ha trovato il suo regno. Si estende dai salotti inglesi ai siti archeologici della Mesopotamia. Un regno allo stesso tempo familiare ed esotico, dove il mestiere del detective assomiglia molto a quello di un archeologo. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Massimo Cultraro.
Agatha Christie. Archeologia e delitti
Cosa unisce i romanzi gialli e l'archeologia? La risposta sembra essere tutta nella vita di Agatha Christie. Nel 1930 Agatha, durante un viaggio in Iraq, conosce Max Mallowan, giovane promessa dell'archeologia britannica. Tra i due scatta la scintilla. Dopo pochi mesi dal loro primo incontro si uniscono in matrimonio e iniziano a fare lunghi viaggi in Medio Oriente, trasformando il loro matrimonio in un sodalizio nel quale Agatha affianca con passione il marito nelle sue ricerche. Le ambientazioni esotiche e i personaggi internazionali che incontra le forniscono materiale prezioso per i suoi futuri romanzi polizieschi, aggiungendo profondità e raffinatezza alla sua scrittura. La regina del crimine ha trovato il suo regno. Si estende dai salotti inglesi ai siti archeologici della Mesopotamia. Un regno allo stesso tempo familiare ed esotico, dove il mestiere del detective assomiglia molto a quello di un archeologo. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Massimo Cultraro.
Agatha Christie. Archeologia e delitti
Cosa unisce i romanzi gialli e l'archeologia? La risposta sembra essere tutta nella vita di Agatha Christie. Nel 1930 Agatha, durante un viaggio in Iraq, conosce Max Mallowan, giovane promessa dell'archeologia britannica. Tra i due scatta la scintilla. Dopo pochi mesi dal loro primo incontro si uniscono in matrimonio e iniziano a fare lunghi viaggi in Medio Oriente, trasformando il loro matrimonio in un sodalizio nel quale Agatha affianca con passione il marito nelle sue ricerche. Le ambientazioni esotiche e i personaggi internazionali che incontra le forniscono materiale prezioso per i suoi futuri romanzi polizieschi, aggiungendo profondità e raffinatezza alla sua scrittura. La regina del crimine ha trovato il suo regno. Si estende dai salotti inglesi ai siti archeologici della Mesopotamia. Un regno allo stesso tempo familiare ed esotico, dove il mestiere del detective assomiglia molto a quello di un archeologo. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Massimo Cultraro.
Le colonie estive
Hanno ospitato generazioni di bambini, per i quali hanno rappresentato la prima esperienza lontano da casa. Nate con intenti igienici e terapeutici nella seconda metà del 1800, le colonie estive raccontano un'idea di infanzia e di educazione che attraversa tutto il '900. Utilizzate dal Fascismo per plasmare, nel corpo e nell'anima, i "nuovi italiani"; affidate nel dopoguerra all'associazionismo religioso e laico ma, simbolo di un'Italia che cresce negli anni del boom economico. Fino agli anni '70 raccontano un welfare ancora collettivo e un'infanzia educata alla salute, alla disciplina e alla socialità per poi, con l'aumento dei consumi, cedere progressivamente il passo a nuovi modelli di vacanza. Con Paolo Mieli il prof. Stefano Pivato.
Agatha Christie. Archeologia e delitti
Cosa unisce i romanzi gialli e l'archeologia? La risposta sembra essere tutta nella vita di Agatha Christie. Nel 1930 Agatha, durante un viaggio in Iraq, conosce Max Mallowan, giovane promessa dell'archeologia britannica. Tra i due scatta la scintilla. Dopo pochi mesi dal loro primo incontro si uniscono in matrimonio e iniziano a fare lunghi viaggi in Medio Oriente, trasformando il loro matrimonio in un sodalizio nel quale Agatha affianca con passione il marito nelle sue ricerche. Le ambientazioni esotiche e i personaggi internazionali che incontra le forniscono materiale prezioso per i suoi futuri romanzi polizieschi, aggiungendo profondità e raffinatezza alla sua scrittura. La regina del crimine ha trovato il suo regno. Si estende dai salotti inglesi ai siti archeologici della Mesopotamia. Un regno allo stesso tempo familiare ed esotico, dove il mestiere del detective assomiglia molto a quello di un archeologo. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Massimo Cultraro.
Le colonie estive
Hanno ospitato generazioni di bambini, per i quali hanno rappresentato la prima esperienza lontano da casa. Nate con intenti igienici e terapeutici nella seconda metà del 1800, le colonie estive raccontano un'idea di infanzia e di educazione che attraversa tutto il '900. Utilizzate dal Fascismo per plasmare, nel corpo e nell'anima, i "nuovi italiani"; affidate nel dopoguerra all'associazionismo religioso e laico ma, simbolo di un'Italia che cresce negli anni del boom economico. Fino agli anni '70 raccontano un welfare ancora collettivo e un'infanzia educata alla salute, alla disciplina e alla socialità per poi, con l'aumento dei consumi, cedere progressivamente il passo a nuovi modelli di vacanza. Con Paolo Mieli il prof. Stefano Pivato.
mercoledì 29 luglio 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto
Sulla sua lapide ha fatto scrivere semplicemente 'viaggiatore'. Ma il fiorentino Tiziano Terzani (1938-2004), di professione giornalista e scrittore, è stato molto di più. I suoi reportage sono entrati nella storia del giornalismo. Dall'apartheid in Sudafrica, alle guerre nel Sud-est asiatico, dalla Cina maoista, alla corsa giapponese verso la modernità, dal crollo dell'Unione Sovietica, agli attentati dell'11 settembre. Le sue parole gli hanno spesso fruttato le ire del potere e l'ammirazione dei lettori, colpiti dalla profondità del suo sguardo sul mondo e dalla sua onestà intellettuale. Perfino quando, nell'ultima fase della sua vita, colpito da un tumore, dalla guerra e la politica è passato a scrivere di morte e di spiritualità. 22 anni dopo la sua morte, la sua voce di pace è oggi perfino più attuale. A "Passato e Presente", in studio con Paolo Mieli lo storico Franco Cardini, che lo conobbe da vicino.
Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto
Sulla sua lapide ha fatto scrivere semplicemente 'viaggiatore'. Ma il fiorentino Tiziano Terzani (1938-2004), di professione giornalista e scrittore, è stato molto di più. I suoi reportage sono entrati nella storia del giornalismo. Dall'apartheid in Sudafrica, alle guerre nel Sud-est asiatico, dalla Cina maoista, alla corsa giapponese verso la modernità, dal crollo dell'Unione Sovietica, agli attentati dell'11 settembre. Le sue parole gli hanno spesso fruttato le ire del potere e l'ammirazione dei lettori, colpiti dalla profondità del suo sguardo sul mondo e dalla sua onestà intellettuale. Perfino quando, nell'ultima fase della sua vita, colpito da un tumore, dalla guerra e la politica è passato a scrivere di morte e di spiritualità. 22 anni dopo la sua morte, la sua voce di pace è oggi perfino più attuale. A "Passato e Presente", in studio con Paolo Mieli lo storico Franco Cardini, che lo conobbe da vicino.
Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto
Sulla sua lapide ha fatto scrivere semplicemente 'viaggiatore'. Ma il fiorentino Tiziano Terzani (1938-2004), di professione giornalista e scrittore, è stato molto di più. I suoi reportage sono entrati nella storia del giornalismo. Dall'apartheid in Sudafrica, alle guerre nel Sud-est asiatico, dalla Cina maoista, alla corsa giapponese verso la modernità, dal crollo dell'Unione Sovietica, agli attentati dell'11 settembre. Le sue parole gli hanno spesso fruttato le ire del potere e l'ammirazione dei lettori, colpiti dalla profondità del suo sguardo sul mondo e dalla sua onestà intellettuale. Perfino quando, nell'ultima fase della sua vita, colpito da un tumore, dalla guerra e la politica è passato a scrivere di morte e di spiritualità. 22 anni dopo la sua morte, la sua voce di pace è oggi perfino più attuale. A "Passato e Presente", in studio con Paolo Mieli lo storico Franco Cardini, che lo conobbe da vicino.
Agatha Christie. Archeologia e delitti
Cosa unisce i romanzi gialli e l'archeologia? La risposta sembra essere tutta nella vita di Agatha Christie. Nel 1930 Agatha, durante un viaggio in Iraq, conosce Max Mallowan, giovane promessa dell'archeologia britannica. Tra i due scatta la scintilla. Dopo pochi mesi dal loro primo incontro si uniscono in matrimonio e iniziano a fare lunghi viaggi in Medio Oriente, trasformando il loro matrimonio in un sodalizio nel quale Agatha affianca con passione il marito nelle sue ricerche. Le ambientazioni esotiche e i personaggi internazionali che incontra le forniscono materiale prezioso per i suoi futuri romanzi polizieschi, aggiungendo profondità e raffinatezza alla sua scrittura. La regina del crimine ha trovato il suo regno. Si estende dai salotti inglesi ai siti archeologici della Mesopotamia. Un regno allo stesso tempo familiare ed esotico, dove il mestiere del detective assomiglia molto a quello di un archeologo. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Massimo Cultraro.
Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto
Sulla sua lapide ha fatto scrivere semplicemente 'viaggiatore'. Ma il fiorentino Tiziano Terzani (1938-2004), di professione giornalista e scrittore, è stato molto di più. I suoi reportage sono entrati nella storia del giornalismo. Dall'apartheid in Sudafrica, alle guerre nel Sud-est asiatico, dalla Cina maoista, alla corsa giapponese verso la modernità, dal crollo dell'Unione Sovietica, agli attentati dell'11 settembre. Le sue parole gli hanno spesso fruttato le ire del potere e l'ammirazione dei lettori, colpiti dalla profondità del suo sguardo sul mondo e dalla sua onestà intellettuale. Perfino quando, nell'ultima fase della sua vita, colpito da un tumore, dalla guerra e la politica è passato a scrivere di morte e di spiritualità. 22 anni dopo la sua morte, la sua voce di pace è oggi perfino più attuale. A "Passato e Presente", in studio con Paolo Mieli lo storico Franco Cardini, che lo conobbe da vicino.
Agatha Christie. Archeologia e delitti
Cosa unisce i romanzi gialli e l'archeologia? La risposta sembra essere tutta nella vita di Agatha Christie. Nel 1930 Agatha, durante un viaggio in Iraq, conosce Max Mallowan, giovane promessa dell'archeologia britannica. Tra i due scatta la scintilla. Dopo pochi mesi dal loro primo incontro si uniscono in matrimonio e iniziano a fare lunghi viaggi in Medio Oriente, trasformando il loro matrimonio in un sodalizio nel quale Agatha affianca con passione il marito nelle sue ricerche. Le ambientazioni esotiche e i personaggi internazionali che incontra le forniscono materiale prezioso per i suoi futuri romanzi polizieschi, aggiungendo profondità e raffinatezza alla sua scrittura. La regina del crimine ha trovato il suo regno. Si estende dai salotti inglesi ai siti archeologici della Mesopotamia. Un regno allo stesso tempo familiare ed esotico, dove il mestiere del detective assomiglia molto a quello di un archeologo. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Massimo Cultraro.
martedì 28 luglio 20266 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Mary Stuart, l'altra regina
14 dicembre del 1542: a sei giorni dalla sua nascita Maria Stuart, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Subito si ritrova al centro di spietate lotte di potere, conflitti religiosi e dinastici, intrighi e congiure. A 16 anni, come moglie del nuovo re di Francia, Francesco II e pretendente al trono di Inghilterra, sembra sul punto di realizzare tutte le smisurate ambizioni dei suoi zii materni, il duca di Guisa e il Cardinale di Lorena. Agli occhi del mondo cattolico, infatti, la nuova regina di Inghilterra, la protestante Elisabetta, è una figlia illegittima che non ha i titoli per sedere sul trono dei Tudor, a differenza di sua cugina Maria. È l'inizio di una rivalità che, assieme alle infelici scelte matrimoniali di Maria, determinerà la sua rovinosa caduta dal trono, la prigionia e infine la morte. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Mary Stuart, l'altra regina
14 dicembre del 1542: a sei giorni dalla sua nascita Maria Stuart, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Subito si ritrova al centro di spietate lotte di potere, conflitti religiosi e dinastici, intrighi e congiure. A 16 anni, come moglie del nuovo re di Francia, Francesco II e pretendente al trono di Inghilterra, sembra sul punto di realizzare tutte le smisurate ambizioni dei suoi zii materni, il duca di Guisa e il Cardinale di Lorena. Agli occhi del mondo cattolico, infatti, la nuova regina di Inghilterra, la protestante Elisabetta, è una figlia illegittima che non ha i titoli per sedere sul trono dei Tudor, a differenza di sua cugina Maria. È l'inizio di una rivalità che, assieme alle infelici scelte matrimoniali di Maria, determinerà la sua rovinosa caduta dal trono, la prigionia e infine la morte. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Mary Stuart, l'altra regina
14 dicembre del 1542: a sei giorni dalla sua nascita Maria Stuart, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Subito si ritrova al centro di spietate lotte di potere, conflitti religiosi e dinastici, intrighi e congiure. A 16 anni, come moglie del nuovo re di Francia, Francesco II e pretendente al trono di Inghilterra, sembra sul punto di realizzare tutte le smisurate ambizioni dei suoi zii materni, il duca di Guisa e il Cardinale di Lorena. Agli occhi del mondo cattolico, infatti, la nuova regina di Inghilterra, la protestante Elisabetta, è una figlia illegittima che non ha i titoli per sedere sul trono dei Tudor, a differenza di sua cugina Maria. È l'inizio di una rivalità che, assieme alle infelici scelte matrimoniali di Maria, determinerà la sua rovinosa caduta dal trono, la prigionia e infine la morte. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto
Sulla sua lapide ha fatto scrivere semplicemente 'viaggiatore'. Ma il fiorentino Tiziano Terzani (1938-2004), di professione giornalista e scrittore, è stato molto di più. I suoi reportage sono entrati nella storia del giornalismo. Dall'apartheid in Sudafrica, alle guerre nel Sud-est asiatico, dalla Cina maoista, alla corsa giapponese verso la modernità, dal crollo dell'Unione Sovietica, agli attentati dell'11 settembre. Le sue parole gli hanno spesso fruttato le ire del potere e l'ammirazione dei lettori, colpiti dalla profondità del suo sguardo sul mondo e dalla sua onestà intellettuale. Perfino quando, nell'ultima fase della sua vita, colpito da un tumore, dalla guerra e la politica è passato a scrivere di morte e di spiritualità. 22 anni dopo la sua morte, la sua voce di pace è oggi perfino più attuale. A "Passato e Presente", in studio con Paolo Mieli lo storico Franco Cardini, che lo conobbe da vicino.
Mary Stuart, l'altra regina
14 dicembre del 1542: a sei giorni dalla sua nascita Maria Stuart, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Subito si ritrova al centro di spietate lotte di potere, conflitti religiosi e dinastici, intrighi e congiure. A 16 anni, come moglie del nuovo re di Francia, Francesco II e pretendente al trono di Inghilterra, sembra sul punto di realizzare tutte le smisurate ambizioni dei suoi zii materni, il duca di Guisa e il Cardinale di Lorena. Agli occhi del mondo cattolico, infatti, la nuova regina di Inghilterra, la protestante Elisabetta, è una figlia illegittima che non ha i titoli per sedere sul trono dei Tudor, a differenza di sua cugina Maria. È l'inizio di una rivalità che, assieme alle infelici scelte matrimoniali di Maria, determinerà la sua rovinosa caduta dal trono, la prigionia e infine la morte. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto
Sulla sua lapide ha fatto scrivere semplicemente 'viaggiatore'. Ma il fiorentino Tiziano Terzani (1938-2004), di professione giornalista e scrittore, è stato molto di più. I suoi reportage sono entrati nella storia del giornalismo. Dall'apartheid in Sudafrica, alle guerre nel Sud-est asiatico, dalla Cina maoista, alla corsa giapponese verso la modernità, dal crollo dell'Unione Sovietica, agli attentati dell'11 settembre. Le sue parole gli hanno spesso fruttato le ire del potere e l'ammirazione dei lettori, colpiti dalla profondità del suo sguardo sul mondo e dalla sua onestà intellettuale. Perfino quando, nell'ultima fase della sua vita, colpito da un tumore, dalla guerra e la politica è passato a scrivere di morte e di spiritualità. 22 anni dopo la sua morte, la sua voce di pace è oggi perfino più attuale. A "Passato e Presente", in studio con Paolo Mieli lo storico Franco Cardini, che lo conobbe da vicino.
lunedì 27 luglio 20266 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
La repubblica napoletana
Con la discesa in Italia delle armate francesi guidate dal generale Bonaparte nel 1798 nascono delle repubbliche sorelle di quella francese, le repubbliche "giacobine". I francesi scendono fino a Napoli. Il re Borbone Ferdinando IV fugge a Palermo. La città insorge, e anche a Napoli viene proclamata la repubblica. La guidano borghesi progressisti, aristocratici illuminati, professori e studenti, il meglio della società meridionale che porta avanti le idee di libertà e uguaglianza promosse dalla Rivoluzione francese. I giacobini cercano di intervenire sugli atavici problemi sociali del meridione, ma non riescono a conquistare la plebe napoletana, i cosiddetti lazzari, che restano affezionati al re Borbone. E quando il cardinale Fabrizio Ruffo costituisce un'armata di contadini e briganti per riconquistare Napoli per conto dei Borbone, l'armata sanfedista, i lazzari lo appoggiano, si rivoltano contro i giacobini e riprendono il controllo della città. La vendetta dei Borbone è tremenda: i giacobini vengono giustiziati uno dopo l'atro. È il trionfo della restaurazione. È un momento fondamentale per le sorti del nostro Meridione. Con il professor Lucio Villari conosceremo la drammatica storia della repubblica napoletana.
La repubblica napoletana
Con la discesa in Italia delle armate francesi guidate dal generale Bonaparte nel 1798 nascono delle repubbliche sorelle di quella francese, le repubbliche "giacobine". I francesi scendono fino a Napoli. Il re Borbone Ferdinando IV fugge a Palermo. La città insorge, e anche a Napoli viene proclamata la repubblica. La guidano borghesi progressisti, aristocratici illuminati, professori e studenti, il meglio della società meridionale che porta avanti le idee di libertà e uguaglianza promosse dalla Rivoluzione francese. I giacobini cercano di intervenire sugli atavici problemi sociali del meridione, ma non riescono a conquistare la plebe napoletana, i cosiddetti lazzari, che restano affezionati al re Borbone. E quando il cardinale Fabrizio Ruffo costituisce un'armata di contadini e briganti per riconquistare Napoli per conto dei Borbone, l'armata sanfedista, i lazzari lo appoggiano, si rivoltano contro i giacobini e riprendono il controllo della città. La vendetta dei Borbone è tremenda: i giacobini vengono giustiziati uno dopo l'atro. È il trionfo della restaurazione. È un momento fondamentale per le sorti del nostro Meridione. Con il professor Lucio Villari conosceremo la drammatica storia della repubblica napoletana.
La repubblica napoletana
Con la discesa in Italia delle armate francesi guidate dal generale Bonaparte nel 1798 nascono delle repubbliche sorelle di quella francese, le repubbliche "giacobine". I francesi scendono fino a Napoli. Il re Borbone Ferdinando IV fugge a Palermo. La città insorge, e anche a Napoli viene proclamata la repubblica. La guidano borghesi progressisti, aristocratici illuminati, professori e studenti, il meglio della società meridionale che porta avanti le idee di libertà e uguaglianza promosse dalla Rivoluzione francese. I giacobini cercano di intervenire sugli atavici problemi sociali del meridione, ma non riescono a conquistare la plebe napoletana, i cosiddetti lazzari, che restano affezionati al re Borbone. E quando il cardinale Fabrizio Ruffo costituisce un'armata di contadini e briganti per riconquistare Napoli per conto dei Borbone, l'armata sanfedista, i lazzari lo appoggiano, si rivoltano contro i giacobini e riprendono il controllo della città. La vendetta dei Borbone è tremenda: i giacobini vengono giustiziati uno dopo l'atro. È il trionfo della restaurazione. È un momento fondamentale per le sorti del nostro Meridione. Con il professor Lucio Villari conosceremo la drammatica storia della repubblica napoletana.
Mary Stuart, l'altra regina
14 dicembre del 1542: a sei giorni dalla sua nascita Maria Stuart, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Subito si ritrova al centro di spietate lotte di potere, conflitti religiosi e dinastici, intrighi e congiure. A 16 anni, come moglie del nuovo re di Francia, Francesco II e pretendente al trono di Inghilterra, sembra sul punto di realizzare tutte le smisurate ambizioni dei suoi zii materni, il duca di Guisa e il Cardinale di Lorena. Agli occhi del mondo cattolico, infatti, la nuova regina di Inghilterra, la protestante Elisabetta, è una figlia illegittima che non ha i titoli per sedere sul trono dei Tudor, a differenza di sua cugina Maria. È l'inizio di una rivalità che, assieme alle infelici scelte matrimoniali di Maria, determinerà la sua rovinosa caduta dal trono, la prigionia e infine la morte. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
La repubblica napoletana
Con la discesa in Italia delle armate francesi guidate dal generale Bonaparte nel 1798 nascono delle repubbliche sorelle di quella francese, le repubbliche "giacobine". I francesi scendono fino a Napoli. Il re Borbone Ferdinando IV fugge a Palermo. La città insorge, e anche a Napoli viene proclamata la repubblica. La guidano borghesi progressisti, aristocratici illuminati, professori e studenti, il meglio della società meridionale che porta avanti le idee di libertà e uguaglianza promosse dalla Rivoluzione francese. I giacobini cercano di intervenire sugli atavici problemi sociali del meridione, ma non riescono a conquistare la plebe napoletana, i cosiddetti lazzari, che restano affezionati al re Borbone. E quando il cardinale Fabrizio Ruffo costituisce un'armata di contadini e briganti per riconquistare Napoli per conto dei Borbone, l'armata sanfedista, i lazzari lo appoggiano, si rivoltano contro i giacobini e riprendono il controllo della città. La vendetta dei Borbone è tremenda: i giacobini vengono giustiziati uno dopo l'atro. È il trionfo della restaurazione. È un momento fondamentale per le sorti del nostro Meridione. Con il professor Lucio Villari conosceremo la drammatica storia della repubblica napoletana.
Mary Stuart, l'altra regina
14 dicembre del 1542: a sei giorni dalla sua nascita Maria Stuart, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Subito si ritrova al centro di spietate lotte di potere, conflitti religiosi e dinastici, intrighi e congiure. A 16 anni, come moglie del nuovo re di Francia, Francesco II e pretendente al trono di Inghilterra, sembra sul punto di realizzare tutte le smisurate ambizioni dei suoi zii materni, il duca di Guisa e il Cardinale di Lorena. Agli occhi del mondo cattolico, infatti, la nuova regina di Inghilterra, la protestante Elisabetta, è una figlia illegittima che non ha i titoli per sedere sul trono dei Tudor, a differenza di sua cugina Maria. È l'inizio di una rivalità che, assieme alle infelici scelte matrimoniali di Maria, determinerà la sua rovinosa caduta dal trono, la prigionia e infine la morte. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Valentina Villa.
domenica 26 luglio 20265 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia14:20Rai Storia20:30Rai Storia
L'attentato a Togliatti
14 luglio 1948. Un giovane studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, tende un agguato fuori dalla Camera dei deputati a Palmiro Togliatti. I colpi sparati dalla pistola di Pallante feriscono gravemente il leader comunista che viene immediatamente trasportato in ospedale. Nel frattempo, la notizia dell'agguato rimbalza in tutto il paese, suscitando un'immediata ondata di sdegno e timore per le conseguenze che può portare nel già teso clima politico. Nel giro di poche ore i lavoratori danno il via a uno sciopero generale di protesta, alcuni temono l'inizio di una guerra civile di cui è difficile prevedere gli sbocchi. Ma, grazie anche all'impegno di gran parte dei dirigenti politici comunisti e e di quelli sindacali, le proteste non sfociano in un'insurrezione generale e dopo alcuni momenti di grave tensione le agitazioni rientrano. Il ritorno alla normalità non sarà tuttavia immediato, anzi, il ricordo dell'attentato a Togliatti e delle giornate del luglio '48 resterà per molto tempo nella mente degli italiani. In studio con Paolo Mieli, il prof. Giovanni Sabbatucci.
L'attentato a Togliatti
14 luglio 1948. Un giovane studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, tende un agguato fuori dalla Camera dei deputati a Palmiro Togliatti. I colpi sparati dalla pistola di Pallante feriscono gravemente il leader comunista che viene immediatamente trasportato in ospedale. Nel frattempo, la notizia dell'agguato rimbalza in tutto il paese, suscitando un'immediata ondata di sdegno e timore per le conseguenze che può portare nel già teso clima politico. Nel giro di poche ore i lavoratori danno il via a uno sciopero generale di protesta, alcuni temono l'inizio di una guerra civile di cui è difficile prevedere gli sbocchi. Ma, grazie anche all'impegno di gran parte dei dirigenti politici comunisti e e di quelli sindacali, le proteste non sfociano in un'insurrezione generale e dopo alcuni momenti di grave tensione le agitazioni rientrano. Il ritorno alla normalità non sarà tuttavia immediato, anzi, il ricordo dell'attentato a Togliatti e delle giornate del luglio '48 resterà per molto tempo nella mente degli italiani. In studio con Paolo Mieli, il prof. Giovanni Sabbatucci.
L'attentato a Togliatti
14 luglio 1948. Un giovane studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, tende un agguato fuori dalla Camera dei deputati a Palmiro Togliatti. I colpi sparati dalla pistola di Pallante feriscono gravemente il leader comunista che viene immediatamente trasportato in ospedale. Nel frattempo, la notizia dell'agguato rimbalza in tutto il paese, suscitando un'immediata ondata di sdegno e timore per le conseguenze che può portare nel già teso clima politico. Nel giro di poche ore i lavoratori danno il via a uno sciopero generale di protesta, alcuni temono l'inizio di una guerra civile di cui è difficile prevedere gli sbocchi. Ma, grazie anche all'impegno di gran parte dei dirigenti politici comunisti e e di quelli sindacali, le proteste non sfociano in un'insurrezione generale e dopo alcuni momenti di grave tensione le agitazioni rientrano. Il ritorno alla normalità non sarà tuttavia immediato, anzi, il ricordo dell'attentato a Togliatti e delle giornate del luglio '48 resterà per molto tempo nella mente degli italiani. In studio con Paolo Mieli, il prof. Giovanni Sabbatucci.
L'attentato a Togliatti
14 luglio 1948. Un giovane studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, tende un agguato fuori dalla Camera dei deputati a Palmiro Togliatti. I colpi sparati dalla pistola di Pallante feriscono gravemente il leader comunista che viene immediatamente trasportato in ospedale. Nel frattempo, la notizia dell'agguato rimbalza in tutto il paese, suscitando un'immediata ondata di sdegno e timore per le conseguenze che può portare nel già teso clima politico. Nel giro di poche ore i lavoratori danno il via a uno sciopero generale di protesta, alcuni temono l'inizio di una guerra civile di cui è difficile prevedere gli sbocchi. Ma, grazie anche all'impegno di gran parte dei dirigenti politici comunisti e e di quelli sindacali, le proteste non sfociano in un'insurrezione generale e dopo alcuni momenti di grave tensione le agitazioni rientrano. Il ritorno alla normalità non sarà tuttavia immediato, anzi, il ricordo dell'attentato a Togliatti e delle giornate del luglio '48 resterà per molto tempo nella mente degli italiani. In studio con Paolo Mieli, il prof. Giovanni Sabbatucci.
La repubblica napoletana
Con la discesa in Italia delle armate francesi guidate dal generale Bonaparte nel 1798 nascono delle repubbliche sorelle di quella francese, le repubbliche "giacobine". I francesi scendono fino a Napoli. Il re Borbone Ferdinando IV fugge a Palermo. La città insorge, e anche a Napoli viene proclamata la repubblica. La guidano borghesi progressisti, aristocratici illuminati, professori e studenti, il meglio della società meridionale che porta avanti le idee di libertà e uguaglianza promosse dalla Rivoluzione francese. I giacobini cercano di intervenire sugli atavici problemi sociali del meridione, ma non riescono a conquistare la plebe napoletana, i cosiddetti lazzari, che restano affezionati al re Borbone. E quando il cardinale Fabrizio Ruffo costituisce un'armata di contadini e briganti per riconquistare Napoli per conto dei Borbone, l'armata sanfedista, i lazzari lo appoggiano, si rivoltano contro i giacobini e riprendono il controllo della città. La vendetta dei Borbone è tremenda: i giacobini vengono giustiziati uno dopo l'atro. È il trionfo della restaurazione. È un momento fondamentale per le sorti del nostro Meridione. Con il professor Lucio Villari conosceremo la drammatica storia della repubblica napoletana.
sabato 25 luglio 20265 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia09:05Rai Storia14:10Rai Storia20:30Rai Storia
Andrea Doria. Ascesa e naufragio di un mito
Un transatlantico elegante e moderno, nato dalle macerie del conflitto per raccontare al mondo il miracolo economico e il ritorno di un Paese protagonista sui mari: è l'Andrea Doria, simbolo dell'Italia del dopoguerra. Varata nel 1951, diventa subito una vetrina dell'eccellenza italiana, tra innovazione tecnica, design e prestigio internazionale. Ma nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, durante una traversata verso New York, la collisione con la nave svedese Stockholm trasforma quel sogno in tragedia. In undici minuti il mito viene ferito a morte. La puntata ripercorre l'ascesa e il naufragio dell'Andrea Doria, il drammatico salvataggio dei passeggeri, le polemiche sulle responsabilità e il destino del relitto. In studio con Paolo Mieli, il prof. Ernesto Galli della Loggia.
Andrea Doria. Ascesa e naufragio di un mito
Un transatlantico elegante e moderno, nato dalle macerie del conflitto per raccontare al mondo il miracolo economico e il ritorno di un Paese protagonista sui mari: è l'Andrea Doria, simbolo dell'Italia del dopoguerra. Varata nel 1951, diventa subito una vetrina dell'eccellenza italiana, tra innovazione tecnica, design e prestigio internazionale. Ma nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, durante una traversata verso New York, la collisione con la nave svedese Stockholm trasforma quel sogno in tragedia. In undici minuti il mito viene ferito a morte. La puntata ripercorre l'ascesa e il naufragio dell'Andrea Doria, il drammatico salvataggio dei passeggeri, le polemiche sulle responsabilità e il destino del relitto. In studio con Paolo Mieli, il prof. Ernesto Galli della Loggia.
Andrea Doria. Ascesa e naufragio di un mito
Un transatlantico elegante e moderno, nato dalle macerie del conflitto per raccontare al mondo il miracolo economico e il ritorno di un Paese protagonista sui mari: è l'Andrea Doria, simbolo dell'Italia del dopoguerra. Varata nel 1951, diventa subito una vetrina dell'eccellenza italiana, tra innovazione tecnica, design e prestigio internazionale. Ma nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, durante una traversata verso New York, la collisione con la nave svedese Stockholm trasforma quel sogno in tragedia. In undici minuti il mito viene ferito a morte. La puntata ripercorre l'ascesa e il naufragio dell'Andrea Doria, il drammatico salvataggio dei passeggeri, le polemiche sulle responsabilità e il destino del relitto. In studio con Paolo Mieli, il prof. Ernesto Galli della Loggia.
Dino Grandi, l'uomo che sconfisse Mussolini
Scampato a un attentato, Dino Grandi entra nel fascismo e in breve tempo emerge come uno dei principali leader del movimento in Emilia-Romagna. Fin dagli inizi, però, si distingue per idee spesso in contrasto con quelle di Mussolini, assumendo posizioni autonome su molte questioni di politica interna ed estera. Attraverso documenti come il Diario di Lisbona, questa puntata ricostruisce il profilo di un fascista atipico, capace di proporre una visione alternativa all'ortodossia del regime. La sua alterità si rivelerà decisiva nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, quando l'ordine del giorno da lui presentato porterà alla destituzione del Duce. Una svolta storica che segnerà la fine del fascismo e cambierà per sempre il destino politico di Grandi. In studio, con paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
L'attentato a Togliatti
14 luglio 1948. Un giovane studente di giurisprudenza, Antonio Pallante, tende un agguato fuori dalla Camera dei deputati a Palmiro Togliatti. I colpi sparati dalla pistola di Pallante feriscono gravemente il leader comunista che viene immediatamente trasportato in ospedale. Nel frattempo, la notizia dell'agguato rimbalza in tutto il paese, suscitando un'immediata ondata di sdegno e timore per le conseguenze che può portare nel già teso clima politico. Nel giro di poche ore i lavoratori danno il via a uno sciopero generale di protesta, alcuni temono l'inizio di una guerra civile di cui è difficile prevedere gli sbocchi. Ma, grazie anche all'impegno di gran parte dei dirigenti politici comunisti e e di quelli sindacali, le proteste non sfociano in un'insurrezione generale e dopo alcuni momenti di grave tensione le agitazioni rientrano. Il ritorno alla normalità non sarà tuttavia immediato, anzi, il ricordo dell'attentato a Togliatti e delle giornate del luglio '48 resterà per molto tempo nella mente degli italiani. In studio con Paolo Mieli, il prof. Giovanni Sabbatucci.
venerdì 24 luglio 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Jazz Ambassadors. La musica come arma
Inizio anni '50: lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione sovietica si fa sempre più aspro. Le due superpotenze mettono in atto un confronto politico, ideologico e strategico per l'egemonia globale. Non potendo scontrarsi direttamente, ingaggiano una guerra sul terreno delle idee e dell'attrattiva culturale, allo scopo di conquistare, con i propri valori e stili di vita, i cuori e le menti di altri popoli e nazioni. È in questo "scontro" che l'America arriva ad usare la musica come arma, in particolare quella nata proprio lì in America: il Jazz. Nel 1956, il Dipartimento di Sato americano invia in missione culturale il trombettista Dizzy Gillespie. È il primo tour di una lunga serie di concerti in Asia, in Medio Oriente e Africa, che vedrà come protagonisti jazzisti del calibro di Dave Brubeck, Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Raffaella Baritono.
Jazz Ambassadors. La musica come arma
Inizio anni '50: lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione sovietica si fa sempre più aspro. Le due superpotenze mettono in atto un confronto politico, ideologico e strategico per l'egemonia globale. Non potendo scontrarsi direttamente, ingaggiano una guerra sul terreno delle idee e dell'attrattiva culturale, allo scopo di conquistare, con i propri valori e stili di vita, i cuori e le menti di altri popoli e nazioni. È in questo "scontro" che l'America arriva ad usare la musica come arma, in particolare quella nata proprio lì in America: il Jazz. Nel 1956, il Dipartimento di Sato americano invia in missione culturale il trombettista Dizzy Gillespie. È il primo tour di una lunga serie di concerti in Asia, in Medio Oriente e Africa, che vedrà come protagonisti jazzisti del calibro di Dave Brubeck, Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Raffaella Baritono.
Jazz Ambassadors. La musica come arma
Inizio anni '50: lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione sovietica si fa sempre più aspro. Le due superpotenze mettono in atto un confronto politico, ideologico e strategico per l'egemonia globale. Non potendo scontrarsi direttamente, ingaggiano una guerra sul terreno delle idee e dell'attrattiva culturale, allo scopo di conquistare, con i propri valori e stili di vita, i cuori e le menti di altri popoli e nazioni. È in questo "scontro" che l'America arriva ad usare la musica come arma, in particolare quella nata proprio lì in America: il Jazz. Nel 1956, il Dipartimento di Sato americano invia in missione culturale il trombettista Dizzy Gillespie. È il primo tour di una lunga serie di concerti in Asia, in Medio Oriente e Africa, che vedrà come protagonisti jazzisti del calibro di Dave Brubeck, Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Raffaella Baritono.
Andrea Doria. Ascesa e naufragio di un mito
Un transatlantico elegante e moderno, nato dalle macerie del conflitto per raccontare al mondo il miracolo economico e il ritorno di un Paese protagonista sui mari: è l'Andrea Doria, simbolo dell'Italia del dopoguerra. Varata nel 1951, diventa subito una vetrina dell'eccellenza italiana, tra innovazione tecnica, design e prestigio internazionale. Ma nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, durante una traversata verso New York, la collisione con la nave svedese Stockholm trasforma quel sogno in tragedia. In undici minuti il mito viene ferito a morte. La puntata ripercorre l'ascesa e il naufragio dell'Andrea Doria, il drammatico salvataggio dei passeggeri, le polemiche sulle responsabilità e il destino del relitto. In studio con Paolo Mieli, il prof. Ernesto Galli della Loggia.
Jazz Ambassadors. La musica come arma
Inizio anni '50: lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione sovietica si fa sempre più aspro. Le due superpotenze mettono in atto un confronto politico, ideologico e strategico per l'egemonia globale. Non potendo scontrarsi direttamente, ingaggiano una guerra sul terreno delle idee e dell'attrattiva culturale, allo scopo di conquistare, con i propri valori e stili di vita, i cuori e le menti di altri popoli e nazioni. È in questo "scontro" che l'America arriva ad usare la musica come arma, in particolare quella nata proprio lì in America: il Jazz. Nel 1956, il Dipartimento di Sato americano invia in missione culturale il trombettista Dizzy Gillespie. È il primo tour di una lunga serie di concerti in Asia, in Medio Oriente e Africa, che vedrà come protagonisti jazzisti del calibro di Dave Brubeck, Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Raffaella Baritono.
Andrea Doria. Ascesa e naufragio di un mito
Un transatlantico elegante e moderno, nato dalle macerie del conflitto per raccontare al mondo il miracolo economico e il ritorno di un Paese protagonista sui mari: è l'Andrea Doria, simbolo dell'Italia del dopoguerra. Varata nel 1951, diventa subito una vetrina dell'eccellenza italiana, tra innovazione tecnica, design e prestigio internazionale. Ma nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, durante una traversata verso New York, la collisione con la nave svedese Stockholm trasforma quel sogno in tragedia. In undici minuti il mito viene ferito a morte. La puntata ripercorre l'ascesa e il naufragio dell'Andrea Doria, il drammatico salvataggio dei passeggeri, le polemiche sulle responsabilità e il destino del relitto. In studio con Paolo Mieli, il prof. Ernesto Galli della Loggia.
giovedì 23 luglio 20269 puntate
01:15Rai Storia06:00Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia14:20Rai Storia20:35Rai Storia
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
Jazz Ambassadors. La musica come arma
Inizio anni '50: lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione sovietica si fa sempre più aspro. Le due superpotenze mettono in atto un confronto politico, ideologico e strategico per l'egemonia globale. Non potendo scontrarsi direttamente, ingaggiano una guerra sul terreno delle idee e dell'attrattiva culturale, allo scopo di conquistare, con i propri valori e stili di vita, i cuori e le menti di altri popoli e nazioni. È in questo "scontro" che l'America arriva ad usare la musica come arma, in particolare quella nata proprio lì in America: il Jazz. Nel 1956, il Dipartimento di Sato americano invia in missione culturale il trombettista Dizzy Gillespie. È il primo tour di una lunga serie di concerti in Asia, in Medio Oriente e Africa, che vedrà come protagonisti jazzisti del calibro di Dave Brubeck, Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Raffaella Baritono.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
Jazz Ambassadors. La musica come arma
Inizio anni '50: lo scontro ideologico tra Stati Uniti e Unione sovietica si fa sempre più aspro. Le due superpotenze mettono in atto un confronto politico, ideologico e strategico per l'egemonia globale. Non potendo scontrarsi direttamente, ingaggiano una guerra sul terreno delle idee e dell'attrattiva culturale, allo scopo di conquistare, con i propri valori e stili di vita, i cuori e le menti di altri popoli e nazioni. È in questo "scontro" che l'America arriva ad usare la musica come arma, in particolare quella nata proprio lì in America: il Jazz. Nel 1956, il Dipartimento di Sato americano invia in missione culturale il trombettista Dizzy Gillespie. È il primo tour di una lunga serie di concerti in Asia, in Medio Oriente e Africa, che vedrà come protagonisti jazzisti del calibro di Dave Brubeck, Louis Armstrong, Benny Goodman e Duke Ellington. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Raffaella Baritono.
mercoledì 22 luglio 20267 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia20:35Rai Storia
Colette, l'irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, 'irregolare', amata da grandi scrittori dell'epoca come Proust, Cocteau, Gide. Sidonie Gabrielle Colette, agli inizi del secolo è una provinciale da poco trasferita dalla Borgogna a Parigi. Poi sarà per tutti semplicemente Colette. È il 1900 quando viene pubblicato Claudine a l'ecole, il suo primo romanzo. Il libro appare con la firma di suo marito, Henry Gauthier-Villars, detto Willy. È proprio lui a incitare la giovane moglie a scrivere i suoi ricordi di scuola senza paura dei "particolari scabrosi". Dopo il primo Colette scriverà numerosissimi romanzi, e poi saggi, articoli di giornali, reportage di guerra, sceneggiature. Scrittrice prolifica, avrà tre mariti, amerà uomini e donne, e sarà anche attrice teatrale. Insignita di importanti onorificenze accademiche, prima donna ad essere ammessa all'Académie Goncourt, sarà nominata Grand'Ufficiale della Legion d'Onore. La Chiesa le rifiuterà i funerali con rito religioso, ma sarà la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
Colette, l'irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, 'irregolare', amata da grandi scrittori dell'epoca come Proust, Cocteau, Gide. Sidonie Gabrielle Colette, agli inizi del secolo è una provinciale da poco trasferita dalla Borgogna a Parigi. Poi sarà per tutti semplicemente Colette. È il 1900 quando viene pubblicato Claudine a l'ecole, il suo primo romanzo. Il libro appare con la firma di suo marito, Henry Gauthier-Villars, detto Willy. È proprio lui a incitare la giovane moglie a scrivere i suoi ricordi di scuola senza paura dei "particolari scabrosi". Dopo il primo Colette scriverà numerosissimi romanzi, e poi saggi, articoli di giornali, reportage di guerra, sceneggiature. Scrittrice prolifica, avrà tre mariti, amerà uomini e donne, e sarà anche attrice teatrale. Insignita di importanti onorificenze accademiche, prima donna ad essere ammessa all'Académie Goncourt, sarà nominata Grand'Ufficiale della Legion d'Onore. La Chiesa le rifiuterà i funerali con rito religioso, ma sarà la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
Colette, l'irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, 'irregolare', amata da grandi scrittori dell'epoca come Proust, Cocteau, Gide. Sidonie Gabrielle Colette, agli inizi del secolo è una provinciale da poco trasferita dalla Borgogna a Parigi. Poi sarà per tutti semplicemente Colette. È il 1900 quando viene pubblicato Claudine a l'ecole, il suo primo romanzo. Il libro appare con la firma di suo marito, Henry Gauthier-Villars, detto Willy. È proprio lui a incitare la giovane moglie a scrivere i suoi ricordi di scuola senza paura dei "particolari scabrosi". Dopo il primo Colette scriverà numerosissimi romanzi, e poi saggi, articoli di giornali, reportage di guerra, sceneggiature. Scrittrice prolifica, avrà tre mariti, amerà uomini e donne, e sarà anche attrice teatrale. Insignita di importanti onorificenze accademiche, prima donna ad essere ammessa all'Académie Goncourt, sarà nominata Grand'Ufficiale della Legion d'Onore. La Chiesa le rifiuterà i funerali con rito religioso, ma sarà la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
Colette, l'irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, 'irregolare', amata da grandi scrittori dell'epoca come Proust, Cocteau, Gide. Sidonie Gabrielle Colette, agli inizi del secolo è una provinciale da poco trasferita dalla Borgogna a Parigi. Poi sarà per tutti semplicemente Colette. È il 1900 quando viene pubblicato Claudine a l'ecole, il suo primo romanzo. Il libro appare con la firma di suo marito, Henry Gauthier-Villars, detto Willy. È proprio lui a incitare la giovane moglie a scrivere i suoi ricordi di scuola senza paura dei "particolari scabrosi". Dopo il primo Colette scriverà numerosissimi romanzi, e poi saggi, articoli di giornali, reportage di guerra, sceneggiature. Scrittrice prolifica, avrà tre mariti, amerà uomini e donne, e sarà anche attrice teatrale. Insignita di importanti onorificenze accademiche, prima donna ad essere ammessa all'Académie Goncourt, sarà nominata Grand'Ufficiale della Legion d'Onore. La Chiesa le rifiuterà i funerali con rito religioso, ma sarà la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
L'autostrada del Sole
19 maggio 1956. Iniziano ufficialmente i lavori per la realizzazione dell'Autostrada del Sole. L'Italia è in pieno boom economico e in 8 anni realizzerà una delle più grandi imprese tecniche e industriali dell'Italia repubblicana. Tra Milano e Napoli – passando per Bologna, Firenze e Roma – vengono costruiti 755 chilometri. L'opera raccoglie il meglio delle competenze ingegneristiche e delle capacità industriali del nostro Paese. Sono anni in cui il paese conosce uno sviluppo impetuoso, e da paese agricolo si trasforma in una delle maggiori potenze industriali dell'Occidente. L'autostrada del Sole diventa il monumento di un Paese che sta entrando di slancio nella modernità. L'autostrada – che attraverso l'azione dell'Iri diventa uno dei più felici esempi di intervento dello Stato nell'economia – si interseca e fa da volano alla motorizzazione di massa, altro pilastro del boom industriale di questi anni. L'opera favorisce il turismo e unisce il Paese anche sul piano culturale e sociale. In studio con paolo Mieli lo storico Agostino Giovagnoli.
martedì 21 luglio 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:05Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Federico da Montefeltro, il principe condottiero
La modernità di Federico da Montefeltro è tale che quando si parla di lui si ha la tentazione di usare termini che appartengono all'età contemporanea: propaganda, strategia di comunicazione, business, logo, intelligence. Vissuto nel cuore del XV secolo, conte e poi duca di Urbino, Signore amato dai suoi sudditi e raffinato mecenate, Federico da Montefeltro è il condottiero più richiesto dagli Stati che compongono l'Italia. Le armi, il buon governo e la generosa promozione della cultura ne hanno fatto un perfetto modello di principe rinascimentale. Ma nel caleidoscopio delle sue eccellenze, si scorgono ombre inquietanti. Federico da Montefeltro, infatti, è anche un guerriero implacabile, un freddo calcolatore, uno spregiudicato stratega. Maestro impareggiabile nell'arte sottile dell'inganno e della rappresentazione del potere, ancor oggi è un enigma che affascina e inquieta chi prova a comprenderlo. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri.
Federico da Montefeltro, il principe condottiero
La modernità di Federico da Montefeltro è tale che quando si parla di lui si ha la tentazione di usare termini che appartengono all'età contemporanea: propaganda, strategia di comunicazione, business, logo, intelligence. Vissuto nel cuore del XV secolo, conte e poi duca di Urbino, Signore amato dai suoi sudditi e raffinato mecenate, Federico da Montefeltro è il condottiero più richiesto dagli Stati che compongono l'Italia. Le armi, il buon governo e la generosa promozione della cultura ne hanno fatto un perfetto modello di principe rinascimentale. Ma nel caleidoscopio delle sue eccellenze, si scorgono ombre inquietanti. Federico da Montefeltro, infatti, è anche un guerriero implacabile, un freddo calcolatore, uno spregiudicato stratega. Maestro impareggiabile nell'arte sottile dell'inganno e della rappresentazione del potere, ancor oggi è un enigma che affascina e inquieta chi prova a comprenderlo. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri.
Federico da Montefeltro, il principe condottiero
La modernità di Federico da Montefeltro è tale che quando si parla di lui si ha la tentazione di usare termini che appartengono all'età contemporanea: propaganda, strategia di comunicazione, business, logo, intelligence. Vissuto nel cuore del XV secolo, conte e poi duca di Urbino, Signore amato dai suoi sudditi e raffinato mecenate, Federico da Montefeltro è il condottiero più richiesto dagli Stati che compongono l'Italia. Le armi, il buon governo e la generosa promozione della cultura ne hanno fatto un perfetto modello di principe rinascimentale. Ma nel caleidoscopio delle sue eccellenze, si scorgono ombre inquietanti. Federico da Montefeltro, infatti, è anche un guerriero implacabile, un freddo calcolatore, uno spregiudicato stratega. Maestro impareggiabile nell'arte sottile dell'inganno e della rappresentazione del potere, ancor oggi è un enigma che affascina e inquieta chi prova a comprenderlo. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri.
Colette, l'irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, 'irregolare', amata da grandi scrittori dell'epoca come Proust, Cocteau, Gide. Sidonie Gabrielle Colette, agli inizi del secolo è una provinciale da poco trasferita dalla Borgogna a Parigi. Poi sarà per tutti semplicemente Colette. È il 1900 quando viene pubblicato Claudine a l'ecole, il suo primo romanzo. Il libro appare con la firma di suo marito, Henry Gauthier-Villars, detto Willy. È proprio lui a incitare la giovane moglie a scrivere i suoi ricordi di scuola senza paura dei "particolari scabrosi". Dopo il primo Colette scriverà numerosissimi romanzi, e poi saggi, articoli di giornali, reportage di guerra, sceneggiature. Scrittrice prolifica, avrà tre mariti, amerà uomini e donne, e sarà anche attrice teatrale. Insignita di importanti onorificenze accademiche, prima donna ad essere ammessa all'Académie Goncourt, sarà nominata Grand'Ufficiale della Legion d'Onore. La Chiesa le rifiuterà i funerali con rito religioso, ma sarà la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
Federico da Montefeltro, il principe condottiero
La modernità di Federico da Montefeltro è tale che quando si parla di lui si ha la tentazione di usare termini che appartengono all'età contemporanea: propaganda, strategia di comunicazione, business, logo, intelligence. Vissuto nel cuore del XV secolo, conte e poi duca di Urbino, Signore amato dai suoi sudditi e raffinato mecenate, Federico da Montefeltro è il condottiero più richiesto dagli Stati che compongono l'Italia. Le armi, il buon governo e la generosa promozione della cultura ne hanno fatto un perfetto modello di principe rinascimentale. Ma nel caleidoscopio delle sue eccellenze, si scorgono ombre inquietanti. Federico da Montefeltro, infatti, è anche un guerriero implacabile, un freddo calcolatore, uno spregiudicato stratega. Maestro impareggiabile nell'arte sottile dell'inganno e della rappresentazione del potere, ancor oggi è un enigma che affascina e inquieta chi prova a comprenderlo. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri.
Colette, l'irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, 'irregolare', amata da grandi scrittori dell'epoca come Proust, Cocteau, Gide. Sidonie Gabrielle Colette, agli inizi del secolo è una provinciale da poco trasferita dalla Borgogna a Parigi. Poi sarà per tutti semplicemente Colette. È il 1900 quando viene pubblicato Claudine a l'ecole, il suo primo romanzo. Il libro appare con la firma di suo marito, Henry Gauthier-Villars, detto Willy. È proprio lui a incitare la giovane moglie a scrivere i suoi ricordi di scuola senza paura dei "particolari scabrosi". Dopo il primo Colette scriverà numerosissimi romanzi, e poi saggi, articoli di giornali, reportage di guerra, sceneggiature. Scrittrice prolifica, avrà tre mariti, amerà uomini e donne, e sarà anche attrice teatrale. Insignita di importanti onorificenze accademiche, prima donna ad essere ammessa all'Académie Goncourt, sarà nominata Grand'Ufficiale della Legion d'Onore. La Chiesa le rifiuterà i funerali con rito religioso, ma sarà la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Francesco Perfetti.
lunedì 20 luglio 20266 puntate
00:50Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Il processo a Giordano Bruno
Agosto 1591: dopo oltre quindici anni vissuti da esule, Giordano Bruno rientra in Italia su invito di un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, entusiasta delle sue dottrine. Mocenigo diventa allievo del filosofo di Nola, ma presto tra i due cominciano gli attriti. Mocenigo è convinto che Bruno non voglia condividere con lui le sue conoscenze e che nasconda segreti. Il filosofo è infastidito, tenta di liberarsi da una situazione ormai sgradevole, ma suscita il risentimento del suo ospite, che si vendica denunciandolo all'Inquisizione. Ha inizio il lungo processo che porterà, otto anni più tardi, Giordano Bruno sul rogo. Il filosofo chiede scusa per gli errori commessi, ma non arretra quando gli vengono contestate le sue dottrine. Il tribunale sottopone a Bruno otto proposizioni ereticali, estratte dagli interrogatori e dai libri, affinché le abiuri formalmente. Il Nolano sembra sul punto di cedere, firma l'abiura, ma contemporaneamente presenta un memoriale a Clemente VIII, nel quale mette in discussione tutte le sue ritrattazioni. Il papa ordina così la conclusione del processo e la consegna dell'imputato al braccio secolare. Il 17 febbraio del 1600, Giordano Bruno viene condotto in Campo de' Fiori, spogliato, legato a un palo e poi dato alle fiamme. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Il processo a Giordano Bruno
Agosto 1591: dopo oltre quindici anni vissuti da esule, Giordano Bruno rientra in Italia su invito di un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, entusiasta delle sue dottrine. Mocenigo diventa allievo del filosofo di Nola, ma presto tra i due cominciano gli attriti. Mocenigo è convinto che Bruno non voglia condividere con lui le sue conoscenze e che nasconda segreti. Il filosofo è infastidito, tenta di liberarsi da una situazione ormai sgradevole, ma suscita il risentimento del suo ospite, che si vendica denunciandolo all'Inquisizione. Ha inizio il lungo processo che porterà, otto anni più tardi, Giordano Bruno sul rogo. Il filosofo chiede scusa per gli errori commessi, ma non arretra quando gli vengono contestate le sue dottrine. Il tribunale sottopone a Bruno otto proposizioni ereticali, estratte dagli interrogatori e dai libri, affinché le abiuri formalmente. Il Nolano sembra sul punto di cedere, firma l'abiura, ma contemporaneamente presenta un memoriale a Clemente VIII, nel quale mette in discussione tutte le sue ritrattazioni. Il papa ordina così la conclusione del processo e la consegna dell'imputato al braccio secolare. Il 17 febbraio del 1600, Giordano Bruno viene condotto in Campo de' Fiori, spogliato, legato a un palo e poi dato alle fiamme. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Viaggio verso la Luna
Luglio 1969. Neil Armstrong e Buzz Aldrin compiono la prima storica passeggiata dell'uomo sulla Luna. La storia che porta a quel traguardo comincia 12 anni prima, quando i russi, in piena guerra fredda, mandano nello spazio il primo satellite artificiale: lo Sputnik. Da quel momento comincia una corsa tra le due superpotenze per ottenere i migliori risultati nell'ambito della ricerca spaziale. Inizialmente i sovietici sembrano più avanti. Sono loro a mandare il primo essere vivente nello spazio, la cagnetta Laika, e poi il primo uomo: il maggiore Yuri Gagarin. Ma negli anni, grazie a ingenti investimenti, gli americani recuperano terreno e nel 1968 saranno loro i primi a far compiere il giro della Luna a tre astronauti con la missione Apollo 8. L'anno successivo porteranno a termine la missione definitiva: l'Apollo11. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Mauro Canali.
Federico da Montefeltro, il principe condottiero
La modernità di Federico da Montefeltro è tale che quando si parla di lui si ha la tentazione di usare termini che appartengono all'età contemporanea: propaganda, strategia di comunicazione, business, logo, intelligence. Vissuto nel cuore del XV secolo, conte e poi duca di Urbino, Signore amato dai suoi sudditi e raffinato mecenate, Federico da Montefeltro è il condottiero più richiesto dagli Stati che compongono l'Italia. Le armi, il buon governo e la generosa promozione della cultura ne hanno fatto un perfetto modello di principe rinascimentale. Ma nel caleidoscopio delle sue eccellenze, si scorgono ombre inquietanti. Federico da Montefeltro, infatti, è anche un guerriero implacabile, un freddo calcolatore, uno spregiudicato stratega. Maestro impareggiabile nell'arte sottile dell'inganno e della rappresentazione del potere, ancor oggi è un enigma che affascina e inquieta chi prova a comprenderlo. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri.
Viaggio verso la Luna
Luglio 1969. Neil Armstrong e Buzz Aldrin compiono la prima storica passeggiata dell'uomo sulla Luna. La storia che porta a quel traguardo comincia 12 anni prima, quando i russi, in piena guerra fredda, mandano nello spazio il primo satellite artificiale: lo Sputnik. Da quel momento comincia una corsa tra le due superpotenze per ottenere i migliori risultati nell'ambito della ricerca spaziale. Inizialmente i sovietici sembrano più avanti. Sono loro a mandare il primo essere vivente nello spazio, la cagnetta Laika, e poi il primo uomo: il maggiore Yuri Gagarin. Ma negli anni, grazie a ingenti investimenti, gli americani recuperano terreno e nel 1968 saranno loro i primi a far compiere il giro della Luna a tre astronauti con la missione Apollo 8. L'anno successivo porteranno a termine la missione definitiva: l'Apollo11. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Mauro Canali.
Federico da Montefeltro, il principe condottiero
La modernità di Federico da Montefeltro è tale che quando si parla di lui si ha la tentazione di usare termini che appartengono all'età contemporanea: propaganda, strategia di comunicazione, business, logo, intelligence. Vissuto nel cuore del XV secolo, conte e poi duca di Urbino, Signore amato dai suoi sudditi e raffinato mecenate, Federico da Montefeltro è il condottiero più richiesto dagli Stati che compongono l'Italia. Le armi, il buon governo e la generosa promozione della cultura ne hanno fatto un perfetto modello di principe rinascimentale. Ma nel caleidoscopio delle sue eccellenze, si scorgono ombre inquietanti. Federico da Montefeltro, infatti, è anche un guerriero implacabile, un freddo calcolatore, uno spregiudicato stratega. Maestro impareggiabile nell'arte sottile dell'inganno e della rappresentazione del potere, ancor oggi è un enigma che affascina e inquieta chi prova a comprenderlo. In studio, con Paolo Mieli, il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri.
domenica 19 luglio 20265 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia14:30Rai Storia20:40Rai Storia
La notte dei lunghi coltelli
Tra le notti più cupe e sanguinose del nazismo ce n'è una che segna l'affermazione definitiva del Terzo Reich. Una notte in cui si regolano i conti. È Hitler stesso, pistola in pugno, a guidare un'operazione spietata contro i suoi oppositori, tra i quali vecchi amici come Ernst Röhm, capo delle S.A, la milizia armata del partito nazionalsocialista. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1934 le SS di Heinrich Himmler fanno irruzione in un albergo di Bad Wiessee, in Baviera, dove è in corso un raduno delle SA. È la "notte dei lunghi coltelli". Un bagno di sangue di tre giorni che dalla Baviera giunge fino a Berlino e in altre città della Germania. Alla fine si conteranno circa 200 persone uccise e oltre 1000 arrestate. Tra le vittime di quella strage, oltre ai vertici delle S.A. ci sono anche importanti esponenti della destra conservatrice, che nulla hanno a che fare con Ernst Röhm e le sue squadre d'assalto. Nelle liste di proscrizione compilate da Goering e Himmler, ci sono altri personaggi scomodi che vanno eliminati. Gregor Strasser, leader della sinistra nazista. Il generale Kurt Von Schleicher, ex cancelliere del Reich, assassinato insieme alla moglie. Il leader dell'azione cattolica Erich Klausener. Edgar Jung e Herbert von Bose, due esponenti del fronte conservatore. Il ministro bavarese Gustav von Kahr, che dieci anni prima aveva fatto fallire il putsch nella birreria. Vengono tutti uccisi a sangue freddo. La stessa sorte toccherà a Röhm, il suo vecchio compagno di lotte politiche. Condotto in carcere, viene giustiziato il 1° luglio del 1934, chiudendo così "La notte dei lunghi coltelli è finita". In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
La notte dei lunghi coltelli
Tra le notti più cupe e sanguinose del nazismo ce n'è una che segna l'affermazione definitiva del Terzo Reich. Una notte in cui si regolano i conti. È Hitler stesso, pistola in pugno, a guidare un'operazione spietata contro i suoi oppositori, tra i quali vecchi amici come Ernst Röhm, capo delle S.A, la milizia armata del partito nazionalsocialista. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1934 le SS di Heinrich Himmler fanno irruzione in un albergo di Bad Wiessee, in Baviera, dove è in corso un raduno delle SA. È la "notte dei lunghi coltelli". Un bagno di sangue di tre giorni che dalla Baviera giunge fino a Berlino e in altre città della Germania. Alla fine si conteranno circa 200 persone uccise e oltre 1000 arrestate. Tra le vittime di quella strage, oltre ai vertici delle S.A. ci sono anche importanti esponenti della destra conservatrice, che nulla hanno a che fare con Ernst Röhm e le sue squadre d'assalto. Nelle liste di proscrizione compilate da Goering e Himmler, ci sono altri personaggi scomodi che vanno eliminati. Gregor Strasser, leader della sinistra nazista. Il generale Kurt Von Schleicher, ex cancelliere del Reich, assassinato insieme alla moglie. Il leader dell'azione cattolica Erich Klausener. Edgar Jung e Herbert von Bose, due esponenti del fronte conservatore. Il ministro bavarese Gustav von Kahr, che dieci anni prima aveva fatto fallire il putsch nella birreria. Vengono tutti uccisi a sangue freddo. La stessa sorte toccherà a Röhm, il suo vecchio compagno di lotte politiche. Condotto in carcere, viene giustiziato il 1° luglio del 1934, chiudendo così "La notte dei lunghi coltelli è finita". In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
La notte dei lunghi coltelli
Tra le notti più cupe e sanguinose del nazismo ce n'è una che segna l'affermazione definitiva del Terzo Reich. Una notte in cui si regolano i conti. È Hitler stesso, pistola in pugno, a guidare un'operazione spietata contro i suoi oppositori, tra i quali vecchi amici come Ernst Röhm, capo delle S.A, la milizia armata del partito nazionalsocialista. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1934 le SS di Heinrich Himmler fanno irruzione in un albergo di Bad Wiessee, in Baviera, dove è in corso un raduno delle SA. È la "notte dei lunghi coltelli". Un bagno di sangue di tre giorni che dalla Baviera giunge fino a Berlino e in altre città della Germania. Alla fine si conteranno circa 200 persone uccise e oltre 1000 arrestate. Tra le vittime di quella strage, oltre ai vertici delle S.A. ci sono anche importanti esponenti della destra conservatrice, che nulla hanno a che fare con Ernst Röhm e le sue squadre d'assalto. Nelle liste di proscrizione compilate da Goering e Himmler, ci sono altri personaggi scomodi che vanno eliminati. Gregor Strasser, leader della sinistra nazista. Il generale Kurt Von Schleicher, ex cancelliere del Reich, assassinato insieme alla moglie. Il leader dell'azione cattolica Erich Klausener. Edgar Jung e Herbert von Bose, due esponenti del fronte conservatore. Il ministro bavarese Gustav von Kahr, che dieci anni prima aveva fatto fallire il putsch nella birreria. Vengono tutti uccisi a sangue freddo. La stessa sorte toccherà a Röhm, il suo vecchio compagno di lotte politiche. Condotto in carcere, viene giustiziato il 1° luglio del 1934, chiudendo così "La notte dei lunghi coltelli è finita". In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
La notte dei lunghi coltelli
Tra le notti più cupe e sanguinose del nazismo ce n'è una che segna l'affermazione definitiva del Terzo Reich. Una notte in cui si regolano i conti. È Hitler stesso, pistola in pugno, a guidare un'operazione spietata contro i suoi oppositori, tra i quali vecchi amici come Ernst Röhm, capo delle S.A, la milizia armata del partito nazionalsocialista. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1934 le SS di Heinrich Himmler fanno irruzione in un albergo di Bad Wiessee, in Baviera, dove è in corso un raduno delle SA. È la "notte dei lunghi coltelli". Un bagno di sangue di tre giorni che dalla Baviera giunge fino a Berlino e in altre città della Germania. Alla fine si conteranno circa 200 persone uccise e oltre 1000 arrestate. Tra le vittime di quella strage, oltre ai vertici delle S.A. ci sono anche importanti esponenti della destra conservatrice, che nulla hanno a che fare con Ernst Röhm e le sue squadre d'assalto. Nelle liste di proscrizione compilate da Goering e Himmler, ci sono altri personaggi scomodi che vanno eliminati. Gregor Strasser, leader della sinistra nazista. Il generale Kurt Von Schleicher, ex cancelliere del Reich, assassinato insieme alla moglie. Il leader dell'azione cattolica Erich Klausener. Edgar Jung e Herbert von Bose, due esponenti del fronte conservatore. Il ministro bavarese Gustav von Kahr, che dieci anni prima aveva fatto fallire il putsch nella birreria. Vengono tutti uccisi a sangue freddo. La stessa sorte toccherà a Röhm, il suo vecchio compagno di lotte politiche. Condotto in carcere, viene giustiziato il 1° luglio del 1934, chiudendo così "La notte dei lunghi coltelli è finita". In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
Il processo a Giordano Bruno
Agosto 1591: dopo oltre quindici anni vissuti da esule, Giordano Bruno rientra in Italia su invito di un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, entusiasta delle sue dottrine. Mocenigo diventa allievo del filosofo di Nola, ma presto tra i due cominciano gli attriti. Mocenigo è convinto che Bruno non voglia condividere con lui le sue conoscenze e che nasconda segreti. Il filosofo è infastidito, tenta di liberarsi da una situazione ormai sgradevole, ma suscita il risentimento del suo ospite, che si vendica denunciandolo all'Inquisizione. Ha inizio il lungo processo che porterà, otto anni più tardi, Giordano Bruno sul rogo. Il filosofo chiede scusa per gli errori commessi, ma non arretra quando gli vengono contestate le sue dottrine. Il tribunale sottopone a Bruno otto proposizioni ereticali, estratte dagli interrogatori e dai libri, affinché le abiuri formalmente. Il Nolano sembra sul punto di cedere, firma l'abiura, ma contemporaneamente presenta un memoriale a Clemente VIII, nel quale mette in discussione tutte le sue ritrattazioni. Il papa ordina così la conclusione del processo e la consegna dell'imputato al braccio secolare. Il 17 febbraio del 1600, Giordano Bruno viene condotto in Campo de' Fiori, spogliato, legato a un palo e poi dato alle fiamme. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
sabato 18 luglio 20265 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:20Rai Storia20:30Rai Storia
Primo Carnera, il gigante italiano
È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope: si chiama Primo Carnera, soprannominato "La montagna che cammina". Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento diventa un'icona sportiva, un eroe nazionale e un'astuta operazione di propaganda per il regime fascista. È l'immagine dell'italiano vincente, forte e vigoroso, l'eccellenza di una «razza» che si prepara alla guerra. Nel 1935, alla vigilia della guerra d'Etiopia, dopo la sconfitta con il pugile nero Joe Louis, il flirt con il regime si interrompe e scatta la censura. Alla fine della Seconda guerra mondiale, chiusa la carriera pugilistica, Carnera entra nel mondo della lotta e diventa in poco tempo una stella di prima grandezza nel mondo del wrestling. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Nicola Sbetti.
Primo Carnera, il gigante italiano
È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope: si chiama Primo Carnera, soprannominato "La montagna che cammina". Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento diventa un'icona sportiva, un eroe nazionale e un'astuta operazione di propaganda per il regime fascista. È l'immagine dell'italiano vincente, forte e vigoroso, l'eccellenza di una «razza» che si prepara alla guerra. Nel 1935, alla vigilia della guerra d'Etiopia, dopo la sconfitta con il pugile nero Joe Louis, il flirt con il regime si interrompe e scatta la censura. Alla fine della Seconda guerra mondiale, chiusa la carriera pugilistica, Carnera entra nel mondo della lotta e diventa in poco tempo una stella di prima grandezza nel mondo del wrestling. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Nicola Sbetti.
Primo Carnera, il gigante italiano
È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope: si chiama Primo Carnera, soprannominato "La montagna che cammina". Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento diventa un'icona sportiva, un eroe nazionale e un'astuta operazione di propaganda per il regime fascista. È l'immagine dell'italiano vincente, forte e vigoroso, l'eccellenza di una «razza» che si prepara alla guerra. Nel 1935, alla vigilia della guerra d'Etiopia, dopo la sconfitta con il pugile nero Joe Louis, il flirt con il regime si interrompe e scatta la censura. Alla fine della Seconda guerra mondiale, chiusa la carriera pugilistica, Carnera entra nel mondo della lotta e diventa in poco tempo una stella di prima grandezza nel mondo del wrestling. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Nicola Sbetti.
Primo Carnera, il gigante italiano
È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope: si chiama Primo Carnera, soprannominato "La montagna che cammina". Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento diventa un'icona sportiva, un eroe nazionale e un'astuta operazione di propaganda per il regime fascista. È l'immagine dell'italiano vincente, forte e vigoroso, l'eccellenza di una «razza» che si prepara alla guerra. Nel 1935, alla vigilia della guerra d'Etiopia, dopo la sconfitta con il pugile nero Joe Louis, il flirt con il regime si interrompe e scatta la censura. Alla fine della Seconda guerra mondiale, chiusa la carriera pugilistica, Carnera entra nel mondo della lotta e diventa in poco tempo una stella di prima grandezza nel mondo del wrestling. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Nicola Sbetti.
La notte dei lunghi coltelli
Tra le notti più cupe e sanguinose del nazismo ce n'è una che segna l'affermazione definitiva del Terzo Reich. Una notte in cui si regolano i conti. È Hitler stesso, pistola in pugno, a guidare un'operazione spietata contro i suoi oppositori, tra i quali vecchi amici come Ernst Röhm, capo delle S.A, la milizia armata del partito nazionalsocialista. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1934 le SS di Heinrich Himmler fanno irruzione in un albergo di Bad Wiessee, in Baviera, dove è in corso un raduno delle SA. È la "notte dei lunghi coltelli". Un bagno di sangue di tre giorni che dalla Baviera giunge fino a Berlino e in altre città della Germania. Alla fine si conteranno circa 200 persone uccise e oltre 1000 arrestate. Tra le vittime di quella strage, oltre ai vertici delle S.A. ci sono anche importanti esponenti della destra conservatrice, che nulla hanno a che fare con Ernst Röhm e le sue squadre d'assalto. Nelle liste di proscrizione compilate da Goering e Himmler, ci sono altri personaggi scomodi che vanno eliminati. Gregor Strasser, leader della sinistra nazista. Il generale Kurt Von Schleicher, ex cancelliere del Reich, assassinato insieme alla moglie. Il leader dell'azione cattolica Erich Klausener. Edgar Jung e Herbert von Bose, due esponenti del fronte conservatore. Il ministro bavarese Gustav von Kahr, che dieci anni prima aveva fatto fallire il putsch nella birreria. Vengono tutti uccisi a sangue freddo. La stessa sorte toccherà a Röhm, il suo vecchio compagno di lotte politiche. Condotto in carcere, viene giustiziato il 1° luglio del 1934, chiudendo così "La notte dei lunghi coltelli è finita". In studio con Paolo Mieli, il professor Giovanni Sabbatucci.
venerdì 17 luglio 20266 puntate
00:25Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Lo stratagemma del cavallo di Troia
Il 16 luglio esce nelle sale cinematografiche l'atteso film di Christopher Nolan "Odissea". In concomitanza con l'uscita del film, una puntata di "Passato e Presente" dedicata allo stratagemma allo stratagemma più celebre della storia, quello del cavallo di Troia. Dopo dieci anni di guerra Ulisse, nel suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, riesce con l'inganno ad entrare dentro le mura della città di Troia. I greci fingono di desistere dall'assedio facendo partire le loro navi ma lasciano sulla spiaggia, davanti le mura della città, un immenso cavallo di legno che al suo interno contiene però proprio Ulisse con i suoi soldati migliori. Un inganno, appunto. Ma non l'unico. Ulisse era un maestro degli inganni; scaltro, ingegnoso, estremamente furbo, mente a compagni, re e persino agli dèi. L'inganno del cavallo ce lo racconta l'Odissea e stranamente non l'Iliade che pure racconta la storia di Troia. Ma chi l'ha scritta l'Odissea? Di sicuro non Omero... In studio con Paolo Mieli, il professor Alesandro Barbero.
Lo stratagemma del cavallo di Troia
Il 16 luglio esce nelle sale cinematografiche l'atteso film di Christopher Nolan "Odissea". In concomitanza con l'uscita del film, una puntata di "Passato e Presente" dedicata allo stratagemma allo stratagemma più celebre della storia, quello del cavallo di Troia. Dopo dieci anni di guerra Ulisse, nel suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, riesce con l'inganno ad entrare dentro le mura della città di Troia. I greci fingono di desistere dall'assedio facendo partire le loro navi ma lasciano sulla spiaggia, davanti le mura della città, un immenso cavallo di legno che al suo interno contiene però proprio Ulisse con i suoi soldati migliori. Un inganno, appunto. Ma non l'unico. Ulisse era un maestro degli inganni; scaltro, ingegnoso, estremamente furbo, mente a compagni, re e persino agli dèi. L'inganno del cavallo ce lo racconta l'Odissea e stranamente non l'Iliade che pure racconta la storia di Troia. Ma chi l'ha scritta l'Odissea? Di sicuro non Omero... In studio con Paolo Mieli, il professor Alesandro Barbero.
Lo stratagemma del cavallo di Troia
Il 16 luglio esce nelle sale cinematografiche l'atteso film di Christopher Nolan "Odissea". In concomitanza con l'uscita del film, una puntata di "Passato e Presente" dedicata allo stratagemma allo stratagemma più celebre della storia, quello del cavallo di Troia. Dopo dieci anni di guerra Ulisse, nel suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, riesce con l'inganno ad entrare dentro le mura della città di Troia. I greci fingono di desistere dall'assedio facendo partire le loro navi ma lasciano sulla spiaggia, davanti le mura della città, un immenso cavallo di legno che al suo interno contiene però proprio Ulisse con i suoi soldati migliori. Un inganno, appunto. Ma non l'unico. Ulisse era un maestro degli inganni; scaltro, ingegnoso, estremamente furbo, mente a compagni, re e persino agli dèi. L'inganno del cavallo ce lo racconta l'Odissea e stranamente non l'Iliade che pure racconta la storia di Troia. Ma chi l'ha scritta l'Odissea? Di sicuro non Omero... In studio con Paolo Mieli, il professor Alesandro Barbero.
Primo Carnera, il gigante italiano
È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope: si chiama Primo Carnera, soprannominato "La montagna che cammina". Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento diventa un'icona sportiva, un eroe nazionale e un'astuta operazione di propaganda per il regime fascista. È l'immagine dell'italiano vincente, forte e vigoroso, l'eccellenza di una «razza» che si prepara alla guerra. Nel 1935, alla vigilia della guerra d'Etiopia, dopo la sconfitta con il pugile nero Joe Louis, il flirt con il regime si interrompe e scatta la censura. Alla fine della Seconda guerra mondiale, chiusa la carriera pugilistica, Carnera entra nel mondo della lotta e diventa in poco tempo una stella di prima grandezza nel mondo del wrestling. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Nicola Sbetti.
Lo stratagemma del cavallo di Troia
Il 16 luglio esce nelle sale cinematografiche l'atteso film di Christopher Nolan "Odissea". In concomitanza con l'uscita del film, una puntata di "Passato e Presente" dedicata allo stratagemma allo stratagemma più celebre della storia, quello del cavallo di Troia. Dopo dieci anni di guerra Ulisse, nel suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, riesce con l'inganno ad entrare dentro le mura della città di Troia. I greci fingono di desistere dall'assedio facendo partire le loro navi ma lasciano sulla spiaggia, davanti le mura della città, un immenso cavallo di legno che al suo interno contiene però proprio Ulisse con i suoi soldati migliori. Un inganno, appunto. Ma non l'unico. Ulisse era un maestro degli inganni; scaltro, ingegnoso, estremamente furbo, mente a compagni, re e persino agli dèi. L'inganno del cavallo ce lo racconta l'Odissea e stranamente non l'Iliade che pure racconta la storia di Troia. Ma chi l'ha scritta l'Odissea? Di sicuro non Omero... In studio con Paolo Mieli, il professor Alesandro Barbero.
Primo Carnera, il gigante italiano
È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope: si chiama Primo Carnera, soprannominato "La montagna che cammina". Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Da quel momento diventa un'icona sportiva, un eroe nazionale e un'astuta operazione di propaganda per il regime fascista. È l'immagine dell'italiano vincente, forte e vigoroso, l'eccellenza di una «razza» che si prepara alla guerra. Nel 1935, alla vigilia della guerra d'Etiopia, dopo la sconfitta con il pugile nero Joe Louis, il flirt con il regime si interrompe e scatta la censura. Alla fine della Seconda guerra mondiale, chiusa la carriera pugilistica, Carnera entra nel mondo della lotta e diventa in poco tempo una stella di prima grandezza nel mondo del wrestling. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Nicola Sbetti.
giovedì 16 luglio 20266 puntate
01:10Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:30Rai Storia
Didone ultimo atto: la Regina di Cartagine
Avventurosa principessa fenicia, vedova di Sicheo, fondatrice e regina di Cartagine, amante appassionata di Enea, abbandonata poi in nome della futura grandezza di Roma, immolata per sua volontà su una pira: la vita di Didone evoca tante storie, ma soprattutto la regina è uno dei personaggi femminili iconici nell'universo culturale occidentale. Questo lo deve in gran parte all'Eneide di Virgilio, che ne fece l'eroina di una passione travolgente e mortifera. Ma Didone dal lungo vagare è anche Elissa, una ecista, cioè la fondatrice di una città, che sarà eterna nemica di Roma. Di questa città assolata e agguerrita fu regina. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Silvia Romani.
Didone ultimo atto: la Regina di Cartagine
Avventurosa principessa fenicia, vedova di Sicheo, fondatrice e regina di Cartagine, amante appassionata di Enea, abbandonata poi in nome della futura grandezza di Roma, immolata per sua volontà su una pira: la vita di Didone evoca tante storie, ma soprattutto la regina è uno dei personaggi femminili iconici nell'universo culturale occidentale. Questo lo deve in gran parte all'Eneide di Virgilio, che ne fece l'eroina di una passione travolgente e mortifera. Ma Didone dal lungo vagare è anche Elissa, una ecista, cioè la fondatrice di una città, che sarà eterna nemica di Roma. Di questa città assolata e agguerrita fu regina. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Silvia Romani.
Didone ultimo atto: la Regina di Cartagine
Avventurosa principessa fenicia, vedova di Sicheo, fondatrice e regina di Cartagine, amante appassionata di Enea, abbandonata poi in nome della futura grandezza di Roma, immolata per sua volontà su una pira: la vita di Didone evoca tante storie, ma soprattutto la regina è uno dei personaggi femminili iconici nell'universo culturale occidentale. Questo lo deve in gran parte all'Eneide di Virgilio, che ne fece l'eroina di una passione travolgente e mortifera. Ma Didone dal lungo vagare è anche Elissa, una ecista, cioè la fondatrice di una città, che sarà eterna nemica di Roma. Di questa città assolata e agguerrita fu regina. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Silvia Romani.
Lo stratagemma del cavallo di Troia
Il 16 luglio esce nelle sale cinematografiche l'atteso film di Christopher Nolan "Odissea". In concomitanza con l'uscita del film, una puntata di "Passato e Presente" dedicata allo stratagemma allo stratagemma più celebre della storia, quello del cavallo di Troia. Dopo dieci anni di guerra Ulisse, nel suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, riesce con l'inganno ad entrare dentro le mura della città di Troia. I greci fingono di desistere dall'assedio facendo partire le loro navi ma lasciano sulla spiaggia, davanti le mura della città, un immenso cavallo di legno che al suo interno contiene però proprio Ulisse con i suoi soldati migliori. Un inganno, appunto. Ma non l'unico. Ulisse era un maestro degli inganni; scaltro, ingegnoso, estremamente furbo, mente a compagni, re e persino agli dèi. L'inganno del cavallo ce lo racconta l'Odissea e stranamente non l'Iliade che pure racconta la storia di Troia. Ma chi l'ha scritta l'Odissea? Di sicuro non Omero... In studio con Paolo Mieli, il professor Alesandro Barbero.
Didone ultimo atto: la Regina di Cartagine
Avventurosa principessa fenicia, vedova di Sicheo, fondatrice e regina di Cartagine, amante appassionata di Enea, abbandonata poi in nome della futura grandezza di Roma, immolata per sua volontà su una pira: la vita di Didone evoca tante storie, ma soprattutto la regina è uno dei personaggi femminili iconici nell'universo culturale occidentale. Questo lo deve in gran parte all'Eneide di Virgilio, che ne fece l'eroina di una passione travolgente e mortifera. Ma Didone dal lungo vagare è anche Elissa, una ecista, cioè la fondatrice di una città, che sarà eterna nemica di Roma. Di questa città assolata e agguerrita fu regina. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Silvia Romani.
Lo stratagemma del cavallo di Troia
Il 16 luglio esce nelle sale cinematografiche l'atteso film di Christopher Nolan "Odissea". In concomitanza con l'uscita del film, una puntata di "Passato e Presente" dedicata allo stratagemma allo stratagemma più celebre della storia, quello del cavallo di Troia. Dopo dieci anni di guerra Ulisse, nel suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, riesce con l'inganno ad entrare dentro le mura della città di Troia. I greci fingono di desistere dall'assedio facendo partire le loro navi ma lasciano sulla spiaggia, davanti le mura della città, un immenso cavallo di legno che al suo interno contiene però proprio Ulisse con i suoi soldati migliori. Un inganno, appunto. Ma non l'unico. Ulisse era un maestro degli inganni; scaltro, ingegnoso, estremamente furbo, mente a compagni, re e persino agli dèi. L'inganno del cavallo ce lo racconta l'Odissea e stranamente non l'Iliade che pure racconta la storia di Troia. Ma chi l'ha scritta l'Odissea? Di sicuro non Omero... In studio con Paolo Mieli, il professor Alesandro Barbero.
mercoledì 15 luglio 20266 puntate
00:55Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:15Rai Storia20:35Rai Storia
Freya Stark. Viaggiatrice, avventuriera, spia
Esploratrice, scrittrice, fotografa, Dama del Regno inglese e amica intima della Regina Madre, ma soprattutto viaggiatrice solitaria e indomita; Freya Stark, classe 1893 è, fin dalla sua giovanissima età, animata da un profondissimo legame con il Medio Oriente percorso ed esplorato in lungo e in largo per 60 anni. A partire dalla fine degli anni '20, accompagnata della sua inseparabile Leica e un taccuino d'appunti, ha viaggiato da sola, in terre come la Siria l'Arabia l'Iraq e la Persia rischiando per ben 2 volte di morire a causa della sua cagionevole salute. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale mette a disposizione della Gran Bretagna le sue conoscenze del mondo arabo e partecipa attivamente alle operazioni d'Intelligence nel Medio Oriente con il Foreigner Office Inglese. Scrive trenta libri dove racconta la sua lunga e avventurosa, che termina nel 1993 in un luogo d'elezione, Asolo, nel cui cimitero comunale oggi riposa. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mauro Canali.
Freya Stark. Viaggiatrice, avventuriera, spia
Esploratrice, scrittrice, fotografa, Dama del Regno inglese e amica intima della Regina Madre, ma soprattutto viaggiatrice solitaria e indomita; Freya Stark, classe 1893 è, fin dalla sua giovanissima età, animata da un profondissimo legame con il Medio Oriente percorso ed esplorato in lungo e in largo per 60 anni. A partire dalla fine degli anni '20, accompagnata della sua inseparabile Leica e un taccuino d'appunti, ha viaggiato da sola, in terre come la Siria l'Arabia l'Iraq e la Persia rischiando per ben 2 volte di morire a causa della sua cagionevole salute. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale mette a disposizione della Gran Bretagna le sue conoscenze del mondo arabo e partecipa attivamente alle operazioni d'Intelligence nel Medio Oriente con il Foreigner Office Inglese. Scrive trenta libri dove racconta la sua lunga e avventurosa, che termina nel 1993 in un luogo d'elezione, Asolo, nel cui cimitero comunale oggi riposa. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mauro Canali.
Freya Stark. Viaggiatrice, avventuriera, spia
Esploratrice, scrittrice, fotografa, Dama del Regno inglese e amica intima della Regina Madre, ma soprattutto viaggiatrice solitaria e indomita; Freya Stark, classe 1893 è, fin dalla sua giovanissima età, animata da un profondissimo legame con il Medio Oriente percorso ed esplorato in lungo e in largo per 60 anni. A partire dalla fine degli anni '20, accompagnata della sua inseparabile Leica e un taccuino d'appunti, ha viaggiato da sola, in terre come la Siria l'Arabia l'Iraq e la Persia rischiando per ben 2 volte di morire a causa della sua cagionevole salute. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale mette a disposizione della Gran Bretagna le sue conoscenze del mondo arabo e partecipa attivamente alle operazioni d'Intelligence nel Medio Oriente con il Foreigner Office Inglese. Scrive trenta libri dove racconta la sua lunga e avventurosa, che termina nel 1993 in un luogo d'elezione, Asolo, nel cui cimitero comunale oggi riposa. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mauro Canali.
Didone ultimo atto: la Regina di Cartagine
Avventurosa principessa fenicia, vedova di Sicheo, fondatrice e regina di Cartagine, amante appassionata di Enea, abbandonata poi in nome della futura grandezza di Roma, immolata per sua volontà su una pira: la vita di Didone evoca tante storie, ma soprattutto la regina è uno dei personaggi femminili iconici nell'universo culturale occidentale. Questo lo deve in gran parte all'Eneide di Virgilio, che ne fece l'eroina di una passione travolgente e mortifera. Ma Didone dal lungo vagare è anche Elissa, una ecista, cioè la fondatrice di una città, che sarà eterna nemica di Roma. Di questa città assolata e agguerrita fu regina. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Silvia Romani.
Freya Stark. Viaggiatrice, avventuriera, spia
Esploratrice, scrittrice, fotografa, Dama del Regno inglese e amica intima della Regina Madre, ma soprattutto viaggiatrice solitaria e indomita; Freya Stark, classe 1893 è, fin dalla sua giovanissima età, animata da un profondissimo legame con il Medio Oriente percorso ed esplorato in lungo e in largo per 60 anni. A partire dalla fine degli anni '20, accompagnata della sua inseparabile Leica e un taccuino d'appunti, ha viaggiato da sola, in terre come la Siria l'Arabia l'Iraq e la Persia rischiando per ben 2 volte di morire a causa della sua cagionevole salute. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale mette a disposizione della Gran Bretagna le sue conoscenze del mondo arabo e partecipa attivamente alle operazioni d'Intelligence nel Medio Oriente con il Foreigner Office Inglese. Scrive trenta libri dove racconta la sua lunga e avventurosa, che termina nel 1993 in un luogo d'elezione, Asolo, nel cui cimitero comunale oggi riposa. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mauro Canali.
Didone ultimo atto: la Regina di Cartagine
Avventurosa principessa fenicia, vedova di Sicheo, fondatrice e regina di Cartagine, amante appassionata di Enea, abbandonata poi in nome della futura grandezza di Roma, immolata per sua volontà su una pira: la vita di Didone evoca tante storie, ma soprattutto la regina è uno dei personaggi femminili iconici nell'universo culturale occidentale. Questo lo deve in gran parte all'Eneide di Virgilio, che ne fece l'eroina di una passione travolgente e mortifera. Ma Didone dal lungo vagare è anche Elissa, una ecista, cioè la fondatrice di una città, che sarà eterna nemica di Roma. Di questa città assolata e agguerrita fu regina. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Silvia Romani.
martedì 14 luglio 20266 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia09:05Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Isabella d’Este. Gli stili del potere
Quando si evoca il nome di Isabella d'Este è inevitabile non pensare ai suoi emblemi, ai suoi abiti sontuosi e ai magnifici palazzi di Ferrara e Mantova che ha abitato. Eppure, quando si pensa a lei si ha l'impressione di essere non solo di fronte ad una grande regnante ma di assistere alla nascita di un'epoca. È durante le tumultuose Guerre d'Italia che Isabella saprà destreggiarsi con eccezionale disinvoltura, sfoderando una sapiente arte diplomatica. Donna colta e politicamente astuta, Isabella si impone come co-reggente del marchesato accanto al marito Francesco II Gonzaga, usando oltre alla diplomazia, la scrittura epistolare come strumenti di potere: migliaia di lettere con le quali si informa e diffonde la sua influenza in tutta Europa. A renderla leggendaria è anche la costruzione consapevole della propria immagine: attraverso ritratti, opere d'arte e una vasta collezione d'arte ha costruito l'immagine di una donna irripetibile. Nei secoli successivi, scrittori, storici e artisti hanno continuato a interrogarsi su di lei, oscillando tra realtà e invenzione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Isabella d’Este. Gli stili del potere
Quando si evoca il nome di Isabella d'Este è inevitabile non pensare ai suoi emblemi, ai suoi abiti sontuosi e ai magnifici palazzi di Ferrara e Mantova che ha abitato. Eppure, quando si pensa a lei si ha l'impressione di essere non solo di fronte ad una grande regnante ma di assistere alla nascita di un'epoca. È durante le tumultuose Guerre d'Italia che Isabella saprà destreggiarsi con eccezionale disinvoltura, sfoderando una sapiente arte diplomatica. Donna colta e politicamente astuta, Isabella si impone come co-reggente del marchesato accanto al marito Francesco II Gonzaga, usando oltre alla diplomazia, la scrittura epistolare come strumenti di potere: migliaia di lettere con le quali si informa e diffonde la sua influenza in tutta Europa. A renderla leggendaria è anche la costruzione consapevole della propria immagine: attraverso ritratti, opere d'arte e una vasta collezione d'arte ha costruito l'immagine di una donna irripetibile. Nei secoli successivi, scrittori, storici e artisti hanno continuato a interrogarsi su di lei, oscillando tra realtà e invenzione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Isabella d’Este. Gli stili del potere
Quando si evoca il nome di Isabella d'Este è inevitabile non pensare ai suoi emblemi, ai suoi abiti sontuosi e ai magnifici palazzi di Ferrara e Mantova che ha abitato. Eppure, quando si pensa a lei si ha l'impressione di essere non solo di fronte ad una grande regnante ma di assistere alla nascita di un'epoca. È durante le tumultuose Guerre d'Italia che Isabella saprà destreggiarsi con eccezionale disinvoltura, sfoderando una sapiente arte diplomatica. Donna colta e politicamente astuta, Isabella si impone come co-reggente del marchesato accanto al marito Francesco II Gonzaga, usando oltre alla diplomazia, la scrittura epistolare come strumenti di potere: migliaia di lettere con le quali si informa e diffonde la sua influenza in tutta Europa. A renderla leggendaria è anche la costruzione consapevole della propria immagine: attraverso ritratti, opere d'arte e una vasta collezione d'arte ha costruito l'immagine di una donna irripetibile. Nei secoli successivi, scrittori, storici e artisti hanno continuato a interrogarsi su di lei, oscillando tra realtà e invenzione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Freya Stark. Viaggiatrice, avventuriera, spia
Esploratrice, scrittrice, fotografa, Dama del Regno inglese e amica intima della Regina Madre, ma soprattutto viaggiatrice solitaria e indomita; Freya Stark, classe 1893 è, fin dalla sua giovanissima età, animata da un profondissimo legame con il Medio Oriente percorso ed esplorato in lungo e in largo per 60 anni. A partire dalla fine degli anni '20, accompagnata della sua inseparabile Leica e un taccuino d'appunti, ha viaggiato da sola, in terre come la Siria l'Arabia l'Iraq e la Persia rischiando per ben 2 volte di morire a causa della sua cagionevole salute. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale mette a disposizione della Gran Bretagna le sue conoscenze del mondo arabo e partecipa attivamente alle operazioni d'Intelligence nel Medio Oriente con il Foreigner Office Inglese. Scrive trenta libri dove racconta la sua lunga e avventurosa, che termina nel 1993 in un luogo d'elezione, Asolo, nel cui cimitero comunale oggi riposa. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mauro Canali.
Isabella d’Este. Gli stili del potere
Quando si evoca il nome di Isabella d'Este è inevitabile non pensare ai suoi emblemi, ai suoi abiti sontuosi e ai magnifici palazzi di Ferrara e Mantova che ha abitato. Eppure, quando si pensa a lei si ha l'impressione di essere non solo di fronte ad una grande regnante ma di assistere alla nascita di un'epoca. È durante le tumultuose Guerre d'Italia che Isabella saprà destreggiarsi con eccezionale disinvoltura, sfoderando una sapiente arte diplomatica. Donna colta e politicamente astuta, Isabella si impone come co-reggente del marchesato accanto al marito Francesco II Gonzaga, usando oltre alla diplomazia, la scrittura epistolare come strumenti di potere: migliaia di lettere con le quali si informa e diffonde la sua influenza in tutta Europa. A renderla leggendaria è anche la costruzione consapevole della propria immagine: attraverso ritratti, opere d'arte e una vasta collezione d'arte ha costruito l'immagine di una donna irripetibile. Nei secoli successivi, scrittori, storici e artisti hanno continuato a interrogarsi su di lei, oscillando tra realtà e invenzione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Freya Stark. Viaggiatrice, avventuriera, spia
Esploratrice, scrittrice, fotografa, Dama del Regno inglese e amica intima della Regina Madre, ma soprattutto viaggiatrice solitaria e indomita; Freya Stark, classe 1893 è, fin dalla sua giovanissima età, animata da un profondissimo legame con il Medio Oriente percorso ed esplorato in lungo e in largo per 60 anni. A partire dalla fine degli anni '20, accompagnata della sua inseparabile Leica e un taccuino d'appunti, ha viaggiato da sola, in terre come la Siria l'Arabia l'Iraq e la Persia rischiando per ben 2 volte di morire a causa della sua cagionevole salute. Poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale mette a disposizione della Gran Bretagna le sue conoscenze del mondo arabo e partecipa attivamente alle operazioni d'Intelligence nel Medio Oriente con il Foreigner Office Inglese. Scrive trenta libri dove racconta la sua lunga e avventurosa, che termina nel 1993 in un luogo d'elezione, Asolo, nel cui cimitero comunale oggi riposa. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mauro Canali.
lunedì 13 luglio 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
L'America del jazz. Da New Orleans al mondo
New Orleans, inizi del 900. Nella città crocevia di merci, di etnie, e culture diverse, fa la sua apparizione la musica jazz. Sono gli anni in cui gli Stati Uniti entrano in un'era di prosperità senza precedenti. L'epoca eroica del jazz si conclude bruscamente alla fine del 1929, con la grande crisi economica che riduce sul lastrico moltissimi musicisti di jazz. A resistere sono i musicisti che propongono un nuovo tipo di musica, cercando di portarla a contatto con il grande pubblico: lo Swing. Benny Goodman ne è il re. A partire dal 1943, l'esercito americano avvia una enorme produzione discografica per i reparti al fronte. Si tratta dei V disc, i dischi della vittoria, su cui viene inciso il migliore jazz dell'epoca. Spediti in Europa e nel Pacifico, insieme ad apparecchi per ascoltarli, i V disc hanno lo scopo di tenere alto il morale e fare sentire i soldati più vicini al loro paese, agli affetti che hanno lasciato, e naturalmente per propagandare in modo indiretto l'«american way of life». In studio con paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
L'America del jazz. Da New Orleans al mondo
New Orleans, inizi del 900. Nella città crocevia di merci, di etnie, e culture diverse, fa la sua apparizione la musica jazz. Sono gli anni in cui gli Stati Uniti entrano in un'era di prosperità senza precedenti. L'epoca eroica del jazz si conclude bruscamente alla fine del 1929, con la grande crisi economica che riduce sul lastrico moltissimi musicisti di jazz. A resistere sono i musicisti che propongono un nuovo tipo di musica, cercando di portarla a contatto con il grande pubblico: lo Swing. Benny Goodman ne è il re. A partire dal 1943, l'esercito americano avvia una enorme produzione discografica per i reparti al fronte. Si tratta dei V disc, i dischi della vittoria, su cui viene inciso il migliore jazz dell'epoca. Spediti in Europa e nel Pacifico, insieme ad apparecchi per ascoltarli, i V disc hanno lo scopo di tenere alto il morale e fare sentire i soldati più vicini al loro paese, agli affetti che hanno lasciato, e naturalmente per propagandare in modo indiretto l'«american way of life». In studio con paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
L'America del jazz. Da New Orleans al mondo
New Orleans, inizi del 900. Nella città crocevia di merci, di etnie, e culture diverse, fa la sua apparizione la musica jazz. Sono gli anni in cui gli Stati Uniti entrano in un'era di prosperità senza precedenti. L'epoca eroica del jazz si conclude bruscamente alla fine del 1929, con la grande crisi economica che riduce sul lastrico moltissimi musicisti di jazz. A resistere sono i musicisti che propongono un nuovo tipo di musica, cercando di portarla a contatto con il grande pubblico: lo Swing. Benny Goodman ne è il re. A partire dal 1943, l'esercito americano avvia una enorme produzione discografica per i reparti al fronte. Si tratta dei V disc, i dischi della vittoria, su cui viene inciso il migliore jazz dell'epoca. Spediti in Europa e nel Pacifico, insieme ad apparecchi per ascoltarli, i V disc hanno lo scopo di tenere alto il morale e fare sentire i soldati più vicini al loro paese, agli affetti che hanno lasciato, e naturalmente per propagandare in modo indiretto l'«american way of life». In studio con paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Isabella d’Este. Gli stili del potere
Quando si evoca il nome di Isabella d'Este è inevitabile non pensare ai suoi emblemi, ai suoi abiti sontuosi e ai magnifici palazzi di Ferrara e Mantova che ha abitato. Eppure, quando si pensa a lei si ha l'impressione di essere non solo di fronte ad una grande regnante ma di assistere alla nascita di un'epoca. È durante le tumultuose Guerre d'Italia che Isabella saprà destreggiarsi con eccezionale disinvoltura, sfoderando una sapiente arte diplomatica. Donna colta e politicamente astuta, Isabella si impone come co-reggente del marchesato accanto al marito Francesco II Gonzaga, usando oltre alla diplomazia, la scrittura epistolare come strumenti di potere: migliaia di lettere con le quali si informa e diffonde la sua influenza in tutta Europa. A renderla leggendaria è anche la costruzione consapevole della propria immagine: attraverso ritratti, opere d'arte e una vasta collezione d'arte ha costruito l'immagine di una donna irripetibile. Nei secoli successivi, scrittori, storici e artisti hanno continuato a interrogarsi su di lei, oscillando tra realtà e invenzione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
L'America del jazz. Da New Orleans al mondo
New Orleans, inizi del 900. Nella città crocevia di merci, di etnie, e culture diverse, fa la sua apparizione la musica jazz. Sono gli anni in cui gli Stati Uniti entrano in un'era di prosperità senza precedenti. L'epoca eroica del jazz si conclude bruscamente alla fine del 1929, con la grande crisi economica che riduce sul lastrico moltissimi musicisti di jazz. A resistere sono i musicisti che propongono un nuovo tipo di musica, cercando di portarla a contatto con il grande pubblico: lo Swing. Benny Goodman ne è il re. A partire dal 1943, l'esercito americano avvia una enorme produzione discografica per i reparti al fronte. Si tratta dei V disc, i dischi della vittoria, su cui viene inciso il migliore jazz dell'epoca. Spediti in Europa e nel Pacifico, insieme ad apparecchi per ascoltarli, i V disc hanno lo scopo di tenere alto il morale e fare sentire i soldati più vicini al loro paese, agli affetti che hanno lasciato, e naturalmente per propagandare in modo indiretto l'«american way of life». In studio con paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Isabella d’Este. Gli stili del potere
Quando si evoca il nome di Isabella d'Este è inevitabile non pensare ai suoi emblemi, ai suoi abiti sontuosi e ai magnifici palazzi di Ferrara e Mantova che ha abitato. Eppure, quando si pensa a lei si ha l'impressione di essere non solo di fronte ad una grande regnante ma di assistere alla nascita di un'epoca. È durante le tumultuose Guerre d'Italia che Isabella saprà destreggiarsi con eccezionale disinvoltura, sfoderando una sapiente arte diplomatica. Donna colta e politicamente astuta, Isabella si impone come co-reggente del marchesato accanto al marito Francesco II Gonzaga, usando oltre alla diplomazia, la scrittura epistolare come strumenti di potere: migliaia di lettere con le quali si informa e diffonde la sua influenza in tutta Europa. A renderla leggendaria è anche la costruzione consapevole della propria immagine: attraverso ritratti, opere d'arte e una vasta collezione d'arte ha costruito l'immagine di una donna irripetibile. Nei secoli successivi, scrittori, storici e artisti hanno continuato a interrogarsi su di lei, oscillando tra realtà e invenzione. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli.
domenica 12 luglio 20265 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia09:20Rai Storia14:30Rai Storia20:30Rai Storia
La strage di Palazzo D'Accursio
Tra il 1919 e il 1920, l'Italia deve affrontare una profonda crisi economica e sociale: la disoccupazione in città e in campagna ne è l'aspetto più drammatico. Nella Valle Padana si registra una rapida ripresa organizzativa del movimento contadino attraverso un sistema di leghe socialiste e cattoliche. A Bologna, la più lunga vertenza agricola mai organizzata in Italia, si conclude il 25 ottobre 1920 con la firma del cosiddetto capitolato rosso che segna una grande vittoria per braccianti e contadini. A farsi carico dell'offensiva contro il movimento contadino sono i fascisti che, riforniti di armi e di camion dagli agrari, si ergono a tutori dell'ordine e dei valori patriottici mentre danno all'assalto le sedi delle leghe, delle camere del lavoro, delle cooperative. A Bologna, il 21 novembre 1920, le squadre d'azione sferrano l'attacco decisivo: nel corso della cerimonia inaugurale della nuova amministrazione a Palazzo d'Accursio, sparano contro la folla raccoltasi in piazza Maggiore. Il bilancio è di dieci morti e cinquantotto feriti. Per il fascio bolognese è una vittoria su tutta la linea: il partito socialista non sarà più in grado di riorganizzarsi. In studio con Paolo Mieli, il Prof. Giovanni Sabbatucci.
La strage di Palazzo D'Accursio
Tra il 1919 e il 1920, l'Italia deve affrontare una profonda crisi economica e sociale: la disoccupazione in città e in campagna ne è l'aspetto più drammatico. Nella Valle Padana si registra una rapida ripresa organizzativa del movimento contadino attraverso un sistema di leghe socialiste e cattoliche. A Bologna, la più lunga vertenza agricola mai organizzata in Italia, si conclude il 25 ottobre 1920 con la firma del cosiddetto capitolato rosso che segna una grande vittoria per braccianti e contadini. A farsi carico dell'offensiva contro il movimento contadino sono i fascisti che, riforniti di armi e di camion dagli agrari, si ergono a tutori dell'ordine e dei valori patriottici mentre danno all'assalto le sedi delle leghe, delle camere del lavoro, delle cooperative. A Bologna, il 21 novembre 1920, le squadre d'azione sferrano l'attacco decisivo: nel corso della cerimonia inaugurale della nuova amministrazione a Palazzo d'Accursio, sparano contro la folla raccoltasi in piazza Maggiore. Il bilancio è di dieci morti e cinquantotto feriti. Per il fascio bolognese è una vittoria su tutta la linea: il partito socialista non sarà più in grado di riorganizzarsi. In studio con Paolo Mieli, il Prof. Giovanni Sabbatucci.
La strage di Palazzo D'Accursio
Tra il 1919 e il 1920, l'Italia deve affrontare una profonda crisi economica e sociale: la disoccupazione in città e in campagna ne è l'aspetto più drammatico. Nella Valle Padana si registra una rapida ripresa organizzativa del movimento contadino attraverso un sistema di leghe socialiste e cattoliche. A Bologna, la più lunga vertenza agricola mai organizzata in Italia, si conclude il 25 ottobre 1920 con la firma del cosiddetto capitolato rosso che segna una grande vittoria per braccianti e contadini. A farsi carico dell'offensiva contro il movimento contadino sono i fascisti che, riforniti di armi e di camion dagli agrari, si ergono a tutori dell'ordine e dei valori patriottici mentre danno all'assalto le sedi delle leghe, delle camere del lavoro, delle cooperative. A Bologna, il 21 novembre 1920, le squadre d'azione sferrano l'attacco decisivo: nel corso della cerimonia inaugurale della nuova amministrazione a Palazzo d'Accursio, sparano contro la folla raccoltasi in piazza Maggiore. Il bilancio è di dieci morti e cinquantotto feriti. Per il fascio bolognese è una vittoria su tutta la linea: il partito socialista non sarà più in grado di riorganizzarsi. In studio con Paolo Mieli, il Prof. Giovanni Sabbatucci.
La strage di Palazzo D'Accursio
Tra il 1919 e il 1920, l'Italia deve affrontare una profonda crisi economica e sociale: la disoccupazione in città e in campagna ne è l'aspetto più drammatico. Nella Valle Padana si registra una rapida ripresa organizzativa del movimento contadino attraverso un sistema di leghe socialiste e cattoliche. A Bologna, la più lunga vertenza agricola mai organizzata in Italia, si conclude il 25 ottobre 1920 con la firma del cosiddetto capitolato rosso che segna una grande vittoria per braccianti e contadini. A farsi carico dell'offensiva contro il movimento contadino sono i fascisti che, riforniti di armi e di camion dagli agrari, si ergono a tutori dell'ordine e dei valori patriottici mentre danno all'assalto le sedi delle leghe, delle camere del lavoro, delle cooperative. A Bologna, il 21 novembre 1920, le squadre d'azione sferrano l'attacco decisivo: nel corso della cerimonia inaugurale della nuova amministrazione a Palazzo d'Accursio, sparano contro la folla raccoltasi in piazza Maggiore. Il bilancio è di dieci morti e cinquantotto feriti. Per il fascio bolognese è una vittoria su tutta la linea: il partito socialista non sarà più in grado di riorganizzarsi. In studio con Paolo Mieli, il Prof. Giovanni Sabbatucci.
L'America del jazz. Da New Orleans al mondo
New Orleans, inizi del 900. Nella città crocevia di merci, di etnie, e culture diverse, fa la sua apparizione la musica jazz. Sono gli anni in cui gli Stati Uniti entrano in un'era di prosperità senza precedenti. L'epoca eroica del jazz si conclude bruscamente alla fine del 1929, con la grande crisi economica che riduce sul lastrico moltissimi musicisti di jazz. A resistere sono i musicisti che propongono un nuovo tipo di musica, cercando di portarla a contatto con il grande pubblico: lo Swing. Benny Goodman ne è il re. A partire dal 1943, l'esercito americano avvia una enorme produzione discografica per i reparti al fronte. Si tratta dei V disc, i dischi della vittoria, su cui viene inciso il migliore jazz dell'epoca. Spediti in Europa e nel Pacifico, insieme ad apparecchi per ascoltarli, i V disc hanno lo scopo di tenere alto il morale e fare sentire i soldati più vicini al loro paese, agli affetti che hanno lasciato, e naturalmente per propagandare in modo indiretto l'«american way of life». In studio con paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
sabato 11 luglio 20265 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia09:10Rai Storia14:20Rai Storia20:30Rai Storia
Il disastro di Seveso
Il 10 luglio 1976 una densa nube tossica contenente diossina fuoriesce dallo stabilimento ICMESA di Meda, a 30 chilometri da Milano, e si dirige verso Seveso. Per una settimana la stampa tace. Ma le piante cominciano a seccarsi, gli animali a morire e i bambini a mostrare gravi eruzioni cutanee. La zona viene evacuata, gli abitanti isolati e monitorati. Alle donne in gravidanza viene concessa la possibilità dell'aborto terapeutico. Nell'Italia colpita dalla crisi economica, mondo politico e opinione pubblica si spaccano sia sul progetto di bonifica che sul diritto all'aborto, fino a mettere a repentaglio gli equilibri del compromesso storico. Accanto alla tragedia, però, il disastro di Seveso rappresenta un punto di svolta nelle coscienze degli italiani e del mondo intero rispetto ai rischi ambientali causati da un'industrializzazione indiscriminata. In studio, con Paolo Mieli, la storica Silvia Cassamagnaghi.
Il disastro di Seveso
Il 10 luglio 1976 una densa nube tossica contenente diossina fuoriesce dallo stabilimento ICMESA di Meda, a 30 chilometri da Milano, e si dirige verso Seveso. Per una settimana la stampa tace. Ma le piante cominciano a seccarsi, gli animali a morire e i bambini a mostrare gravi eruzioni cutanee. La zona viene evacuata, gli abitanti isolati e monitorati. Alle donne in gravidanza viene concessa la possibilità dell'aborto terapeutico. Nell'Italia colpita dalla crisi economica, mondo politico e opinione pubblica si spaccano sia sul progetto di bonifica che sul diritto all'aborto, fino a mettere a repentaglio gli equilibri del compromesso storico. Accanto alla tragedia, però, il disastro di Seveso rappresenta un punto di svolta nelle coscienze degli italiani e del mondo intero rispetto ai rischi ambientali causati da un'industrializzazione indiscriminata. In studio, con Paolo Mieli, la storica Silvia Cassamagnaghi.
Il disastro di Seveso
Il 10 luglio 1976 una densa nube tossica contenente diossina fuoriesce dallo stabilimento ICMESA di Meda, a 30 chilometri da Milano, e si dirige verso Seveso. Per una settimana la stampa tace. Ma le piante cominciano a seccarsi, gli animali a morire e i bambini a mostrare gravi eruzioni cutanee. La zona viene evacuata, gli abitanti isolati e monitorati. Alle donne in gravidanza viene concessa la possibilità dell'aborto terapeutico. Nell'Italia colpita dalla crisi economica, mondo politico e opinione pubblica si spaccano sia sul progetto di bonifica che sul diritto all'aborto, fino a mettere a repentaglio gli equilibri del compromesso storico. Accanto alla tragedia, però, il disastro di Seveso rappresenta un punto di svolta nelle coscienze degli italiani e del mondo intero rispetto ai rischi ambientali causati da un'industrializzazione indiscriminata. In studio, con Paolo Mieli, la storica Silvia Cassamagnaghi.
Il disastro di Seveso
Il 10 luglio 1976 una densa nube tossica contenente diossina fuoriesce dallo stabilimento ICMESA di Meda, a 30 chilometri da Milano, e si dirige verso Seveso. Per una settimana la stampa tace. Ma le piante cominciano a seccarsi, gli animali a morire e i bambini a mostrare gravi eruzioni cutanee. La zona viene evacuata, gli abitanti isolati e monitorati. Alle donne in gravidanza viene concessa la possibilità dell'aborto terapeutico. Nell'Italia colpita dalla crisi economica, mondo politico e opinione pubblica si spaccano sia sul progetto di bonifica che sul diritto all'aborto, fino a mettere a repentaglio gli equilibri del compromesso storico. Accanto alla tragedia, però, il disastro di Seveso rappresenta un punto di svolta nelle coscienze degli italiani e del mondo intero rispetto ai rischi ambientali causati da un'industrializzazione indiscriminata. In studio, con Paolo Mieli, la storica Silvia Cassamagnaghi.
La strage di Palazzo D'Accursio
Tra il 1919 e il 1920, l'Italia deve affrontare una profonda crisi economica e sociale: la disoccupazione in città e in campagna ne è l'aspetto più drammatico. Nella Valle Padana si registra una rapida ripresa organizzativa del movimento contadino attraverso un sistema di leghe socialiste e cattoliche. A Bologna, la più lunga vertenza agricola mai organizzata in Italia, si conclude il 25 ottobre 1920 con la firma del cosiddetto capitolato rosso che segna una grande vittoria per braccianti e contadini. A farsi carico dell'offensiva contro il movimento contadino sono i fascisti che, riforniti di armi e di camion dagli agrari, si ergono a tutori dell'ordine e dei valori patriottici mentre danno all'assalto le sedi delle leghe, delle camere del lavoro, delle cooperative. A Bologna, il 21 novembre 1920, le squadre d'azione sferrano l'attacco decisivo: nel corso della cerimonia inaugurale della nuova amministrazione a Palazzo d'Accursio, sparano contro la folla raccoltasi in piazza Maggiore. Il bilancio è di dieci morti e cinquantotto feriti. Per il fascio bolognese è una vittoria su tutta la linea: il partito socialista non sarà più in grado di riorganizzarsi. In studio con Paolo Mieli, il Prof. Giovanni Sabbatucci.
venerdì 10 luglio 20266 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:30Rai Storia
Boccaccio, il primo narratore
Insieme a Dante e Petrarca, Giovanni Boccaccio è uno dei padri fondatori della lingua e della letteratura italiana. Eppure, la sua vita sembrava destinata a un cammino ben diverso. Nato nell'estate del 1313, forse a Firenze o forse a Certaldo, è figlio di un mercante che lo spinge verso sulla via del commercio. Ma a Napoli, dove compie l'apprendistato presso una compagnia mercantile, scopre l'irresistibile passione per le lettere. Una vera e propria ossessione che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto quando, con l'imperversare della peste nera del 1348, inizia la stesura del suo capolavoro: il Decameron. In questo viaggio tra storia e racconto, Emanuela Lucchetti ci guida nei luoghi boccacceschi tra Firenze e Certaldo, mentre in studio Paolo Mieli e lo storico Franco Cardini ricostruiscono la vita e l'epoca di un autore che, con le sue novelle, ha dato forma alla narrativa moderna e cambiato per sempre il modo di raccontare il mondo.
Boccaccio, il primo narratore
Insieme a Dante e Petrarca, Giovanni Boccaccio è uno dei padri fondatori della lingua e della letteratura italiana. Eppure, la sua vita sembrava destinata a un cammino ben diverso. Nato nell'estate del 1313, forse a Firenze o forse a Certaldo, è figlio di un mercante che lo spinge verso sulla via del commercio. Ma a Napoli, dove compie l'apprendistato presso una compagnia mercantile, scopre l'irresistibile passione per le lettere. Una vera e propria ossessione che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto quando, con l'imperversare della peste nera del 1348, inizia la stesura del suo capolavoro: il Decameron. In questo viaggio tra storia e racconto, Emanuela Lucchetti ci guida nei luoghi boccacceschi tra Firenze e Certaldo, mentre in studio Paolo Mieli e lo storico Franco Cardini ricostruiscono la vita e l'epoca di un autore che, con le sue novelle, ha dato forma alla narrativa moderna e cambiato per sempre il modo di raccontare il mondo.
Boccaccio, il primo narratore
Insieme a Dante e Petrarca, Giovanni Boccaccio è uno dei padri fondatori della lingua e della letteratura italiana. Eppure, la sua vita sembrava destinata a un cammino ben diverso. Nato nell'estate del 1313, forse a Firenze o forse a Certaldo, è figlio di un mercante che lo spinge verso sulla via del commercio. Ma a Napoli, dove compie l'apprendistato presso una compagnia mercantile, scopre l'irresistibile passione per le lettere. Una vera e propria ossessione che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto quando, con l'imperversare della peste nera del 1348, inizia la stesura del suo capolavoro: il Decameron. In questo viaggio tra storia e racconto, Emanuela Lucchetti ci guida nei luoghi boccacceschi tra Firenze e Certaldo, mentre in studio Paolo Mieli e lo storico Franco Cardini ricostruiscono la vita e l'epoca di un autore che, con le sue novelle, ha dato forma alla narrativa moderna e cambiato per sempre il modo di raccontare il mondo.
Il disastro di Seveso
Il 10 luglio 1976 una densa nube tossica contenente diossina fuoriesce dallo stabilimento ICMESA di Meda, a 30 chilometri da Milano, e si dirige verso Seveso. Per una settimana la stampa tace. Ma le piante cominciano a seccarsi, gli animali a morire e i bambini a mostrare gravi eruzioni cutanee. La zona viene evacuata, gli abitanti isolati e monitorati. Alle donne in gravidanza viene concessa la possibilità dell'aborto terapeutico. Nell'Italia colpita dalla crisi economica, mondo politico e opinione pubblica si spaccano sia sul progetto di bonifica che sul diritto all'aborto, fino a mettere a repentaglio gli equilibri del compromesso storico. Accanto alla tragedia, però, il disastro di Seveso rappresenta un punto di svolta nelle coscienze degli italiani e del mondo intero rispetto ai rischi ambientali causati da un'industrializzazione indiscriminata. In studio, con Paolo Mieli, la storica Silvia Cassamagnaghi.
Boccaccio, il primo narratore
Insieme a Dante e Petrarca, Giovanni Boccaccio è uno dei padri fondatori della lingua e della letteratura italiana. Eppure, la sua vita sembrava destinata a un cammino ben diverso. Nato nell'estate del 1313, forse a Firenze o forse a Certaldo, è figlio di un mercante che lo spinge verso sulla via del commercio. Ma a Napoli, dove compie l'apprendistato presso una compagnia mercantile, scopre l'irresistibile passione per le lettere. Una vera e propria ossessione che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto quando, con l'imperversare della peste nera del 1348, inizia la stesura del suo capolavoro: il Decameron. In questo viaggio tra storia e racconto, Emanuela Lucchetti ci guida nei luoghi boccacceschi tra Firenze e Certaldo, mentre in studio Paolo Mieli e lo storico Franco Cardini ricostruiscono la vita e l'epoca di un autore che, con le sue novelle, ha dato forma alla narrativa moderna e cambiato per sempre il modo di raccontare il mondo.
Il disastro di Seveso
Il 10 luglio 1976 una densa nube tossica contenente diossina fuoriesce dallo stabilimento ICMESA di Meda, a 30 chilometri da Milano, e si dirige verso Seveso. Per una settimana la stampa tace. Ma le piante cominciano a seccarsi, gli animali a morire e i bambini a mostrare gravi eruzioni cutanee. La zona viene evacuata, gli abitanti isolati e monitorati. Alle donne in gravidanza viene concessa la possibilità dell'aborto terapeutico. Nell'Italia colpita dalla crisi economica, mondo politico e opinione pubblica si spaccano sia sul progetto di bonifica che sul diritto all'aborto, fino a mettere a repentaglio gli equilibri del compromesso storico. Accanto alla tragedia, però, il disastro di Seveso rappresenta un punto di svolta nelle coscienze degli italiani e del mondo intero rispetto ai rischi ambientali causati da un'industrializzazione indiscriminata. In studio, con Paolo Mieli, la storica Silvia Cassamagnaghi.
giovedì 9 luglio 20266 puntate
01:00Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:30Rai Storia
L'America di James Dean
Il 30 settembre del 1955, a 24 anni, moriva James Dean. La sua luce aveva brillato appena più di un anno, il tempo sufficiente a girare tre film memorabili. Ma la coincidenza tra l'esistenza spericolata e fragile di questo bellissimo ragazzo e i personaggi tormentati che aveva interpretato al cinema, lo consacra eroe immortale. Simbolo di una gioventù americana insoddisfatta ma che brucia e si ribella contro il bigottismo della società americana, chiusa nel suo conformismo durante gli anni della guerra fredda. In studio con Paolo Mieli, il professor Ferdinando Fasce.
L'America di James Dean
Il 30 settembre del 1955, a 24 anni, moriva James Dean. La sua luce aveva brillato appena più di un anno, il tempo sufficiente a girare tre film memorabili. Ma la coincidenza tra l'esistenza spericolata e fragile di questo bellissimo ragazzo e i personaggi tormentati che aveva interpretato al cinema, lo consacra eroe immortale. Simbolo di una gioventù americana insoddisfatta ma che brucia e si ribella contro il bigottismo della società americana, chiusa nel suo conformismo durante gli anni della guerra fredda. In studio con Paolo Mieli, il professor Ferdinando Fasce.
L'America di James Dean
Il 30 settembre del 1955, a 24 anni, moriva James Dean. La sua luce aveva brillato appena più di un anno, il tempo sufficiente a girare tre film memorabili. Ma la coincidenza tra l'esistenza spericolata e fragile di questo bellissimo ragazzo e i personaggi tormentati che aveva interpretato al cinema, lo consacra eroe immortale. Simbolo di una gioventù americana insoddisfatta ma che brucia e si ribella contro il bigottismo della società americana, chiusa nel suo conformismo durante gli anni della guerra fredda. In studio con Paolo Mieli, il professor Ferdinando Fasce.
Boccaccio, il primo narratore
Insieme a Dante e Petrarca, Giovanni Boccaccio è uno dei padri fondatori della lingua e della letteratura italiana. Eppure, la sua vita sembrava destinata a un cammino ben diverso. Nato nell'estate del 1313, forse a Firenze o forse a Certaldo, è figlio di un mercante che lo spinge verso sulla via del commercio. Ma a Napoli, dove compie l'apprendistato presso una compagnia mercantile, scopre l'irresistibile passione per le lettere. Una vera e propria ossessione che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto quando, con l'imperversare della peste nera del 1348, inizia la stesura del suo capolavoro: il Decameron. In questo viaggio tra storia e racconto, Emanuela Lucchetti ci guida nei luoghi boccacceschi tra Firenze e Certaldo, mentre in studio Paolo Mieli e lo storico Franco Cardini ricostruiscono la vita e l'epoca di un autore che, con le sue novelle, ha dato forma alla narrativa moderna e cambiato per sempre il modo di raccontare il mondo.
L'America di James Dean
Il 30 settembre del 1955, a 24 anni, moriva James Dean. La sua luce aveva brillato appena più di un anno, il tempo sufficiente a girare tre film memorabili. Ma la coincidenza tra l'esistenza spericolata e fragile di questo bellissimo ragazzo e i personaggi tormentati che aveva interpretato al cinema, lo consacra eroe immortale. Simbolo di una gioventù americana insoddisfatta ma che brucia e si ribella contro il bigottismo della società americana, chiusa nel suo conformismo durante gli anni della guerra fredda. In studio con Paolo Mieli, il professor Ferdinando Fasce.
Boccaccio, il primo narratore
Insieme a Dante e Petrarca, Giovanni Boccaccio è uno dei padri fondatori della lingua e della letteratura italiana. Eppure, la sua vita sembrava destinata a un cammino ben diverso. Nato nell'estate del 1313, forse a Firenze o forse a Certaldo, è figlio di un mercante che lo spinge verso sulla via del commercio. Ma a Napoli, dove compie l'apprendistato presso una compagnia mercantile, scopre l'irresistibile passione per le lettere. Una vera e propria ossessione che lo accompagnerà per tutta la vita, soprattutto quando, con l'imperversare della peste nera del 1348, inizia la stesura del suo capolavoro: il Decameron. In questo viaggio tra storia e racconto, Emanuela Lucchetti ci guida nei luoghi boccacceschi tra Firenze e Certaldo, mentre in studio Paolo Mieli e lo storico Franco Cardini ricostruiscono la vita e l'epoca di un autore che, con le sue novelle, ha dato forma alla narrativa moderna e cambiato per sempre il modo di raccontare il mondo.
mercoledì 8 luglio 20266 puntate
00:35Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Orient Express, il treno del progresso
Alla fine dell'Ottocento, l'Orient Express incarna l'ambizione di un'Europa che vuole superare confini e bruciare le distanze nel nome del progresso e della fiducia nella tecnica. Ideato da Georges Nagelmackers, il treno trasforma il viaggio in un'esperienza di lusso, collegando capitali e mondi diversi. Dopo l'interruzione della Prima guerra mondiale, rinasce nel primo dopoguerra vivendo la sua età d'oro tra diplomazia, finanza e cultura. Luogo d'incontro di élite politiche e artistiche, diventa presto un mito letterario e cinematografico. La Seconda guerra mondiale e la divisione dell'Europa ne segnano il declino. Quando il servizio si conclude, nel 1977, l'Orient Express ha già superato la sua funzione pratica, entrando definitivamente nella memoria collettiva come icona della modernità. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Fiamma Lussana.
Orient Express, il treno del progresso
Alla fine dell'Ottocento, l'Orient Express incarna l'ambizione di un'Europa che vuole superare confini e bruciare le distanze nel nome del progresso e della fiducia nella tecnica. Ideato da Georges Nagelmackers, il treno trasforma il viaggio in un'esperienza di lusso, collegando capitali e mondi diversi. Dopo l'interruzione della Prima guerra mondiale, rinasce nel primo dopoguerra vivendo la sua età d'oro tra diplomazia, finanza e cultura. Luogo d'incontro di élite politiche e artistiche, diventa presto un mito letterario e cinematografico. La Seconda guerra mondiale e la divisione dell'Europa ne segnano il declino. Quando il servizio si conclude, nel 1977, l'Orient Express ha già superato la sua funzione pratica, entrando definitivamente nella memoria collettiva come icona della modernità. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Fiamma Lussana.
Orient Express, il treno del progresso
Alla fine dell'Ottocento, l'Orient Express incarna l'ambizione di un'Europa che vuole superare confini e bruciare le distanze nel nome del progresso e della fiducia nella tecnica. Ideato da Georges Nagelmackers, il treno trasforma il viaggio in un'esperienza di lusso, collegando capitali e mondi diversi. Dopo l'interruzione della Prima guerra mondiale, rinasce nel primo dopoguerra vivendo la sua età d'oro tra diplomazia, finanza e cultura. Luogo d'incontro di élite politiche e artistiche, diventa presto un mito letterario e cinematografico. La Seconda guerra mondiale e la divisione dell'Europa ne segnano il declino. Quando il servizio si conclude, nel 1977, l'Orient Express ha già superato la sua funzione pratica, entrando definitivamente nella memoria collettiva come icona della modernità. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Fiamma Lussana.
L'America di James Dean
Il 30 settembre del 1955, a 24 anni, moriva James Dean. La sua luce aveva brillato appena più di un anno, il tempo sufficiente a girare tre film memorabili. Ma la coincidenza tra l'esistenza spericolata e fragile di questo bellissimo ragazzo e i personaggi tormentati che aveva interpretato al cinema, lo consacra eroe immortale. Simbolo di una gioventù americana insoddisfatta ma che brucia e si ribella contro il bigottismo della società americana, chiusa nel suo conformismo durante gli anni della guerra fredda. In studio con Paolo Mieli, il professor Ferdinando Fasce.
Orient Express, il treno del progresso
Alla fine dell'Ottocento, l'Orient Express incarna l'ambizione di un'Europa che vuole superare confini e bruciare le distanze nel nome del progresso e della fiducia nella tecnica. Ideato da Georges Nagelmackers, il treno trasforma il viaggio in un'esperienza di lusso, collegando capitali e mondi diversi. Dopo l'interruzione della Prima guerra mondiale, rinasce nel primo dopoguerra vivendo la sua età d'oro tra diplomazia, finanza e cultura. Luogo d'incontro di élite politiche e artistiche, diventa presto un mito letterario e cinematografico. La Seconda guerra mondiale e la divisione dell'Europa ne segnano il declino. Quando il servizio si conclude, nel 1977, l'Orient Express ha già superato la sua funzione pratica, entrando definitivamente nella memoria collettiva come icona della modernità. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Fiamma Lussana.
L'America di James Dean
Il 30 settembre del 1955, a 24 anni, moriva James Dean. La sua luce aveva brillato appena più di un anno, il tempo sufficiente a girare tre film memorabili. Ma la coincidenza tra l'esistenza spericolata e fragile di questo bellissimo ragazzo e i personaggi tormentati che aveva interpretato al cinema, lo consacra eroe immortale. Simbolo di una gioventù americana insoddisfatta ma che brucia e si ribella contro il bigottismo della società americana, chiusa nel suo conformismo durante gli anni della guerra fredda. In studio con Paolo Mieli, il professor Ferdinando Fasce.
martedì 7 luglio 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:15Rai Storia20:35Rai Storia
Giovanni Pirelli, l'erede ribelle
Giovanni Pirelli, figlio primogenito di Alberto Pirelli, era destinato a prendere in mano uno dei più grandi imperi dell'imprenditoria mondiale. Rinunciò, lasciando tutto al fratello minore Leopoldo. Lo fece per seguire i suoi ideali e perché il suo vero amore era la scrittura. Nel 1952 cura "lettere dei condannati a morte della resistenza italiana", un'antologia pietra miliare della storiografia antifascista. Sarà scrittore, mecenate, sceneggiatore e uno dei più eclettici e internazionali intellettuali del suo tempo. Per qualcuno, un autentico rivoluzionario. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Margherita Scotti.
Giovanni Pirelli, l'erede ribelle
Giovanni Pirelli, figlio primogenito di Alberto Pirelli, era destinato a prendere in mano uno dei più grandi imperi dell'imprenditoria mondiale. Rinunciò, lasciando tutto al fratello minore Leopoldo. Lo fece per seguire i suoi ideali e perché il suo vero amore era la scrittura. Nel 1952 cura "lettere dei condannati a morte della resistenza italiana", un'antologia pietra miliare della storiografia antifascista. Sarà scrittore, mecenate, sceneggiatore e uno dei più eclettici e internazionali intellettuali del suo tempo. Per qualcuno, un autentico rivoluzionario. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Margherita Scotti.
Giovanni Pirelli, l'erede ribelle
Giovanni Pirelli, figlio primogenito di Alberto Pirelli, era destinato a prendere in mano uno dei più grandi imperi dell'imprenditoria mondiale. Rinunciò, lasciando tutto al fratello minore Leopoldo. Lo fece per seguire i suoi ideali e perché il suo vero amore era la scrittura. Nel 1952 cura "lettere dei condannati a morte della resistenza italiana", un'antologia pietra miliare della storiografia antifascista. Sarà scrittore, mecenate, sceneggiatore e uno dei più eclettici e internazionali intellettuali del suo tempo. Per qualcuno, un autentico rivoluzionario. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Margherita Scotti.
Orient Express, il treno del progresso
Alla fine dell'Ottocento, l'Orient Express incarna l'ambizione di un'Europa che vuole superare confini e bruciare le distanze nel nome del progresso e della fiducia nella tecnica. Ideato da Georges Nagelmackers, il treno trasforma il viaggio in un'esperienza di lusso, collegando capitali e mondi diversi. Dopo l'interruzione della Prima guerra mondiale, rinasce nel primo dopoguerra vivendo la sua età d'oro tra diplomazia, finanza e cultura. Luogo d'incontro di élite politiche e artistiche, diventa presto un mito letterario e cinematografico. La Seconda guerra mondiale e la divisione dell'Europa ne segnano il declino. Quando il servizio si conclude, nel 1977, l'Orient Express ha già superato la sua funzione pratica, entrando definitivamente nella memoria collettiva come icona della modernità. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Fiamma Lussana.
Giovanni Pirelli, l'erede ribelle
Giovanni Pirelli, figlio primogenito di Alberto Pirelli, era destinato a prendere in mano uno dei più grandi imperi dell'imprenditoria mondiale. Rinunciò, lasciando tutto al fratello minore Leopoldo. Lo fece per seguire i suoi ideali e perché il suo vero amore era la scrittura. Nel 1952 cura "lettere dei condannati a morte della resistenza italiana", un'antologia pietra miliare della storiografia antifascista. Sarà scrittore, mecenate, sceneggiatore e uno dei più eclettici e internazionali intellettuali del suo tempo. Per qualcuno, un autentico rivoluzionario. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Margherita Scotti.
Orient Express, il treno del progresso
Alla fine dell'Ottocento, l'Orient Express incarna l'ambizione di un'Europa che vuole superare confini e bruciare le distanze nel nome del progresso e della fiducia nella tecnica. Ideato da Georges Nagelmackers, il treno trasforma il viaggio in un'esperienza di lusso, collegando capitali e mondi diversi. Dopo l'interruzione della Prima guerra mondiale, rinasce nel primo dopoguerra vivendo la sua età d'oro tra diplomazia, finanza e cultura. Luogo d'incontro di élite politiche e artistiche, diventa presto un mito letterario e cinematografico. La Seconda guerra mondiale e la divisione dell'Europa ne segnano il declino. Quando il servizio si conclude, nel 1977, l'Orient Express ha già superato la sua funzione pratica, entrando definitivamente nella memoria collettiva come icona della modernità. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Fiamma Lussana.
lunedì 6 luglio 20265 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia14:25Rai Storia20:35Rai Storia
Giotto e la scoperta della realtà
Sulla figura del celebre pittore Giotto di Bondone, aleggia un paradosso: fu tra gli artisti più celebri e rivoluzionari della storia dell'arte, ma sul suo conto abbiamo pochissime certezze storiche a partire dal suo vero nome, il suo volto, il luogo e la data di nascita. La sua venuta al mondo è fissata per convenzione nel 1267, probabilmente nella campagna fiorentina del Mugello, ma con un forte legame alla città di Firenze. Nel 2017 in tutta Italia è stato festeggiato il 750° anniversario della sua nascita. A Giotto è riconosciuto il merito di aver traghettato l'arte italiana dal Medioevo all'età moderna. Le testimonianze più importanti del suo lavoro, che ci raccontano molto dell'atmosfera religiosa del tempo, le troviamo nella Basilica superiore di Assisi dove Giotto traduce in affreschi le leggende sulla vita di San Francesco, narrate da Bonaventura di Bagnoregio nella biografia ufficiale del santo del 1266.Altra opera monumentale sono gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, dove Giotto dipinge storie che attingono all'Antico Testamento, descrivono la riconciliazione di Dio con l'umanità e il percorso che l'uomo deve compiere per poter sperare nella salvezza. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Giotto e la scoperta della realtà
Sulla figura del celebre pittore Giotto di Bondone, aleggia un paradosso: fu tra gli artisti più celebri e rivoluzionari della storia dell'arte, ma sul suo conto abbiamo pochissime certezze storiche a partire dal suo vero nome, il suo volto, il luogo e la data di nascita. La sua venuta al mondo è fissata per convenzione nel 1267, probabilmente nella campagna fiorentina del Mugello, ma con un forte legame alla città di Firenze. Nel 2017 in tutta Italia è stato festeggiato il 750° anniversario della sua nascita. A Giotto è riconosciuto il merito di aver traghettato l'arte italiana dal Medioevo all'età moderna. Le testimonianze più importanti del suo lavoro, che ci raccontano molto dell'atmosfera religiosa del tempo, le troviamo nella Basilica superiore di Assisi dove Giotto traduce in affreschi le leggende sulla vita di San Francesco, narrate da Bonaventura di Bagnoregio nella biografia ufficiale del santo del 1266.Altra opera monumentale sono gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, dove Giotto dipinge storie che attingono all'Antico Testamento, descrivono la riconciliazione di Dio con l'umanità e il percorso che l'uomo deve compiere per poter sperare nella salvezza. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Giotto e la scoperta della realtà
Sulla figura del celebre pittore Giotto di Bondone, aleggia un paradosso: fu tra gli artisti più celebri e rivoluzionari della storia dell'arte, ma sul suo conto abbiamo pochissime certezze storiche a partire dal suo vero nome, il suo volto, il luogo e la data di nascita. La sua venuta al mondo è fissata per convenzione nel 1267, probabilmente nella campagna fiorentina del Mugello, ma con un forte legame alla città di Firenze. Nel 2017 in tutta Italia è stato festeggiato il 750° anniversario della sua nascita. A Giotto è riconosciuto il merito di aver traghettato l'arte italiana dal Medioevo all'età moderna. Le testimonianze più importanti del suo lavoro, che ci raccontano molto dell'atmosfera religiosa del tempo, le troviamo nella Basilica superiore di Assisi dove Giotto traduce in affreschi le leggende sulla vita di San Francesco, narrate da Bonaventura di Bagnoregio nella biografia ufficiale del santo del 1266.Altra opera monumentale sono gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, dove Giotto dipinge storie che attingono all'Antico Testamento, descrivono la riconciliazione di Dio con l'umanità e il percorso che l'uomo deve compiere per poter sperare nella salvezza. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Giotto e la scoperta della realtà
Sulla figura del celebre pittore Giotto di Bondone, aleggia un paradosso: fu tra gli artisti più celebri e rivoluzionari della storia dell'arte, ma sul suo conto abbiamo pochissime certezze storiche a partire dal suo vero nome, il suo volto, il luogo e la data di nascita. La sua venuta al mondo è fissata per convenzione nel 1267, probabilmente nella campagna fiorentina del Mugello, ma con un forte legame alla città di Firenze. Nel 2017 in tutta Italia è stato festeggiato il 750° anniversario della sua nascita. A Giotto è riconosciuto il merito di aver traghettato l'arte italiana dal Medioevo all'età moderna. Le testimonianze più importanti del suo lavoro, che ci raccontano molto dell'atmosfera religiosa del tempo, le troviamo nella Basilica superiore di Assisi dove Giotto traduce in affreschi le leggende sulla vita di San Francesco, narrate da Bonaventura di Bagnoregio nella biografia ufficiale del santo del 1266.Altra opera monumentale sono gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, dove Giotto dipinge storie che attingono all'Antico Testamento, descrivono la riconciliazione di Dio con l'umanità e il percorso che l'uomo deve compiere per poter sperare nella salvezza. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
Giovanni Pirelli, l'erede ribelle
Giovanni Pirelli, figlio primogenito di Alberto Pirelli, era destinato a prendere in mano uno dei più grandi imperi dell'imprenditoria mondiale. Rinunciò, lasciando tutto al fratello minore Leopoldo. Lo fece per seguire i suoi ideali e perché il suo vero amore era la scrittura. Nel 1952 cura "lettere dei condannati a morte della resistenza italiana", un'antologia pietra miliare della storiografia antifascista. Sarà scrittore, mecenate, sceneggiatore e uno dei più eclettici e internazionali intellettuali del suo tempo. Per qualcuno, un autentico rivoluzionario. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Maria Margherita Scotti.
domenica 5 luglio 20265 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia14:30Rai Storia20:30Rai Storia
Nome di battaglia Lenin
Vladimir Il′ič Ul'janov, detto Lenin, è il padre della Rivoluzione d'ottobre, l'uomo a cui si deve l'ideologia e la strategia del comunismo. In lui si fondono il grande teorico, il politico e l'uomo d'azione. La sua è una storia di incredibili successi e di grandi sconfitte che hanno segnato in maniera indelebile il Novecento. Dal 1903, quando un gruppo di venti individui da lui guidati si distacca dal Partito operaio socialdemocratico russo e si attribuisce il nome di bolscevichi, Lenin dà vita ad un partito che in soli quattordici anni conquista il potere in Russia. La puntata ricostruisce l'epopea di Lenin dall'esilio in Svizzera fino al rientro in patria che avviene con l'aiuto della Germania, disposta a tutto pur di provocare il collasso della Russia. Dopo il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio, Lenin, ad ottobre, sferra l'azione armata decisiva per conquistare il potere. I bolscevichi rovesciano il governo provvisorio di Kerensky e costituiscono il Consiglio dei Commissari del Popolo. Lenin ne è il presidente e avvia l'amministrazione del nuovo Stato sovietico. Ma il nuovo regime deve affrontare grandi difficoltà: l'uscita dal conflitto mondiale, che ha messo in ginocchio il paese provocando miseria e devastazioni, e la disastrosa situazione economica. Il pericolo più grande con cui Lenin deve misurarsi, però, è la guerra civile. Eppure, la fiducia di Lenin non viene mai meno: conduce i bolscevichi alla vittoria e consolida il suo potere gettando le basi di una superpotenza che aspirerà al dominio del mondo.
Nome di battaglia Lenin
Vladimir Il′ič Ul'janov, detto Lenin, è il padre della Rivoluzione d'ottobre, l'uomo a cui si deve l'ideologia e la strategia del comunismo. In lui si fondono il grande teorico, il politico e l'uomo d'azione. La sua è una storia di incredibili successi e di grandi sconfitte che hanno segnato in maniera indelebile il Novecento. Dal 1903, quando un gruppo di venti individui da lui guidati si distacca dal Partito operaio socialdemocratico russo e si attribuisce il nome di bolscevichi, Lenin dà vita ad un partito che in soli quattordici anni conquista il potere in Russia. La puntata ricostruisce l'epopea di Lenin dall'esilio in Svizzera fino al rientro in patria che avviene con l'aiuto della Germania, disposta a tutto pur di provocare il collasso della Russia. Dopo il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio, Lenin, ad ottobre, sferra l'azione armata decisiva per conquistare il potere. I bolscevichi rovesciano il governo provvisorio di Kerensky e costituiscono il Consiglio dei Commissari del Popolo. Lenin ne è il presidente e avvia l'amministrazione del nuovo Stato sovietico. Ma il nuovo regime deve affrontare grandi difficoltà: l'uscita dal conflitto mondiale, che ha messo in ginocchio il paese provocando miseria e devastazioni, e la disastrosa situazione economica. Il pericolo più grande con cui Lenin deve misurarsi, però, è la guerra civile. Eppure, la fiducia di Lenin non viene mai meno: conduce i bolscevichi alla vittoria e consolida il suo potere gettando le basi di una superpotenza che aspirerà al dominio del mondo.
Nome di battaglia Lenin
Vladimir Il′ič Ul'janov, detto Lenin, è il padre della Rivoluzione d'ottobre, l'uomo a cui si deve l'ideologia e la strategia del comunismo. In lui si fondono il grande teorico, il politico e l'uomo d'azione. La sua è una storia di incredibili successi e di grandi sconfitte che hanno segnato in maniera indelebile il Novecento. Dal 1903, quando un gruppo di venti individui da lui guidati si distacca dal Partito operaio socialdemocratico russo e si attribuisce il nome di bolscevichi, Lenin dà vita ad un partito che in soli quattordici anni conquista il potere in Russia. La puntata ricostruisce l'epopea di Lenin dall'esilio in Svizzera fino al rientro in patria che avviene con l'aiuto della Germania, disposta a tutto pur di provocare il collasso della Russia. Dopo il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio, Lenin, ad ottobre, sferra l'azione armata decisiva per conquistare il potere. I bolscevichi rovesciano il governo provvisorio di Kerensky e costituiscono il Consiglio dei Commissari del Popolo. Lenin ne è il presidente e avvia l'amministrazione del nuovo Stato sovietico. Ma il nuovo regime deve affrontare grandi difficoltà: l'uscita dal conflitto mondiale, che ha messo in ginocchio il paese provocando miseria e devastazioni, e la disastrosa situazione economica. Il pericolo più grande con cui Lenin deve misurarsi, però, è la guerra civile. Eppure, la fiducia di Lenin non viene mai meno: conduce i bolscevichi alla vittoria e consolida il suo potere gettando le basi di una superpotenza che aspirerà al dominio del mondo.
Nome di battaglia Lenin
Vladimir Il′ič Ul'janov, detto Lenin, è il padre della Rivoluzione d'ottobre, l'uomo a cui si deve l'ideologia e la strategia del comunismo. In lui si fondono il grande teorico, il politico e l'uomo d'azione. La sua è una storia di incredibili successi e di grandi sconfitte che hanno segnato in maniera indelebile il Novecento. Dal 1903, quando un gruppo di venti individui da lui guidati si distacca dal Partito operaio socialdemocratico russo e si attribuisce il nome di bolscevichi, Lenin dà vita ad un partito che in soli quattordici anni conquista il potere in Russia. La puntata ricostruisce l'epopea di Lenin dall'esilio in Svizzera fino al rientro in patria che avviene con l'aiuto della Germania, disposta a tutto pur di provocare il collasso della Russia. Dopo il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio, Lenin, ad ottobre, sferra l'azione armata decisiva per conquistare il potere. I bolscevichi rovesciano il governo provvisorio di Kerensky e costituiscono il Consiglio dei Commissari del Popolo. Lenin ne è il presidente e avvia l'amministrazione del nuovo Stato sovietico. Ma il nuovo regime deve affrontare grandi difficoltà: l'uscita dal conflitto mondiale, che ha messo in ginocchio il paese provocando miseria e devastazioni, e la disastrosa situazione economica. Il pericolo più grande con cui Lenin deve misurarsi, però, è la guerra civile. Eppure, la fiducia di Lenin non viene mai meno: conduce i bolscevichi alla vittoria e consolida il suo potere gettando le basi di una superpotenza che aspirerà al dominio del mondo.
Giotto e la scoperta della realtà
Sulla figura del celebre pittore Giotto di Bondone, aleggia un paradosso: fu tra gli artisti più celebri e rivoluzionari della storia dell'arte, ma sul suo conto abbiamo pochissime certezze storiche a partire dal suo vero nome, il suo volto, il luogo e la data di nascita. La sua venuta al mondo è fissata per convenzione nel 1267, probabilmente nella campagna fiorentina del Mugello, ma con un forte legame alla città di Firenze. Nel 2017 in tutta Italia è stato festeggiato il 750° anniversario della sua nascita. A Giotto è riconosciuto il merito di aver traghettato l'arte italiana dal Medioevo all'età moderna. Le testimonianze più importanti del suo lavoro, che ci raccontano molto dell'atmosfera religiosa del tempo, le troviamo nella Basilica superiore di Assisi dove Giotto traduce in affreschi le leggende sulla vita di San Francesco, narrate da Bonaventura di Bagnoregio nella biografia ufficiale del santo del 1266.Altra opera monumentale sono gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, dove Giotto dipinge storie che attingono all'Antico Testamento, descrivono la riconciliazione di Dio con l'umanità e il percorso che l'uomo deve compiere per poter sperare nella salvezza. In studio con Paolo Mieli, il professor Lucio Villari.
sabato 4 luglio 20265 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia09:05Rai Storia14:25Rai Storia20:35Rai Storia
La rivoluzione americana. Nascita di una democrazia
Il 4 luglio 1776 le Tredici Colonie nordamericane dichiarano l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un nuovo mondo sta nascendo. Dietro questa svolta storica c'è un decennio di tensioni. Nella seconda metà del '700, la Gran Bretagna ha consolidato la sua egemonia sui mari e conquistato nuovi immensi territori sul continente americano. In pieno boom demografico, economico e culturale, le colonie rifiutano il più stretto controllo politico, militare e fiscale che la madrepatria vorrebbe esercitare su di loro, rivendicando per sé gli stessi diritti e le stesse libertà che la costituzione inglese garantisce ai sudditi britannici. La protesta inizia con lo Stamp Act del 1765 e diventa guerra aperta nel 1775. Nelle idee dell'illuminismo europeo e del radicalismo inglese i leader della rivoluzione americana trovano i concetti teorici necessari a giustificare la definitiva rottura con la Gran Bretagna, nel 1776, e la nascita di un nuovo stato fondato sulla sovranità popolare. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Emilio Gentile.
La rivoluzione americana. Nascita di una democrazia
Il 4 luglio 1776 le Tredici Colonie nordamericane dichiarano l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un nuovo mondo sta nascendo. Dietro questa svolta storica c'è un decennio di tensioni. Nella seconda metà del '700, la Gran Bretagna ha consolidato la sua egemonia sui mari e conquistato nuovi immensi territori sul continente americano. In pieno boom demografico, economico e culturale, le colonie rifiutano il più stretto controllo politico, militare e fiscale che la madrepatria vorrebbe esercitare su di loro, rivendicando per sé gli stessi diritti e le stesse libertà che la costituzione inglese garantisce ai sudditi britannici. La protesta inizia con lo Stamp Act del 1765 e diventa guerra aperta nel 1775. Nelle idee dell'illuminismo europeo e del radicalismo inglese i leader della rivoluzione americana trovano i concetti teorici necessari a giustificare la definitiva rottura con la Gran Bretagna, nel 1776, e la nascita di un nuovo stato fondato sulla sovranità popolare. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Emilio Gentile.
La rivoluzione americana. Nascita di una democrazia
Il 4 luglio 1776 le Tredici Colonie nordamericane dichiarano l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un nuovo mondo sta nascendo. Dietro questa svolta storica c'è un decennio di tensioni. Nella seconda metà del '700, la Gran Bretagna ha consolidato la sua egemonia sui mari e conquistato nuovi immensi territori sul continente americano. In pieno boom demografico, economico e culturale, le colonie rifiutano il più stretto controllo politico, militare e fiscale che la madrepatria vorrebbe esercitare su di loro, rivendicando per sé gli stessi diritti e le stesse libertà che la costituzione inglese garantisce ai sudditi britannici. La protesta inizia con lo Stamp Act del 1765 e diventa guerra aperta nel 1775. Nelle idee dell'illuminismo europeo e del radicalismo inglese i leader della rivoluzione americana trovano i concetti teorici necessari a giustificare la definitiva rottura con la Gran Bretagna, nel 1776, e la nascita di un nuovo stato fondato sulla sovranità popolare. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Emilio Gentile.
La rivoluzione americana. Nascita di una democrazia
Il 4 luglio 1776 le Tredici Colonie nordamericane dichiarano l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un nuovo mondo sta nascendo. Dietro questa svolta storica c'è un decennio di tensioni. Nella seconda metà del '700, la Gran Bretagna ha consolidato la sua egemonia sui mari e conquistato nuovi immensi territori sul continente americano. In pieno boom demografico, economico e culturale, le colonie rifiutano il più stretto controllo politico, militare e fiscale che la madrepatria vorrebbe esercitare su di loro, rivendicando per sé gli stessi diritti e le stesse libertà che la costituzione inglese garantisce ai sudditi britannici. La protesta inizia con lo Stamp Act del 1765 e diventa guerra aperta nel 1775. Nelle idee dell'illuminismo europeo e del radicalismo inglese i leader della rivoluzione americana trovano i concetti teorici necessari a giustificare la definitiva rottura con la Gran Bretagna, nel 1776, e la nascita di un nuovo stato fondato sulla sovranità popolare. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Emilio Gentile.
Nome di battaglia Lenin
Vladimir Il′ič Ul'janov, detto Lenin, è il padre della Rivoluzione d'ottobre, l'uomo a cui si deve l'ideologia e la strategia del comunismo. In lui si fondono il grande teorico, il politico e l'uomo d'azione. La sua è una storia di incredibili successi e di grandi sconfitte che hanno segnato in maniera indelebile il Novecento. Dal 1903, quando un gruppo di venti individui da lui guidati si distacca dal Partito operaio socialdemocratico russo e si attribuisce il nome di bolscevichi, Lenin dà vita ad un partito che in soli quattordici anni conquista il potere in Russia. La puntata ricostruisce l'epopea di Lenin dall'esilio in Svizzera fino al rientro in patria che avviene con l'aiuto della Germania, disposta a tutto pur di provocare il collasso della Russia. Dopo il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio, Lenin, ad ottobre, sferra l'azione armata decisiva per conquistare il potere. I bolscevichi rovesciano il governo provvisorio di Kerensky e costituiscono il Consiglio dei Commissari del Popolo. Lenin ne è il presidente e avvia l'amministrazione del nuovo Stato sovietico. Ma il nuovo regime deve affrontare grandi difficoltà: l'uscita dal conflitto mondiale, che ha messo in ginocchio il paese provocando miseria e devastazioni, e la disastrosa situazione economica. Il pericolo più grande con cui Lenin deve misurarsi, però, è la guerra civile. Eppure, la fiducia di Lenin non viene mai meno: conduce i bolscevichi alla vittoria e consolida il suo potere gettando le basi di una superpotenza che aspirerà al dominio del mondo.
venerdì 3 luglio 20266 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:20Rai Storia20:35Rai Storia
Eisenhower. L'ultimo discorso
Il 17 gennaio 1961 Eisenhower si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con un discorso che entra nella storia come uno dei più profetici e coraggiosi del Novecento. L'ex generale, simbolo della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, non celebra i successi del suo mandato, ma lancia un avvertimento al Paese: gli Stati Uniti devono guardarsi dal "complesso militare-industriale", l'alleanza sempre più stretta tra esercito, politica e industria delle armi. Un discorso profetico in cui Eisenhower descrive un processo che rischia di crescere fino a diventare fuori controllo "Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato." In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mario Del Pero.
Eisenhower. L'ultimo discorso
Il 17 gennaio 1961 Eisenhower si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con un discorso che entra nella storia come uno dei più profetici e coraggiosi del Novecento. L'ex generale, simbolo della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, non celebra i successi del suo mandato, ma lancia un avvertimento al Paese: gli Stati Uniti devono guardarsi dal "complesso militare-industriale", l'alleanza sempre più stretta tra esercito, politica e industria delle armi. Un discorso profetico in cui Eisenhower descrive un processo che rischia di crescere fino a diventare fuori controllo "Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato." In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mario Del Pero.
Eisenhower. L'ultimo discorso
Il 17 gennaio 1961 Eisenhower si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con un discorso che entra nella storia come uno dei più profetici e coraggiosi del Novecento. L'ex generale, simbolo della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, non celebra i successi del suo mandato, ma lancia un avvertimento al Paese: gli Stati Uniti devono guardarsi dal "complesso militare-industriale", l'alleanza sempre più stretta tra esercito, politica e industria delle armi. Un discorso profetico in cui Eisenhower descrive un processo che rischia di crescere fino a diventare fuori controllo "Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato." In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mario Del Pero.
La rivoluzione americana. Nascita di una democrazia
Il 4 luglio 1776 le Tredici Colonie nordamericane dichiarano l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un nuovo mondo sta nascendo. Dietro questa svolta storica c'è un decennio di tensioni. Nella seconda metà del '700, la Gran Bretagna ha consolidato la sua egemonia sui mari e conquistato nuovi immensi territori sul continente americano. In pieno boom demografico, economico e culturale, le colonie rifiutano il più stretto controllo politico, militare e fiscale che la madrepatria vorrebbe esercitare su di loro, rivendicando per sé gli stessi diritti e le stesse libertà che la costituzione inglese garantisce ai sudditi britannici. La protesta inizia con lo Stamp Act del 1765 e diventa guerra aperta nel 1775. Nelle idee dell'illuminismo europeo e del radicalismo inglese i leader della rivoluzione americana trovano i concetti teorici necessari a giustificare la definitiva rottura con la Gran Bretagna, nel 1776, e la nascita di un nuovo stato fondato sulla sovranità popolare. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Emilio Gentile.
Eisenhower. L'ultimo discorso
Il 17 gennaio 1961 Eisenhower si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con un discorso che entra nella storia come uno dei più profetici e coraggiosi del Novecento. L'ex generale, simbolo della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, non celebra i successi del suo mandato, ma lancia un avvertimento al Paese: gli Stati Uniti devono guardarsi dal "complesso militare-industriale", l'alleanza sempre più stretta tra esercito, politica e industria delle armi. Un discorso profetico in cui Eisenhower descrive un processo che rischia di crescere fino a diventare fuori controllo "Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato." In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mario Del Pero.
La rivoluzione americana. Nascita di una democrazia
Il 4 luglio 1776 le Tredici Colonie nordamericane dichiarano l'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un nuovo mondo sta nascendo. Dietro questa svolta storica c'è un decennio di tensioni. Nella seconda metà del '700, la Gran Bretagna ha consolidato la sua egemonia sui mari e conquistato nuovi immensi territori sul continente americano. In pieno boom demografico, economico e culturale, le colonie rifiutano il più stretto controllo politico, militare e fiscale che la madrepatria vorrebbe esercitare su di loro, rivendicando per sé gli stessi diritti e le stesse libertà che la costituzione inglese garantisce ai sudditi britannici. La protesta inizia con lo Stamp Act del 1765 e diventa guerra aperta nel 1775. Nelle idee dell'illuminismo europeo e del radicalismo inglese i leader della rivoluzione americana trovano i concetti teorici necessari a giustificare la definitiva rottura con la Gran Bretagna, nel 1776, e la nascita di un nuovo stato fondato sulla sovranità popolare. In studio, con Paolo Mieli, il prof. Emilio Gentile.
giovedì 2 luglio 20266 puntate
01:00Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:10Rai Storia20:30Rai Storia
Sarah Bernhardt, la prima diva
Attrice, icona, leggenda. Sarah Bernhardt è stata molto più di una stella del palcoscenico: è stata la prima vera diva internazionale. Dal debutto giovanissima ai trionfi nel suo paese e all'estero, Bernhardt ha rivoluzionato il teatro dell'Ottocento. Nella Parigi del Secondo Impero ha infranto regole, interpretato ruoli maschili e diretto un teatro con il suo nome. Con Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell'Art nouveau, ha creato attraverso i manifesti un'immagine senza tempo. Non abbandonò mai il palcoscenico, nemmeno quando la vita le impose il dolore e la malattia. Alla sua morte, nel 1923, la Francia le rese un funerale da eroina nazionale, seguito da migliaia di ammiratori per le strade di Parigi. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Carlotta Sorba.
Sarah Bernhardt, la prima diva
Attrice, icona, leggenda. Sarah Bernhardt è stata molto più di una stella del palcoscenico: è stata la prima vera diva internazionale. Dal debutto giovanissima ai trionfi nel suo paese e all'estero, Bernhardt ha rivoluzionato il teatro dell'Ottocento. Nella Parigi del Secondo Impero ha infranto regole, interpretato ruoli maschili e diretto un teatro con il suo nome. Con Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell'Art nouveau, ha creato attraverso i manifesti un'immagine senza tempo. Non abbandonò mai il palcoscenico, nemmeno quando la vita le impose il dolore e la malattia. Alla sua morte, nel 1923, la Francia le rese un funerale da eroina nazionale, seguito da migliaia di ammiratori per le strade di Parigi. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Carlotta Sorba.
Sarah Bernhardt, la prima diva
Attrice, icona, leggenda. Sarah Bernhardt è stata molto più di una stella del palcoscenico: è stata la prima vera diva internazionale. Dal debutto giovanissima ai trionfi nel suo paese e all'estero, Bernhardt ha rivoluzionato il teatro dell'Ottocento. Nella Parigi del Secondo Impero ha infranto regole, interpretato ruoli maschili e diretto un teatro con il suo nome. Con Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell'Art nouveau, ha creato attraverso i manifesti un'immagine senza tempo. Non abbandonò mai il palcoscenico, nemmeno quando la vita le impose il dolore e la malattia. Alla sua morte, nel 1923, la Francia le rese un funerale da eroina nazionale, seguito da migliaia di ammiratori per le strade di Parigi. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Carlotta Sorba.
Eisenhower. L'ultimo discorso
Il 17 gennaio 1961 Eisenhower si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con un discorso che entra nella storia come uno dei più profetici e coraggiosi del Novecento. L'ex generale, simbolo della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, non celebra i successi del suo mandato, ma lancia un avvertimento al Paese: gli Stati Uniti devono guardarsi dal "complesso militare-industriale", l'alleanza sempre più stretta tra esercito, politica e industria delle armi. Un discorso profetico in cui Eisenhower descrive un processo che rischia di crescere fino a diventare fuori controllo "Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato." In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mario Del Pero.
Sarah Bernhardt, la prima diva
Attrice, icona, leggenda. Sarah Bernhardt è stata molto più di una stella del palcoscenico: è stata la prima vera diva internazionale. Dal debutto giovanissima ai trionfi nel suo paese e all'estero, Bernhardt ha rivoluzionato il teatro dell'Ottocento. Nella Parigi del Secondo Impero ha infranto regole, interpretato ruoli maschili e diretto un teatro con il suo nome. Con Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell'Art nouveau, ha creato attraverso i manifesti un'immagine senza tempo. Non abbandonò mai il palcoscenico, nemmeno quando la vita le impose il dolore e la malattia. Alla sua morte, nel 1923, la Francia le rese un funerale da eroina nazionale, seguito da migliaia di ammiratori per le strade di Parigi. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Carlotta Sorba.
Eisenhower. L'ultimo discorso
Il 17 gennaio 1961 Eisenhower si congeda dalla presidenza degli Stati Uniti con un discorso che entra nella storia come uno dei più profetici e coraggiosi del Novecento. L'ex generale, simbolo della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, non celebra i successi del suo mandato, ma lancia un avvertimento al Paese: gli Stati Uniti devono guardarsi dal "complesso militare-industriale", l'alleanza sempre più stretta tra esercito, politica e industria delle armi. Un discorso profetico in cui Eisenhower descrive un processo che rischia di crescere fino a diventare fuori controllo "Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato." In studio, con Paolo Mieli, il prof. Mario Del Pero.
mercoledì 1 luglio 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Hussein di Giordania. Il re dalle sette vite
Quando sale al trono, nel 1953, ha solo diciassette anni. Diventa re di un paese artificiale, disegnato a tavolino dagli inglesi, senza risorse, circondato da vicini ostili e attraversato dalla frattura più esplosiva del Medio Oriente: la questione palestinese. Regnerà per 46 anni, fino al 1999, navigando tra guerre, golpe, attentati e incontri diplomatici e attraversando alcune delle fasi più difficili del Medio Oriente contemporaneo, dalla guerra dei 6 giorni, al settembre nero del 1970. Sovrano pragmatico, cercò un difficile equilibrio tra il mondo arabo e l'occidente, riuscendo a mantenere la stabilità interna del regno hashemita. Nel 1994 firmò la pace con Israele, consolidando il ruolo della Giordania come interlocutore chiave nei processi diplomatici della regione. La storia di un grande sopravvissuto del Medio Oriente del Novecento. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Alessia Melcangi.
Hussein di Giordania. Il re dalle sette vite
Quando sale al trono, nel 1953, ha solo diciassette anni. Diventa re di un paese artificiale, disegnato a tavolino dagli inglesi, senza risorse, circondato da vicini ostili e attraversato dalla frattura più esplosiva del Medio Oriente: la questione palestinese. Regnerà per 46 anni, fino al 1999, navigando tra guerre, golpe, attentati e incontri diplomatici e attraversando alcune delle fasi più difficili del Medio Oriente contemporaneo, dalla guerra dei 6 giorni, al settembre nero del 1970. Sovrano pragmatico, cercò un difficile equilibrio tra il mondo arabo e l'occidente, riuscendo a mantenere la stabilità interna del regno hashemita. Nel 1994 firmò la pace con Israele, consolidando il ruolo della Giordania come interlocutore chiave nei processi diplomatici della regione. La storia di un grande sopravvissuto del Medio Oriente del Novecento. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Alessia Melcangi.
Il Partito Comunista Cinese. 100 anni di Rivoluzione
Il primo luglio 1921, a Shanghai, 12 intellettuali fondarono il Partito Comunista Cinese. Sotto la guida di Mao Zedong, i comunisti cinesi riusciranno a riunire il paese e a liberarlo dalla dominazione straniera, con una guerra lunga più di 20 anni che entrerà a far parte dell'epica nazionale. Da quando è andato al potere, con la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, il Partito comunista cinese lo ha mantenuto senza soluzione di continuità, attraversando indenne i grandi movimenti utopistici del periodo maoista - come il Grande Balzo e la Rivoluzione Culturale, il periodo delle riforme di Deng Xiaoping e la transizione all'economia di mercato, che ha trasformato la Cina nella prima potenza mondiale accanto agli USA. Una grande capacità di trasformazione e adattamento, quella del PCC, che gli vale oggi un consenso da oltre 90 milioni di iscritti. Qual è il segreto di tanto successo e di tale longevità? Da dove ha tratto in tutti questi anni la legittimazione a governare e con quali effetti sulla Cina? Paolo Mieli ne discute a Passato e presente con il professor Giovanni Andornino.
Sarah Bernhardt, la prima diva
Attrice, icona, leggenda. Sarah Bernhardt è stata molto più di una stella del palcoscenico: è stata la prima vera diva internazionale. Dal debutto giovanissima ai trionfi nel suo paese e all'estero, Bernhardt ha rivoluzionato il teatro dell'Ottocento. Nella Parigi del Secondo Impero ha infranto regole, interpretato ruoli maschili e diretto un teatro con il suo nome. Con Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell'Art nouveau, ha creato attraverso i manifesti un'immagine senza tempo. Non abbandonò mai il palcoscenico, nemmeno quando la vita le impose il dolore e la malattia. Alla sua morte, nel 1923, la Francia le rese un funerale da eroina nazionale, seguito da migliaia di ammiratori per le strade di Parigi. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Carlotta Sorba.
Il Partito Comunista Cinese. 100 anni di Rivoluzione
Il primo luglio 1921, a Shanghai, 12 intellettuali fondarono il Partito Comunista Cinese. Sotto la guida di Mao Zedong, i comunisti cinesi riusciranno a riunire il paese e a liberarlo dalla dominazione straniera, con una guerra lunga più di 20 anni che entrerà a far parte dell'epica nazionale. Da quando è andato al potere, con la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, il Partito comunista cinese lo ha mantenuto senza soluzione di continuità, attraversando indenne i grandi movimenti utopistici del periodo maoista - come il Grande Balzo e la Rivoluzione Culturale, il periodo delle riforme di Deng Xiaoping e la transizione all'economia di mercato, che ha trasformato la Cina nella prima potenza mondiale accanto agli USA. Una grande capacità di trasformazione e adattamento, quella del PCC, che gli vale oggi un consenso da oltre 90 milioni di iscritti. Qual è il segreto di tanto successo e di tale longevità? Da dove ha tratto in tutti questi anni la legittimazione a governare e con quali effetti sulla Cina? Paolo Mieli ne discute a Passato e presente con il professor Giovanni Andornino.
Sarah Bernhardt, la prima diva
Attrice, icona, leggenda. Sarah Bernhardt è stata molto più di una stella del palcoscenico: è stata la prima vera diva internazionale. Dal debutto giovanissima ai trionfi nel suo paese e all'estero, Bernhardt ha rivoluzionato il teatro dell'Ottocento. Nella Parigi del Secondo Impero ha infranto regole, interpretato ruoli maschili e diretto un teatro con il suo nome. Con Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell'Art nouveau, ha creato attraverso i manifesti un'immagine senza tempo. Non abbandonò mai il palcoscenico, nemmeno quando la vita le impose il dolore e la malattia. Alla sua morte, nel 1923, la Francia le rese un funerale da eroina nazionale, seguito da migliaia di ammiratori per le strade di Parigi. In studio, con Paolo Mieli, la prof.ssa Carlotta Sorba.
martedì 30 giugno 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Le mogli di Nerone
È l'imperatore che trasformò Roma nel palcoscenico della sua grandezza e delle sue ossessioni. Amato dal popolo, odiato dal senato, Nerone resterà come il simbolo di un impero retrto sul confine sottile tra genio, propaganda e tirannide. I suoi molti crimini, intrighi omicidi voluti o, da lui stesso commessi, contro l'aristocrazia senatoria, contro nemici e vecchi amici, nascondono cambi di passo, piani politici e progetti che il senato non era disposto ad accettare. Anche Il catalogo dei crimini e delle infrazioni al diritto commessi in merito alle sue vicende matrimoniali supera di molte misure quello di tutti gli imperatori Giulio-Claudi. Delle sue mogli - Claudia Ottavia, figlia dell'Imperatore Claudio e di Messalina - Poppea Sabina, la più ambiziosa, e la nobildonna romana Statilia Messalina, solo l'ultima fu risparmiata. Ma chi erano? Che ruolo avevano? Presentate nei loro vizi e nelle loro virtù dalla storiografia filo senatoria, erano ingranaggi di un potere maschile che obbediva a logiche gentilizie e ambiva a soddisfare il bisogno di un erede per il Principato. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Francesca Cenerini.
Le mogli di Nerone
È l'imperatore che trasformò Roma nel palcoscenico della sua grandezza e delle sue ossessioni. Amato dal popolo, odiato dal senato, Nerone resterà come il simbolo di un impero retrto sul confine sottile tra genio, propaganda e tirannide. I suoi molti crimini, intrighi omicidi voluti o, da lui stesso commessi, contro l'aristocrazia senatoria, contro nemici e vecchi amici, nascondono cambi di passo, piani politici e progetti che il senato non era disposto ad accettare. Anche Il catalogo dei crimini e delle infrazioni al diritto commessi in merito alle sue vicende matrimoniali supera di molte misure quello di tutti gli imperatori Giulio-Claudi. Delle sue mogli - Claudia Ottavia, figlia dell'Imperatore Claudio e di Messalina - Poppea Sabina, la più ambiziosa, e la nobildonna romana Statilia Messalina, solo l'ultima fu risparmiata. Ma chi erano? Che ruolo avevano? Presentate nei loro vizi e nelle loro virtù dalla storiografia filo senatoria, erano ingranaggi di un potere maschile che obbediva a logiche gentilizie e ambiva a soddisfare il bisogno di un erede per il Principato. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Francesca Cenerini.
Le mogli di Nerone
È l'imperatore che trasformò Roma nel palcoscenico della sua grandezza e delle sue ossessioni. Amato dal popolo, odiato dal senato, Nerone resterà come il simbolo di un impero retrto sul confine sottile tra genio, propaganda e tirannide. I suoi molti crimini, intrighi omicidi voluti o, da lui stesso commessi, contro l'aristocrazia senatoria, contro nemici e vecchi amici, nascondono cambi di passo, piani politici e progetti che il senato non era disposto ad accettare. Anche Il catalogo dei crimini e delle infrazioni al diritto commessi in merito alle sue vicende matrimoniali supera di molte misure quello di tutti gli imperatori Giulio-Claudi. Delle sue mogli - Claudia Ottavia, figlia dell'Imperatore Claudio e di Messalina - Poppea Sabina, la più ambiziosa, e la nobildonna romana Statilia Messalina, solo l'ultima fu risparmiata. Ma chi erano? Che ruolo avevano? Presentate nei loro vizi e nelle loro virtù dalla storiografia filo senatoria, erano ingranaggi di un potere maschile che obbediva a logiche gentilizie e ambiva a soddisfare il bisogno di un erede per il Principato. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Francesca Cenerini.
Hussein di Giordania. Il re dalle sette vite
Quando sale al trono, nel 1953, ha solo diciassette anni. Diventa re di un paese artificiale, disegnato a tavolino dagli inglesi, senza risorse, circondato da vicini ostili e attraversato dalla frattura più esplosiva del Medio Oriente: la questione palestinese. Regnerà per 46 anni, fino al 1999, navigando tra guerre, golpe, attentati e incontri diplomatici e attraversando alcune delle fasi più difficili del Medio Oriente contemporaneo, dalla guerra dei 6 giorni, al settembre nero del 1970. Sovrano pragmatico, cercò un difficile equilibrio tra il mondo arabo e l'occidente, riuscendo a mantenere la stabilità interna del regno hashemita. Nel 1994 firmò la pace con Israele, consolidando il ruolo della Giordania come interlocutore chiave nei processi diplomatici della regione. La storia di un grande sopravvissuto del Medio Oriente del Novecento. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Alessia Melcangi.
Le mogli di Nerone
È l'imperatore che trasformò Roma nel palcoscenico della sua grandezza e delle sue ossessioni. Amato dal popolo, odiato dal senato, Nerone resterà come il simbolo di un impero retrto sul confine sottile tra genio, propaganda e tirannide. I suoi molti crimini, intrighi omicidi voluti o, da lui stesso commessi, contro l'aristocrazia senatoria, contro nemici e vecchi amici, nascondono cambi di passo, piani politici e progetti che il senato non era disposto ad accettare. Anche Il catalogo dei crimini e delle infrazioni al diritto commessi in merito alle sue vicende matrimoniali supera di molte misure quello di tutti gli imperatori Giulio-Claudi. Delle sue mogli - Claudia Ottavia, figlia dell'Imperatore Claudio e di Messalina - Poppea Sabina, la più ambiziosa, e la nobildonna romana Statilia Messalina, solo l'ultima fu risparmiata. Ma chi erano? Che ruolo avevano? Presentate nei loro vizi e nelle loro virtù dalla storiografia filo senatoria, erano ingranaggi di un potere maschile che obbediva a logiche gentilizie e ambiva a soddisfare il bisogno di un erede per il Principato. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Francesca Cenerini.
Hussein di Giordania. Il re dalle sette vite
Quando sale al trono, nel 1953, ha solo diciassette anni. Diventa re di un paese artificiale, disegnato a tavolino dagli inglesi, senza risorse, circondato da vicini ostili e attraversato dalla frattura più esplosiva del Medio Oriente: la questione palestinese. Regnerà per 46 anni, fino al 1999, navigando tra guerre, golpe, attentati e incontri diplomatici e attraversando alcune delle fasi più difficili del Medio Oriente contemporaneo, dalla guerra dei 6 giorni, al settembre nero del 1970. Sovrano pragmatico, cercò un difficile equilibrio tra il mondo arabo e l'occidente, riuscendo a mantenere la stabilità interna del regno hashemita. Nel 1994 firmò la pace con Israele, consolidando il ruolo della Giordania come interlocutore chiave nei processi diplomatici della regione. La storia di un grande sopravvissuto del Medio Oriente del Novecento. In studio con Paolo Mieli, la prof.ssa Alessia Melcangi.
lunedì 29 giugno 20266 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia08:50Rai Storia13:15Rai 314:35Rai Storia20:35Rai Storia
Garibaldi e gli inglesi
3 Aprile 1864: Garibaldi, su invito di un gruppo di notabili britannici, sbarca in Inghilterra su un piroscafo messo a disposizione dal conte di Southerland. Dopo un breve soggiorno sull'isola di Wight, un treno interamente ricoperto di bandiere italiane lo conduce a Londra. 500mila persone lo attendono a Trafalgar Square. Riceve l'omaggio delle più alte istituzioni del paese e i Londinesi lo accolgono come uno dei più grandi eroi di tutti i tempi. I giornali lo paragonano a George Washington. Ma, gli incontri tra Garibaldi e gli esuli italiani in Gran Bretagna, in particolare quello con Giuseppe Mazzini, mettono in allarme le cancellerie europee. Si teme che grazie alla sua popolarità, Garibaldi possa porsi a capo delle rivolte scoppiate in Polonia e in Grecia. Così, Londra temendo di creare incidenti internazionali, chiede a Garibaldi di ritirarsi nuovamente Caprera. In studio con Paolo Mieli la professoressa Elena Bacchin ripercorrerà quel breve viaggio di cui l'eroe dei due mondi non scrisse mai.
Garibaldi e gli inglesi
3 Aprile 1864: Garibaldi, su invito di un gruppo di notabili britannici, sbarca in Inghilterra su un piroscafo messo a disposizione dal conte di Southerland. Dopo un breve soggiorno sull'isola di Wight, un treno interamente ricoperto di bandiere italiane lo conduce a Londra. 500mila persone lo attendono a Trafalgar Square. Riceve l'omaggio delle più alte istituzioni del paese e i Londinesi lo accolgono come uno dei più grandi eroi di tutti i tempi. I giornali lo paragonano a George Washington. Ma, gli incontri tra Garibaldi e gli esuli italiani in Gran Bretagna, in particolare quello con Giuseppe Mazzini, mettono in allarme le cancellerie europee. Si teme che grazie alla sua popolarità, Garibaldi possa porsi a capo delle rivolte scoppiate in Polonia e in Grecia. Così, Londra temendo di creare incidenti internazionali, chiede a Garibaldi di ritirarsi nuovamente Caprera. In studio con Paolo Mieli la professoressa Elena Bacchin ripercorrerà quel breve viaggio di cui l'eroe dei due mondi non scrisse mai.
Garibaldi e gli inglesi
3 Aprile 1864: Garibaldi, su invito di un gruppo di notabili britannici, sbarca in Inghilterra su un piroscafo messo a disposizione dal conte di Southerland. Dopo un breve soggiorno sull'isola di Wight, un treno interamente ricoperto di bandiere italiane lo conduce a Londra. 500mila persone lo attendono a Trafalgar Square. Riceve l'omaggio delle più alte istituzioni del paese e i Londinesi lo accolgono come uno dei più grandi eroi di tutti i tempi. I giornali lo paragonano a George Washington. Ma, gli incontri tra Garibaldi e gli esuli italiani in Gran Bretagna, in particolare quello con Giuseppe Mazzini, mettono in allarme le cancellerie europee. Si teme che grazie alla sua popolarità, Garibaldi possa porsi a capo delle rivolte scoppiate in Polonia e in Grecia. Così, Londra temendo di creare incidenti internazionali, chiede a Garibaldi di ritirarsi nuovamente Caprera. In studio con Paolo Mieli la professoressa Elena Bacchin ripercorrerà quel breve viaggio di cui l'eroe dei due mondi non scrisse mai.
Le mogli di Nerone
È l'imperatore che trasformò Roma nel palcoscenico della sua grandezza e delle sue ossessioni. Amato dal popolo, odiato dal senato, Nerone resterà come il simbolo di un impero retrto sul confine sottile tra genio, propaganda e tirannide. I suoi molti crimini, intrighi omicidi voluti o, da lui stesso commessi, contro l'aristocrazia senatoria, contro nemici e vecchi amici, nascondono cambi di passo, piani politici e progetti che il senato non era disposto ad accettare. Anche Il catalogo dei crimini e delle infrazioni al diritto commessi in merito alle sue vicende matrimoniali supera di molte misure quello di tutti gli imperatori Giulio-Claudi. Delle sue mogli - Claudia Ottavia, figlia dell'Imperatore Claudio e di Messalina - Poppea Sabina, la più ambiziosa, e la nobildonna romana Statilia Messalina, solo l'ultima fu risparmiata. Ma chi erano? Che ruolo avevano? Presentate nei loro vizi e nelle loro virtù dalla storiografia filo senatoria, erano ingranaggi di un potere maschile che obbediva a logiche gentilizie e ambiva a soddisfare il bisogno di un erede per il Principato. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Francesca Cenerini.
Garibaldi e gli inglesi
3 Aprile 1864: Garibaldi, su invito di un gruppo di notabili britannici, sbarca in Inghilterra su un piroscafo messo a disposizione dal conte di Southerland. Dopo un breve soggiorno sull'isola di Wight, un treno interamente ricoperto di bandiere italiane lo conduce a Londra. 500mila persone lo attendono a Trafalgar Square. Riceve l'omaggio delle più alte istituzioni del paese e i Londinesi lo accolgono come uno dei più grandi eroi di tutti i tempi. I giornali lo paragonano a George Washington. Ma, gli incontri tra Garibaldi e gli esuli italiani in Gran Bretagna, in particolare quello con Giuseppe Mazzini, mettono in allarme le cancellerie europee. Si teme che grazie alla sua popolarità, Garibaldi possa porsi a capo delle rivolte scoppiate in Polonia e in Grecia. Così, Londra temendo di creare incidenti internazionali, chiede a Garibaldi di ritirarsi nuovamente Caprera. In studio con Paolo Mieli la professoressa Elena Bacchin ripercorrerà quel breve viaggio di cui l'eroe dei due mondi non scrisse mai.
Le mogli di Nerone
È l'imperatore che trasformò Roma nel palcoscenico della sua grandezza e delle sue ossessioni. Amato dal popolo, odiato dal senato, Nerone resterà come il simbolo di un impero retrto sul confine sottile tra genio, propaganda e tirannide. I suoi molti crimini, intrighi omicidi voluti o, da lui stesso commessi, contro l'aristocrazia senatoria, contro nemici e vecchi amici, nascondono cambi di passo, piani politici e progetti che il senato non era disposto ad accettare. Anche Il catalogo dei crimini e delle infrazioni al diritto commessi in merito alle sue vicende matrimoniali supera di molte misure quello di tutti gli imperatori Giulio-Claudi. Delle sue mogli - Claudia Ottavia, figlia dell'Imperatore Claudio e di Messalina - Poppea Sabina, la più ambiziosa, e la nobildonna romana Statilia Messalina, solo l'ultima fu risparmiata. Ma chi erano? Che ruolo avevano? Presentate nei loro vizi e nelle loro virtù dalla storiografia filo senatoria, erano ingranaggi di un potere maschile che obbediva a logiche gentilizie e ambiva a soddisfare il bisogno di un erede per il Principato. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Francesca Cenerini.
domenica 28 giugno 20265 puntate
00:45Rai Storia06:00Rai Storia09:00Rai Storia14:30Rai Storia20:35Rai Storia
Ottone I, un Re e Imperatore tra Germania e Italia
La storia di Ottone I di Sassonia e della sua dinastia occupa un posto di primissimo piano nella storia d'Italia e in quella d'Europa. Ottone di fatto fonda di nuovo l'Impero in Occidente, unendo la corona del regno italico a quella del regno teutonico, che nasce tra i Franchi orientali, dopo la fine dell'Europa carolingia. Un certo pregiudizio risorgimentale, e poi di età fascista, che vedeva questo periodo come la dominazione di un regno straniero sull'Italia, ha impedito che gli studi sull'argomento proliferassero in passato nel nostro Paese, a causa di un rapporto tra ricerca storica e identità nazionale italiana viziato dall'ideologia. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Giuseppe Albertoni.
Ottone I, un Re e Imperatore tra Germania e Italia
La storia di Ottone I di Sassonia e della sua dinastia occupa un posto di primissimo piano nella storia d'Italia e in quella d'Europa. Ottone di fatto fonda di nuovo l'Impero in Occidente, unendo la corona del regno italico a quella del regno teutonico, che nasce tra i Franchi orientali, dopo la fine dell'Europa carolingia. Un certo pregiudizio risorgimentale, e poi di età fascista, che vedeva questo periodo come la dominazione di un regno straniero sull'Italia, ha impedito che gli studi sull'argomento proliferassero in passato nel nostro Paese, a causa di un rapporto tra ricerca storica e identità nazionale italiana viziato dall'ideologia. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Giuseppe Albertoni.
Ottone I, un Re e Imperatore tra Germania e Italia
La storia di Ottone I di Sassonia e della sua dinastia occupa un posto di primissimo piano nella storia d'Italia e in quella d'Europa. Ottone di fatto fonda di nuovo l'Impero in Occidente, unendo la corona del regno italico a quella del regno teutonico, che nasce tra i Franchi orientali, dopo la fine dell'Europa carolingia. Un certo pregiudizio risorgimentale, e poi di età fascista, che vedeva questo periodo come la dominazione di un regno straniero sull'Italia, ha impedito che gli studi sull'argomento proliferassero in passato nel nostro Paese, a causa di un rapporto tra ricerca storica e identità nazionale italiana viziato dall'ideologia. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Giuseppe Albertoni.
Ottone I, un Re e Imperatore tra Germania e Italia
La storia di Ottone I di Sassonia e della sua dinastia occupa un posto di primissimo piano nella storia d'Italia e in quella d'Europa. Ottone di fatto fonda di nuovo l'Impero in Occidente, unendo la corona del regno italico a quella del regno teutonico, che nasce tra i Franchi orientali, dopo la fine dell'Europa carolingia. Un certo pregiudizio risorgimentale, e poi di età fascista, che vedeva questo periodo come la dominazione di un regno straniero sull'Italia, ha impedito che gli studi sull'argomento proliferassero in passato nel nostro Paese, a causa di un rapporto tra ricerca storica e identità nazionale italiana viziato dall'ideologia. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Giuseppe Albertoni.
Garibaldi e gli inglesi
3 Aprile 1864: Garibaldi, su invito di un gruppo di notabili britannici, sbarca in Inghilterra su un piroscafo messo a disposizione dal conte di Southerland. Dopo un breve soggiorno sull'isola di Wight, un treno interamente ricoperto di bandiere italiane lo conduce a Londra. 500mila persone lo attendono a Trafalgar Square. Riceve l'omaggio delle più alte istituzioni del paese e i Londinesi lo accolgono come uno dei più grandi eroi di tutti i tempi. I giornali lo paragonano a George Washington. Ma, gli incontri tra Garibaldi e gli esuli italiani in Gran Bretagna, in particolare quello con Giuseppe Mazzini, mettono in allarme le cancellerie europee. Si teme che grazie alla sua popolarità, Garibaldi possa porsi a capo delle rivolte scoppiate in Polonia e in Grecia. Così, Londra temendo di creare incidenti internazionali, chiede a Garibaldi di ritirarsi nuovamente Caprera. In studio con Paolo Mieli la professoressa Elena Bacchin ripercorrerà quel breve viaggio di cui l'eroe dei due mondi non scrisse mai.
sabato 27 giugno 20265 puntate
00:40Rai Storia06:00Rai Storia09:15Rai Storia14:25Rai Storia20:35Rai Storia
Sada Yakko. Il fascino del Giappone
Nel corso dei secoli, l'idea del Giappone nell'immaginario occidentale si è trasformata radicalmente: da luogo ignoto e ostile, a fonte di ispirazione artistica e culturale. A metà Ottocento, l'apertura del paese all'Occidente innesca una vera e propria febbre per la cultura nipponica, che si manifesta in svariati ambiti, dalla pittura alla letteratura, fino al teatro. In questo contesto di fervore culturale emerge la figura di Sada Yakko, celebre ex geisha che, insieme al marito Kawakami Otojirō, innovatore del teatro Shinpa, introduce per la prima volta in Occidente la peculiare arte del Kabuki. Forte del grande successo riscosso a Parigi, nel 1902 Sada Yakko debutta anche in Italia. La magnificenza dei suoi costumi, la grande forza espressiva, un linguaggio scenico basato sull'espressività del gesto e sulla sinuosità della danza, avranno un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme in Italia e nel resto d'Europa. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Sada Yakko. Il fascino del Giappone
Nel corso dei secoli, l'idea del Giappone nell'immaginario occidentale si è trasformata radicalmente: da luogo ignoto e ostile, a fonte di ispirazione artistica e culturale. A metà Ottocento, l'apertura del paese all'Occidente innesca una vera e propria febbre per la cultura nipponica, che si manifesta in svariati ambiti, dalla pittura alla letteratura, fino al teatro. In questo contesto di fervore culturale emerge la figura di Sada Yakko, celebre ex geisha che, insieme al marito Kawakami Otojirō, innovatore del teatro Shinpa, introduce per la prima volta in Occidente la peculiare arte del Kabuki. Forte del grande successo riscosso a Parigi, nel 1902 Sada Yakko debutta anche in Italia. La magnificenza dei suoi costumi, la grande forza espressiva, un linguaggio scenico basato sull'espressività del gesto e sulla sinuosità della danza, avranno un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme in Italia e nel resto d'Europa. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Sada Yakko. Il fascino del Giappone
Nel corso dei secoli, l'idea del Giappone nell'immaginario occidentale si è trasformata radicalmente: da luogo ignoto e ostile, a fonte di ispirazione artistica e culturale. A metà Ottocento, l'apertura del paese all'Occidente innesca una vera e propria febbre per la cultura nipponica, che si manifesta in svariati ambiti, dalla pittura alla letteratura, fino al teatro. In questo contesto di fervore culturale emerge la figura di Sada Yakko, celebre ex geisha che, insieme al marito Kawakami Otojirō, innovatore del teatro Shinpa, introduce per la prima volta in Occidente la peculiare arte del Kabuki. Forte del grande successo riscosso a Parigi, nel 1902 Sada Yakko debutta anche in Italia. La magnificenza dei suoi costumi, la grande forza espressiva, un linguaggio scenico basato sull'espressività del gesto e sulla sinuosità della danza, avranno un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme in Italia e nel resto d'Europa. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Sada Yakko. Il fascino del Giappone
Nel corso dei secoli, l'idea del Giappone nell'immaginario occidentale si è trasformata radicalmente: da luogo ignoto e ostile, a fonte di ispirazione artistica e culturale. A metà Ottocento, l'apertura del paese all'Occidente innesca una vera e propria febbre per la cultura nipponica, che si manifesta in svariati ambiti, dalla pittura alla letteratura, fino al teatro. In questo contesto di fervore culturale emerge la figura di Sada Yakko, celebre ex geisha che, insieme al marito Kawakami Otojirō, innovatore del teatro Shinpa, introduce per la prima volta in Occidente la peculiare arte del Kabuki. Forte del grande successo riscosso a Parigi, nel 1902 Sada Yakko debutta anche in Italia. La magnificenza dei suoi costumi, la grande forza espressiva, un linguaggio scenico basato sull'espressività del gesto e sulla sinuosità della danza, avranno un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme in Italia e nel resto d'Europa. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Ottone I, un Re e Imperatore tra Germania e Italia
La storia di Ottone I di Sassonia e della sua dinastia occupa un posto di primissimo piano nella storia d'Italia e in quella d'Europa. Ottone di fatto fonda di nuovo l'Impero in Occidente, unendo la corona del regno italico a quella del regno teutonico, che nasce tra i Franchi orientali, dopo la fine dell'Europa carolingia. Un certo pregiudizio risorgimentale, e poi di età fascista, che vedeva questo periodo come la dominazione di un regno straniero sull'Italia, ha impedito che gli studi sull'argomento proliferassero in passato nel nostro Paese, a causa di un rapporto tra ricerca storica e identità nazionale italiana viziato dall'ideologia. In studio, con Paolo Mieli, lo storico Giuseppe Albertoni.
venerdì 26 giugno 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:15Rai Storia20:35Rai Storia
Spoon River. Da Masters a De André
L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è una raccolta di versi pubblicata negli Stati Uniti tra il 1914 e il 1915. Masters compone una serie di epitaffi come se fossero stati scritti in prima persona dai defunti sepolti nel cimitero di Spoon River, piccola città immaginaria della provincia americana. Ciascuno dei personaggi, in poche righe, cerca di fare un bilancio della propria vita e il quadro complessivo che ne emerge è quello di un'umanità sofferente, alle prese con gli eterni dilemmi dell'esistenza e con le difficili condizioni di una società di provincia bigotta, conformista e violenta. La fortuna dell'opera è immediata. In Italia arriva per la prima volta nel 1943, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Nel 1971, ispira un capolavoro discografico di Fabrizio De André. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.
Spoon River. Da Masters a De André
L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è una raccolta di versi pubblicata negli Stati Uniti tra il 1914 e il 1915. Masters compone una serie di epitaffi come se fossero stati scritti in prima persona dai defunti sepolti nel cimitero di Spoon River, piccola città immaginaria della provincia americana. Ciascuno dei personaggi, in poche righe, cerca di fare un bilancio della propria vita e il quadro complessivo che ne emerge è quello di un'umanità sofferente, alle prese con gli eterni dilemmi dell'esistenza e con le difficili condizioni di una società di provincia bigotta, conformista e violenta. La fortuna dell'opera è immediata. In Italia arriva per la prima volta nel 1943, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Nel 1971, ispira un capolavoro discografico di Fabrizio De André. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.
Spoon River. Da Masters a De André
L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è una raccolta di versi pubblicata negli Stati Uniti tra il 1914 e il 1915. Masters compone una serie di epitaffi come se fossero stati scritti in prima persona dai defunti sepolti nel cimitero di Spoon River, piccola città immaginaria della provincia americana. Ciascuno dei personaggi, in poche righe, cerca di fare un bilancio della propria vita e il quadro complessivo che ne emerge è quello di un'umanità sofferente, alle prese con gli eterni dilemmi dell'esistenza e con le difficili condizioni di una società di provincia bigotta, conformista e violenta. La fortuna dell'opera è immediata. In Italia arriva per la prima volta nel 1943, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Nel 1971, ispira un capolavoro discografico di Fabrizio De André. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.
Sada Yakko. Il fascino del Giappone
Nel corso dei secoli, l'idea del Giappone nell'immaginario occidentale si è trasformata radicalmente: da luogo ignoto e ostile, a fonte di ispirazione artistica e culturale. A metà Ottocento, l'apertura del paese all'Occidente innesca una vera e propria febbre per la cultura nipponica, che si manifesta in svariati ambiti, dalla pittura alla letteratura, fino al teatro. In questo contesto di fervore culturale emerge la figura di Sada Yakko, celebre ex geisha che, insieme al marito Kawakami Otojirō, innovatore del teatro Shinpa, introduce per la prima volta in Occidente la peculiare arte del Kabuki. Forte del grande successo riscosso a Parigi, nel 1902 Sada Yakko debutta anche in Italia. La magnificenza dei suoi costumi, la grande forza espressiva, un linguaggio scenico basato sull'espressività del gesto e sulla sinuosità della danza, avranno un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme in Italia e nel resto d'Europa. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.
Spoon River. Da Masters a De André
L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è una raccolta di versi pubblicata negli Stati Uniti tra il 1914 e il 1915. Masters compone una serie di epitaffi come se fossero stati scritti in prima persona dai defunti sepolti nel cimitero di Spoon River, piccola città immaginaria della provincia americana. Ciascuno dei personaggi, in poche righe, cerca di fare un bilancio della propria vita e il quadro complessivo che ne emerge è quello di un'umanità sofferente, alle prese con gli eterni dilemmi dell'esistenza e con le difficili condizioni di una società di provincia bigotta, conformista e violenta. La fortuna dell'opera è immediata. In Italia arriva per la prima volta nel 1943, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Nel 1971, ispira un capolavoro discografico di Fabrizio De André. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.
Sada Yakko. Il fascino del Giappone
Nel corso dei secoli, l'idea del Giappone nell'immaginario occidentale si è trasformata radicalmente: da luogo ignoto e ostile, a fonte di ispirazione artistica e culturale. A metà Ottocento, l'apertura del paese all'Occidente innesca una vera e propria febbre per la cultura nipponica, che si manifesta in svariati ambiti, dalla pittura alla letteratura, fino al teatro. In questo contesto di fervore culturale emerge la figura di Sada Yakko, celebre ex geisha che, insieme al marito Kawakami Otojirō, innovatore del teatro Shinpa, introduce per la prima volta in Occidente la peculiare arte del Kabuki. Forte del grande successo riscosso a Parigi, nel 1902 Sada Yakko debutta anche in Italia. La magnificenza dei suoi costumi, la grande forza espressiva, un linguaggio scenico basato sull'espressività del gesto e sulla sinuosità della danza, avranno un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme in Italia e nel resto d'Europa. In studio con Paolo Mieli, la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.
giovedì 25 giugno 20266 puntate
01:25Rai Storia06:00Rai Storia08:55Rai Storia13:15Rai 314:25Rai Storia20:35Rai Storia
Il mio nome è Muhamm Ali
Cassius Clay: la sua vita è un susseguirsi di imprese, dentro e fuori dal ring. La prima la compie alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove vince la medaglia d'oro dei pesi mediomassimi. Nel 1964 la vittoria su Sonny Liston gli fa conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugile diventa il campione spavaldo e istrionico che il mondo impara a conoscere. Con l'adesione alla religione islamica Clay cambia il suo nome in Muhammad Ali e si avvicina alle posizioni della Nation of Islam, trasformandosi presto in un simbolo delle battaglie per l'emancipazione del popolo afroamericano. Nel 1967 si rifiuta di andare a combattere in Vietnam per motivi religiosi e il suo diventa un potente gesto di disobbedienza civile. La scelta gli costa il titolo mondiale e l'allontanamento dalla boxe. Solo negli anni '70 può tornare sul ring. Nel 1974 affronta a Kinshasa, capitale dello Zaire, il detentore del titolo, George Foreman. L'incontro acquista subito un sapore mitico e catalizza l'interesse del mondo intero. Ali batte Foreman e riconquista il titolo mondiale, entrando definitivamente nella leggenda. In studio con Paolo Mieli, il professor Mauro Canali.
Il mio nome è Muhamm Ali
Cassius Clay: la sua vita è un susseguirsi di imprese, dentro e fuori dal ring. La prima la compie alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove vince la medaglia d'oro dei pesi mediomassimi. Nel 1964 la vittoria su Sonny Liston gli fa conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugile diventa il campione spavaldo e istrionico che il mondo impara a conoscere. Con l'adesione alla religione islamica Clay cambia il suo nome in Muhammad Ali e si avvicina alle posizioni della Nation of Islam, trasformandosi presto in un simbolo delle battaglie per l'emancipazione del popolo afroamericano. Nel 1967 si rifiuta di andare a combattere in Vietnam per motivi religiosi e il suo diventa un potente gesto di disobbedienza civile. La scelta gli costa il titolo mondiale e l'allontanamento dalla boxe. Solo negli anni '70 può tornare sul ring. Nel 1974 affronta a Kinshasa, capitale dello Zaire, il detentore del titolo, George Foreman. L'incontro acquista subito un sapore mitico e catalizza l'interesse del mondo intero. Ali batte Foreman e riconquista il titolo mondiale, entrando definitivamente nella leggenda. In studio con Paolo Mieli, il professor Mauro Canali.
Il mio nome è Muhamm Ali
Cassius Clay: la sua vita è un susseguirsi di imprese, dentro e fuori dal ring. La prima la compie alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove vince la medaglia d'oro dei pesi mediomassimi. Nel 1964 la vittoria su Sonny Liston gli fa conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugile diventa il campione spavaldo e istrionico che il mondo impara a conoscere. Con l'adesione alla religione islamica Clay cambia il suo nome in Muhammad Ali e si avvicina alle posizioni della Nation of Islam, trasformandosi presto in un simbolo delle battaglie per l'emancipazione del popolo afroamericano. Nel 1967 si rifiuta di andare a combattere in Vietnam per motivi religiosi e il suo diventa un potente gesto di disobbedienza civile. La scelta gli costa il titolo mondiale e l'allontanamento dalla boxe. Solo negli anni '70 può tornare sul ring. Nel 1974 affronta a Kinshasa, capitale dello Zaire, il detentore del titolo, George Foreman. L'incontro acquista subito un sapore mitico e catalizza l'interesse del mondo intero. Ali batte Foreman e riconquista il titolo mondiale, entrando definitivamente nella leggenda. In studio con Paolo Mieli, il professor Mauro Canali.
Spoon River. Da Masters a De André
L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è una raccolta di versi pubblicata negli Stati Uniti tra il 1914 e il 1915. Masters compone una serie di epitaffi come se fossero stati scritti in prima persona dai defunti sepolti nel cimitero di Spoon River, piccola città immaginaria della provincia americana. Ciascuno dei personaggi, in poche righe, cerca di fare un bilancio della propria vita e il quadro complessivo che ne emerge è quello di un'umanità sofferente, alle prese con gli eterni dilemmi dell'esistenza e con le difficili condizioni di una società di provincia bigotta, conformista e violenta. La fortuna dell'opera è immediata. In Italia arriva per la prima volta nel 1943, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Nel 1971, ispira un capolavoro discografico di Fabrizio De André. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.
Il mio nome è Muhamm Ali
Cassius Clay: la sua vita è un susseguirsi di imprese, dentro e fuori dal ring. La prima la compie alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove vince la medaglia d'oro dei pesi mediomassimi. Nel 1964 la vittoria su Sonny Liston gli fa conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugile diventa il campione spavaldo e istrionico che il mondo impara a conoscere. Con l'adesione alla religione islamica Clay cambia il suo nome in Muhammad Ali e si avvicina alle posizioni della Nation of Islam, trasformandosi presto in un simbolo delle battaglie per l'emancipazione del popolo afroamericano. Nel 1967 si rifiuta di andare a combattere in Vietnam per motivi religiosi e il suo diventa un potente gesto di disobbedienza civile. La scelta gli costa il titolo mondiale e l'allontanamento dalla boxe. Solo negli anni '70 può tornare sul ring. Nel 1974 affronta a Kinshasa, capitale dello Zaire, il detentore del titolo, George Foreman. L'incontro acquista subito un sapore mitico e catalizza l'interesse del mondo intero. Ali batte Foreman e riconquista il titolo mondiale, entrando definitivamente nella leggenda. In studio con Paolo Mieli, il professor Mauro Canali.
Spoon River. Da Masters a De André
L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è una raccolta di versi pubblicata negli Stati Uniti tra il 1914 e il 1915. Masters compone una serie di epitaffi come se fossero stati scritti in prima persona dai defunti sepolti nel cimitero di Spoon River, piccola città immaginaria della provincia americana. Ciascuno dei personaggi, in poche righe, cerca di fare un bilancio della propria vita e il quadro complessivo che ne emerge è quello di un'umanità sofferente, alle prese con gli eterni dilemmi dell'esistenza e con le difficili condizioni di una società di provincia bigotta, conformista e violenta. La fortuna dell'opera è immediata. In Italia arriva per la prima volta nel 1943, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Nel 1971, ispira un capolavoro discografico di Fabrizio De André. In studio con Paolo Mieli, il professor David Bidussa.
mercoledì 24 giugno 20266 puntate
00:30Rai Storia06:00Rai Storia08:45Rai Storia13:15Rai 314:30Rai Storia20:35Rai Storia
Marc Bloch, il mestiere dello storico
In una delle sue tante frasi rimaste famose, Marc Bloch paragonò lo storico "all'orco della fiaba" che sa che "là dove fiuta carne umana", troverà "la sua preda". Era un modo suggestivo di dire che l'oggetto di studio della storia sono gli uomini e il trasformarsi della loro vita nel tempo. Si tratta di un'idea che tanti decenni dopo possiamo, forse, dare per scontata ma che nella prima metà del '900 rappresentò una vera e propria rivoluzione negli studi storici. Bloch fu uno dei grandi innovatori che si posero il problema di trasformare la storia in una disciplina scientifica, allargandone i confini e sottraendola alle infinite manipolazioni cui era stata sottoposta, nel corso dei secoli, per fini politici o letterari. Alessandro Barbero, in studio con Paolo Mieli, ripercorre la vita del grande storico francese fino al tragico epilogo della sua fucilazione per mano dei nazisti nel 1944. In studio con Paolo Mieli, il professor Alessandro Barbero.
Marc Bloch, il mestiere dello storico
In una delle sue tante frasi rimaste famose, Marc Bloch paragonò lo storico "all'orco della fiaba" che sa che "là dove fiuta carne umana", troverà "la sua preda". Era un modo suggestivo di dire che l'oggetto di studio della storia sono gli uomini e il trasformarsi della loro vita nel tempo. Si tratta di un'idea che tanti decenni dopo possiamo, forse, dare per scontata ma che nella prima metà del '900 rappresentò una vera e propria rivoluzione negli studi storici. Bloch fu uno dei grandi innovatori che si posero il problema di trasformare la storia in una disciplina scientifica, allargandone i confini e sottraendola alle infinite manipolazioni cui era stata sottoposta, nel corso dei secoli, per fini politici o letterari. Alessandro Barbero, in studio con Paolo Mieli, ripercorre la vita del grande storico francese fino al tragico epilogo della sua fucilazione per mano dei nazisti nel 1944. In studio con Paolo Mieli, il professor Alessandro Barbero.
Marc Bloch, il mestiere dello storico
In una delle sue tante frasi rimaste famose, Marc Bloch paragonò lo storico "all'orco della fiaba" che sa che "là dove fiuta carne umana", troverà "la sua preda". Era un modo suggestivo di dire che l'oggetto di studio della storia sono gli uomini e il trasformarsi della loro vita nel tempo. Si tratta di un'idea che tanti decenni dopo possiamo, forse, dare per scontata ma che nella prima metà del '900 rappresentò una vera e propria rivoluzione negli studi storici. Bloch fu uno dei grandi innovatori che si posero il problema di trasformare la storia in una disciplina scientifica, allargandone i confini e sottraendola alle infinite manipolazioni cui era stata sottoposta, nel corso dei secoli, per fini politici o letterari. Alessandro Barbero, in studio con Paolo Mieli, ripercorre la vita del grande storico francese fino al tragico epilogo della sua fucilazione per mano dei nazisti nel 1944. In studio con Paolo Mieli, il professor Alessandro Barbero.
Il mio nome è Muhamm Ali
Cassius Clay: la sua vita è un susseguirsi di imprese, dentro e fuori dal ring. La prima la compie alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove vince la medaglia d'oro dei pesi mediomassimi. Nel 1964 la vittoria su Sonny Liston gli fa conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugile diventa il campione spavaldo e istrionico che il mondo impara a conoscere. Con l'adesione alla religione islamica Clay cambia il suo nome in Muhammad Ali e si avvicina alle posizioni della Nation of Islam, trasformandosi presto in un simbolo delle battaglie per l'emancipazione del popolo afroamericano. Nel 1967 si rifiuta di andare a combattere in Vietnam per motivi religiosi e il suo diventa un potente gesto di disobbedienza civile. La scelta gli costa il titolo mondiale e l'allontanamento dalla boxe. Solo negli anni '70 può tornare sul ring. Nel 1974 affronta a Kinshasa, capitale dello Zaire, il detentore del titolo, George Foreman. L'incontro acquista subito un sapore mitico e catalizza l'interesse del mondo intero. Ali batte Foreman e riconquista il titolo mondiale, entrando definitivamente nella leggenda. In studio con Paolo Mieli, il professor Mauro Canali.
Marc Bloch, il mestiere dello storico
In una delle sue tante frasi rimaste famose, Marc Bloch paragonò lo storico "all'orco della fiaba" che sa che "là dove fiuta carne umana", troverà "la sua preda". Era un modo suggestivo di dire che l'oggetto di studio della storia sono gli uomini e il trasformarsi della loro vita nel tempo. Si tratta di un'idea che tanti decenni dopo possiamo, forse, dare per scontata ma che nella prima metà del '900 rappresentò una vera e propria rivoluzione negli studi storici. Bloch fu uno dei grandi innovatori che si posero il problema di trasformare la storia in una disciplina scientifica, allargandone i confini e sottraendola alle infinite manipolazioni cui era stata sottoposta, nel corso dei secoli, per fini politici o letterari. Alessandro Barbero, in studio con Paolo Mieli, ripercorre la vita del grande storico francese fino al tragico epilogo della sua fucilazione per mano dei nazisti nel 1944. In studio con Paolo Mieli, il professor Alessandro Barbero.
Il mio nome è Muhamm Ali
Cassius Clay: la sua vita è un susseguirsi di imprese, dentro e fuori dal ring. La prima la compie alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove vince la medaglia d'oro dei pesi mediomassimi. Nel 1964 la vittoria su Sonny Liston gli fa conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. Il pugile diventa il campione spavaldo e istrionico che il mondo impara a conoscere. Con l'adesione alla religione islamica Clay cambia il suo nome in Muhammad Ali e si avvicina alle posizioni della Nation of Islam, trasformandosi presto in un simbolo delle battaglie per l'emancipazione del popolo afroamericano. Nel 1967 si rifiuta di andare a combattere in Vietnam per motivi religiosi e il suo diventa un potente gesto di disobbedienza civile. La scelta gli costa il titolo mondiale e l'allontanamento dalla boxe. Solo negli anni '70 può tornare sul ring. Nel 1974 affronta a Kinshasa, capitale dello Zaire, il detentore del titolo, George Foreman. L'incontro acquista subito un sapore mitico e catalizza l'interesse del mondo intero. Ali batte Foreman e riconquista il titolo mondiale, entrando definitivamente nella leggenda. In studio con Paolo Mieli, il professor Mauro Canali.